S’ha detto tutto, oramai, dello che serve per introdurre un qualsivoglia libello di versi e rime e v’è già uno scritto, una poesiola, da qualche parte, ch’abbraccia ogni tema, ogni pensiero, ogni riflessione o epifania, tutte sempre uguali e tutte così dissimili. ‘Sì mi vedo, bimbetto, su ‘n oceano di foglie secche corniciato d’alberi nudi, carponi tra ‘l scricchiolar scomposto e lo sbuffar dell’inverno d’ogni respiro, cercando un ad una due fogliette identiche ‘n tutto. In la medesima maniera fronte ‘l foglio intonso, a perlustrar grammatiche e libroni pe’ una parola che di dentro si tenga tutto, ch’una foglia d’inchiostro sia di tutto uguale a quell’intingolo di cogito, senso, emozione, timore, spaesamento. Vita e morte. Che vi sia, pur celata, timida o incompresa, di qualche parte, quella sola sillaba o più ch’in un guardo tiene tutto? ‘Sì discorre meco ‘l mio discorrere di tutto e nulla. E mi lasso trascinare. Si vaga per infinite cagioni e niuna è errata. Queste son alcune delle mie vaghe e vagheggiate divagazioni di vagazioni.
“diVagazioni” è nato un po’ per caso quando, reduce dalle ultime raccolte di poesiole e quartine, mi ero promesso di non costringermi più a scrivere una serie di versi e rime ogni singolo giorno, alla stessa ora, ovunque e comunque, e occhio a saltare un giorno, per carità! È stato, forse, proprio il fardello della auto-impòstami costanza rimosso dalle mie spalle che ha agevolato la stesura di quella che, fino ad ora, è la raccolta di lirichette più lunga che abbia ma pubblicato, vuolsi per non aver nemmeno mai sentito la bisogna di pubblicarla, vuolsi per la spontaneità con cui mi ritrovavo a sentir la fame di scrivere, scevro dai paletti d’una data di rilascio, dalla scelta d’una copertina, da un filone di stili, temi, strutture. È capitato, allora, che mi trovassi a scribacchiare tra un impegno e l’altro, in giro per regioni e paesi, divagando sulle note del mio cellulare, frasi, brandelli, intere poesiole e arrivare poi a casa e ricopiarle, cambiarle, cancellarle, riscriverle. E poi nulla, per giorni, per settimane, dove la testa ancora poggiava sull’armonia soddisfacente degli ultimi versi scritti. D’altronde, è un po’ quello che tento di far intendere con il titolo che vi ho assegnato: sono vere e proprie divagazioni, spuntate dal nulla di un banalissimo giorno di tutto, oppure spuntate dal tutto di un bellissimo giorno di niente, le prime parole che s’affacciavano da un pensiero errabondo, così come volevano farsi scrivere, ognuna dissimile e indipendente per quanto sorella dell’altra, la materialità inchiostrata della voce che sgambetta senza pause durante tutto il dì, il volto di un inconscio che ha saputo farsi addomesticare quel tanto che basta per esser filtrato dal mio poetare per diletto. Vi sono grammatiche approssimative, talvolta, cripticità volute e casuali, rime che non funzionano, contraddizioni, vanvere e tanta, tanta musica. Che poi, non è un po’ quello che blatera la vocina di tutti, dentro la testa? La mia, però, se la tira parecchio e parla davvero strano.
Timide pozzanghere di futuro impregnavano ogni fugiglio, nonostante i miti e le fiabe ancor si rifiutassero di sbiadire e procedevano col mordere con ferocia innaturale quell’atavica palazzina di mattoni, all’incrocio tra April Street e Saint Gone Route. L’edificio s’ergeva scomodo e scomposto, accerchiato a pochi passi dai pilastri in vetro del nuovo mondo e dai bagliori al neon che zompettavano tutt’intorno, loquaci e sbarazzini. La cittadella sfoggiava oramai un mosaico d’evi, ove le nuove corsie per i dirigibili storcevano il naso ai viottoli acciottolati e alle lanterne a gas che bisbigliavano nel brulicare frenetico degli abitanti. Al secondo piano della saggia palazzina, dentro un ampio bilocale sfumato dal crepuscolarismo superbo delle candele, viveva Victor, un trentenne consumato dai rimbalzi nei vizi, gli occhi impregnati di milioni di storie mai narrate ma vissute troppe volte. Il suo regno di disordine sistematico traboccava di libercoli stropicciati, coriandoli di appunti fugaci, locandine retrò ingiallite dal fumo e dagli anni e scrivanie di urgenze ignorate, tra una macchina da scrivere appena arrugginita e gocce solitarie di caffè freddo nelle tazze sparse su ogni ripiano. Un solenne orologio da parete dominava austero l’intera stanza, le lancette immobili su un orario casuale, ormai ‘sì tanto familiare al suo coinquilino, un respiro trattenuto che protestava contro la frenesia della città aldilà, quell’altrove che Victor sorseggiava dal davanzale della finestra, fatto dinli frette e destinazioni ma non mete, di incroci ma non d’incontri, di pensieri ma non di riflessioni, di tante parole e pochi respiri, di tanto discusso e di nulla detto. Lì, da quella piastra di marmo sporgente appesa sopra la strada, Victor tamburellava colle dita al ritmo del suo cuore, scandendo ogni dialogo ancora non scritto, lì, da quel porticciolo sgangherato osservava la marea salire e ritrarsi, le lune affacciarsi sull’ultimo omuncolo impagliato ch’accasa furioso, i vascelli di caciare e innocenti ignoranze che si fracassano sulli scogli ormai smussati dalle ripetizioni. Lì Victor s’acclamava scrittore, poetastro, giocoliere quasi. Lì, sempre lì, s’allenava in ottimismo e tenacia, in una gara di salto a ostacoli ch’all’alba d’ogni dì parea sempre truccata. La sua figura sottile, in bilico tra l’etereo e il preoccupante, vantava una chioma riccioluta del nocciola più intenso che si potesse trovare nei dintorni, una barba timida e sparuta ferma a una generazione precedente e contorni spigolosi come pareti montane. Poggiato sui gomiti dinnanzi la sua macchina da scrivere, danzava sgraziato sullo scivolar dei giorni, in un precario barcamenarsi tra l’inesauribile immaginazione e il guardo famelico d’un altro foglio latteo, tra il baluginare effimero d’un’ideuzza e il vetro opaco del dubbio e l’incertezza. Le storie, tuttavia, formicolavano dovunque, esplose mute tra i ninnoli impolverati e il mobilio antico, tra i libriccini adottati in giro per la contea e le cartacce svolazzanti che accennavano trame già sentite, tra il posacenere appena maculato e l’odore tentennante d’una tisana esotica. Le storie s’eran infiltrate fin dentro le note gracchiate del suo vecchio grammofono sempre acceso, fin nella polvere addormentata sugli alambicchi dimenticati su un’alta mensola di ciliegio, persino nel mesto accartocciarsi d’un tappeto che non conosce altro piede se non il suo, e fin dentro il domani che torna a essere un oggi, intriso di speme e risposte o, meglio, domande giuste. Victor viveva d’attesa e parole, nascosto nel ventre d’una città che non ha mai imparato ad aspettare e che non avrebbe mai parlato la sua lingua. In tale capanna di rimuginazioni e memorie, l’omino sfoderava vanaglorioso il suo fioretto spuntato contro un nemico tanto invisibile quanto terrificante: quell’oasi mirifica di leggende ed esistenze così ostinatamente riluttanti all’assumere forma di frasi, periodi e capitoli. Sicché le notti mutavan in teatrini d’ombre e figuranti sin voce, trame non tessute, colpi di scena sbriciolati goffamente fra liste e calendari, una gabbia a forma di finestra, una finestra a forma di quartiere e un quartiere che, a studiarlo meglio, pareva solo un altro pezzo della stanza. Ogni giorno e poi ogni giorno ancora, scavando tane concentriche in quei mantra che da nessuna parte mai lo portarono, si sporcava di sole per caso, zigzagando tra gli intenti e le minacciose responsabilità prevedibili che poco avevano da compartire coi suoi sogni. Ogni giorno era una sinfonia di letture ovattate che sbollentava aritmica tra un pensiero e l’altro, tra l’invidia e l’ispirazione. Ogni sera era plasmata da que’ spiritici desei che si spengevano con lui sul guanciale, tanto crudeli ed ermetici quanto fugaci e intangibili. Fu una sera di queste, crepuscolare in tutte l’accezioni, che Victor poggiò l’ultima volta i gomiti sul bordo gelido della finestra della sua gabbia, coll’involucro appeso alla solita litania di anime spavalde e ronzanti. In quella poltiglia di nessuni, uno straccione aggiustava il passo con un’indolenza aristocratica, stagliando un profilo a fuoco nella foschia di frettolosità adulta. L’estraneo, errante e assorto, navigava a rilento in un mare dissimile, chetamente indifferente al clamore che dintorno scoteva la calle. Victor posò gli occhi prima su quello che l’uomo indossava dentro, quel soprabito vellutato di mistica quiete puntinata di rassegnazione compiaciuta e orgogliosa, quello scialle di resilienza e saggezza mai cercata, tanto semplice quanto imperitura. Fu una scintilla croccante quella che l’emaciato trentenne alla finestra percepì sgattaiolare sul dorso della mano fin giù per la schiena, un rivoletto caldo d’echi prospettici a cui finora avea solo urlato contro. Fu come sentir l’estraneo gridarglielo a ogni fibra del suo corpo, percuotendolo con la fermezza tenera che solo un babbo può fare. Forse era il contrasto tra la cadenza vischiosa del passo di quell’ometto diverso e l’eruttare scomposto della folla sbiadente, forse il trasfigurare quel passante sfortunato nel faro che tanto anelava, nell’icona d’una libertà spensierata e matura ch’inseguiva da lustri. Quell’occhi calmi come tempere appena versate, quel mover armonico come corda d’arpa pizzicata di fino, quella consapevolezza che Victor a malapena riusciva a dipingere in rime di tanto in tanto. Da faro a monito, da passante a sveglia, quel quadro visto più di mille giorni, ma mai veramente guardato, ora gli sussurrava il sentiero degli altri inizi, quelli dei gai fallimenti, quelli intrisi di lezioni. Dov’era rimasta assopita quella fame di vita per ‘sì tanto tempo? Dove s’era riuscita a rifugiare questa brama d’afferrare i demoni per il colletto e sorridervi addosso? Come poteva ora la penna scorrere così celere e implacabile sul foglio? Violente gocce di pioggia su una lamiera parevano i capitoli battuti sulla tastiera della macchina da scrivere, ogni indentatura un abito a misura d’una persona che mai pensò di divenire. La notte gli si poggiò accanto, puzzando ancora un poco di stagnazione e rimprovero, sempre più buia, sempre più stanca, sempre più pallida, chiara, fino ai pastellati sussurri d’una nuova alba. L’occhi di quel vecchio estraneo immobile, fuori dal tempo e dalla ragione, lo scorgevano alla finestra della palazzina più bella dell’intero quartiere, accogliendone l’imperfezione e il caotico grido d’aiuto che Victor gli aveva scaraventato addosso, abbracciando il coraggio di viver di domande senza risposta. Immerso, di nuovo, davvero, nel cappotto, nei ciottoli, nel vociare confuso, nelle contraddizioni sputacchiate dai neon violacei, Victor stava lì, fermo lì dove avea visto l’estraneo la sera prima, lì dove ogni viso, ogni scorcio, ogni odore, adesso, gli moveva la mano, gli dettava il passo, gli teneva il braccio.
Sorrise.
Ai confini di contraddizioni sin prima o adesso,
Ov’il mormorìo_or incauto si cessa tra i vichi,
Quel trangugiar silenzi che nomean progresso
Ivi claudica sfumando in vapor sopiti e ciechi
In le rughe che l’anni li donaron spietati
D’un stazioncino di convogli, sol fischi e latta,
Ch’ammira ‘l viver dell’altri scioar mischiati
Coll’ieri di nulla, ‘l dimani di meno. Ma fretta.
L’alberi cauti al vento parean di favella
D’oltre più delli passi ch’ombreggiavano
E ‘l foco ‘n cielo che fiero s’isconde e svalla
Carezzava fin l’angoli d’ogni talamo
Ed ogni bottega ch’erta ancora chi sa come
Che s’era grappata al tempo ‘n fuga
E tra d’esse le serrande smunte e prone
D’un oriolaio che tra l’edifizi affoga.
L’insigna Wolfers trasudava saggezza
Fin ora che ‘l figlio Gullielmo, l’unico,
Badava allo fare, elli che noia sprezza
Com’il padre fece, ‘n fatica ‘l giubilo
E ‘l posto venne ‘n sé tempio e curiosità
Nell’echi sordanti di ticchettar schivi
Ov’avventori favellan col fu e col sarà
O sperperan l’ori ‘n altr’ori più fini.
Le lingue pudiche e ballanti de’ ceri accessi
Discorrean col ronzar delli neoni lontani
Pittando rare ombrine sui tubi rugginosi
Ch’eran serpi sui muri di braccia sin mani;
L’aere di torno s’avea che toccarla
E stava pregnata del viscio dell’olio
Ora_atavico, or modesto, ‘n una ciarla
Sin favella col nidor di caffé e petrolio
E ‘n tale, ‘l circondario d’intero parea vivo
E intento a posar d’omertoso meditante
Poggiato contro l’ultimo tronco d’olivo
Ch’anch’esso scorrea com’uomo a sè stante.
Insipida e grigiastra tal nicchia d’la contea
Ove Gullielmo tesseva ‘l cotidian faccendare
Colla coreografica automazione che parea
Farne casi d’elli prestigiatore orientale;
Chiudeva in la cheta notte stellata
Del guardo burrasche, disastri, malanni
E al laccio sapeva compagnar muta
Una vita che ’n diresti di ‘sì pochi anni
D’una parte di portanza dìcesi_imperiosa,
Di tratto impenetrabile, talvolta surreale,
Non dissimile delle statue greche ‘n posa
Or mossa d’ardore o incantesimo astrale.
Di sul cucuzzolo scomponeva una chioma
Ch’or parea, pur nel bonar, seguir il vento
Casi ala di corvo, elegante e sorniona
In lo sobrio disordine ch’oleava lento
Fin de’ mustacchi longhi, negri e curati
Tal sul mento e su pe’ le recchie finanche
E fitte ‘n essi passeàva li diti cesellati
Di man signate ‘n fretta, rubiconde e gianche.
L’abito lui poggiato di fino estroso
Contavan lo che tanti avean scordato
Sbuffandolo dell’orlo preciso
‘Si blando in colore ma per re tessuto.
Gullielmo pur silente vivea da strillone
Pe’l botteghino curato del padre,
Fin più d’ogni voce o cartellone
Che ‘n Lylcoin battea le strade.
Ed elli, il padre Gualtiero, di grezza nobiltà
Sudò di lena fin troppe giovinezze
Nel carpir danari e finar l’agognate abilità
Che poser le prime mura grezze
Pe’ corniciar un cantuccio di fuori
Della gazzarra didentro del paese,
Pomatandone l’uscio, pittandone d’ori
I bordi del desco giù de’ drappe distese.
Qui, dalli primi stenti dell’impiego,
Elli giostrava l’avventori entusiasti
D’in tra le mani robuste, ed ei, pago,
Dilettava ‘n longhe lezioni ed esempi
Il curioso Gullielmo ch’in ir de’ giorni
Mirava tornar di tutto cada pezzo,
Conoscea le musiche, stridi e storni
D’ogni meccanica, finitura e vezzo
Sfiorando l’ondeggio e fin mesto
Passar de’ secondi, dell’ere per giunta
Che de’ fugigli ‘n tin sporchi di gesso
Sgrillavan pe’ la tavola unta.
Gualtiero si spense un dì d’un fiato
Ch’il figlio venìa, per vero, di poco fatto
Ma coll’artigli per ben filzi nel fato
Ch’il babbo l’avea intinto ‘sì ratto;
Il giovine parea di core e animi avidi,
Sol cosa col maestro di poco partito,
Che l’echi di voci o moversi pe’ i tavoli
Facean pensar s’ei fosse invero ‘n ito.
L’anni si fecero, for come tanti e tanti
Ma ‘n tal santuario scorrean di molto,
Balzando de’ mole, vitine e quadranti,
Metronomi a tempo d’un cangiar colto
E ‘n tale caciara singulta ritmata
Sguaiava silente de’ sue brune greppe
L’oriolaio avvenente di sete inpagata,
La sete di altro, qualché, che ne seppe;
Tal venìa placata talvolta de la fina
Tradizione artigiana ‘l cui_amore, per vero,
Parea ricambiato pur s’a volte, supina,
Cedea alla foschia d’un cangiante pensiero.
Sacro restava ‘l tocco ‘n cada commessa
E ‘n ogni cogito assorto riflesso distorto
In tra i vetri finiti ov’i ceri rimestan
Lo ch’il guardo ve’ sin essersi accorto:
Quelle pareidolìe orizzontate tra’l fumo
E ‘l cantilenar sincopato del ferro
Che li poetavan di tutti, alcun e nessuno
A mo’ di musa, talvolta, a mo’ di sgherro.
‘Sì ch’una mano s’arrovellava devota
Pe’l disciplinio ch’in le vene sgaloppava,
D’eco brandelli del rocar d’la voce remota
De l’unico strascico famiglio ch’amava
Ell’altra prendea or martello, or bastone,
E zolle scomposte d’umido terreno
Col blatero dell’aere e ‘l nidor del cartone
Del sidro dolciastro che memorava appena.
Ticchettava non dissimile, cada mane,
‘Sì che nulla ‘n tal ruota ben oliata
Potea trar un qualché distinto, inane,
Ed era vita, in fine, o morte insperata?
Di modo, ‘n dimani dissimile vi giunse ‘nfina
Quan la mane di sole gelato svallò ‘sì uguale
A tant’altre_e ‘n sior canuto dresso ‘n marsina
Lassò cader sul banco un panno a ver regale
Di fino cucito, cremisi co’ maioliche ‘n centro,
Che Gullielmo disvolse coll’attenta cura
Ch’esso dimandava, scoprendone didentro
Un oriolino di tasca che parea di divina fattura:
Le braccine arzigogolate lo scrutavan ferme
Didietro d’un quadro lucido, muto e istrione,
E coll’aurore riflesse ‘n li stessi lo tenne
Dinnanzi dell’occhi scuriti pe’ curio e quistione
Come qual mossa d’un alma, metallo ‘n carne
Minuta e cortese la lama lucente sforzava
Di poco di lato, scoprendo le viscere ferree
Or parvendo bocca al soffitto dipanata.
Dì ancora ed altri in la stasi scandita dell’altre
Braccette spigliate che ‘l memoravan dell’ire,
L’oriolaio col naso per sano v’entrava nel ventre
Del chincaglio sublime che ‘n ricangiava le spire
E stillava a goccette della fronte e de’ labbri
Gemmette d’impazienza e cheto sconforto,
L’unghie d’una ghiera l’altra, in fra i becchi
E un girar mansueto, poi meno, poi_iracondo
Fino che tanto ‘sì parea venir malattia
O l’ossessione ch’ì casi didentro mordeva
Ma ch’iva carpendone sonno e, sì, monotonia,
Ch’or capiva, e no, no or il coso fermo vinceva.
Vorticava ‘n un pioggiar d’echi e meriggi,
Taluni pristini e corniciati, altri bui e ‘nfami
Ma ch’ei fondeva di poco ‘n poco ne’ telaggi
In fra le retoriche implicite dei suo’ gesti vani
E s’addossavan le schicchere_all’orgoglio
In la tenzone viscerale fra ‘l sicuro scontato
Di solitanze ritrite, com’il bianco d’un foglio,
E la fame d’un disagio ‘sì perfetto e dannato.
Pezzo di ferro dall’anni non detti, ch’or pari
Compagno inatteso de’ viaggi ch’ei solo
Fe’ ‘n testa, que’ monti distanti, que’ oscuri
Labirinti, que’ tempestato fradicio molo
Ov’il suo ego or siede, s’alza, or muto, or cieco,
Gullielmo s’appaga or coll’alma capita
Ch’il tempo di torno par moversi seco
Ma ‘l moversi in fra ‘l tempo è_ov’è vita.
Mi conforto ‘n quelle solitanze
Che tanto impedono quant’accomodano;
Vedansi più scritti, più stanze
E l’implicazioni che ne conseguono
‘Sì ch’aver scuse (e) rimostranze
S’addice all’insupermento
M’anche_al saperlo e farne arte
Quando so che so che mi mento.
L’amore si misura in quante vite paion trascorrere
Quando s’è lontani l’un dall’altro.
Scordarsi di dimenticar del fu
Quan v’è motivo, senso e senno
Ha’l retrolfatto d’la follia, un’accenno
Di que’ bipolarismi effimeri che tu
Orgogliosa mostra’i, e cui mi pareo
Tant’oltre, sin giurre pensar poi
Ch’eran lo ch’eravam noi,
Una folla d’errori e carnal deseo.
Scelti e sciolti nel pentirsi, i percorsi
Ch’affrontiamo vacillando
Ch’han biforcato poscia 'l dirsi
Ch’odiavo attender il tuo quando
Eppur il tempo ha smesso, ormai,
D’aver quel glabro_occhio severo
Or ch’un adesso dura quant’un mai
E resti 'l vento del mio veliero.
Vengan dì, infine, di proverbial mestizia
Ché vo’ prosandone fin da piccino
E ne comprendo, or il pianto, or la letizia,
Ch’inver l’anelo e imparo e affino
S’èssì ch’arte fan, sol di grigiume,
D’afflizione splenica e velleità,
Suvvìa, tra colli immonde di pattume,
Clara e cecante è mia sovranità.
Crepuscola goffamente, bisbiglian l’arie
'N eco soavi di celati approcci
In tra le piegature d’anime sedentarie
Ov’or ancor batte lo che resta in cocci
E ronzan beffarde 'n onirici sprechi
Le spemi sperdute a rimpattino tra l’astri
Che fiaccolan silenti, ch’ammiriam ciechi
Tra le braccia di sì tanti disastri.
Scoprimmo il cadere e’l cadenzare
Dell’ombre, del rovinar tra roveti,
Dissonanti e delicati nell’errare
Coll’occhi neri, pe’ pace e divieti.
Mì dolce riso, ivi sereno splendi
D’ignoto appreso in volo,
Dell’altre ombre ch’ancor attendi
Seppur lieto, in cielo buio e solo.
Vela ‘l pianto, mi difende
O par ch’inganna, in meco chiuso,
E dalle rughe acché sottende
I’ sospeso, penso, tra lamento e fumo.
Antica pena, v’è già al sol sorgendo,
Onorabile, riverita_e indenne,
Lì, coce arando, 'n piedi a stento,
Alli maiuri campi, sudor stenne.
Sì adusato, l’omero strenuo và
Sin affisar propria ragione
Che monologa di nobiltà
Ma è andar cupo senza cagione.
Torpor e sospensione,
S’attorciglia su d’essa,
Spelonca in dove
Ogniddì ivi confessa
Miseria sommessa
E_occide ‘l nome,
La rima è la stessa,
Brama e(’) fulgore.
La stessa.
Penan via giorni d’estate
Su’n crinale cerato
Ov’or coll’ali spiegate
Lasso il moto pensato,
Checché_un mese passato
'N pindarici carpiati
M’ha soltanto portato
Ad amar nostri fati.
Càpita ch’anche privo di coscienza
Cado 'n disei d’altro_esperirti
Tal qual altra notte d’assenza
Giusto fuggita 'n questi versi
Coi brandelli onirici ‘ncor certi
E ‘nquadrature da sufficienza
Ma gratitudine nel vederti,
Metempsicosi de’ tu’ essenza.
Più_arduo 'l convincermi dell’ovvio
Ch’inventar cagion e scusa
Sì ch’ad ogni vampata d’odio
Altre tante d’amor da musa
Frattanto allà d’una porta chiusa
Un io sgorbiato ‘n colori_a_olio
Svalla e arcigno dimanda pesa
Pe’ lo che chiam pensare m(a)_é ozio.
Da qualche parte, nel mezzo,
Stalla 'ncolume_ogni frase
Caricata 'ncora n’lo scavezzo
E’l riflessivo suo beare;
Ch’ordo fati_in levare
E(d) odio lo stesso disprezzo
Dell’elidere 'l male,
Quel mal che mi tien rubizzo.
S’affà limpido_ormai, 'n lo ciel torvo,
E 'l dirmelo 'ncora è sol male
E sfugge stanco, sporco e sbronzo,
L’omo ch’ero 'ncor ieri, tra 'l sale
E ‘l fragil stare ad aspettare
Un mondo o (d)due, un giorno
Di pace, m(a)_è ‘sì palese_e triviale
Che so’ 'nnamorato d’un ricordo.
Ristetti gelato, stamane,
Com’altre volte e più
A riscriver del banale
Colla nuova penna blu,
Quella ch’anche tu
Usasti sin pensare
Pe’ncider ciò che fu:
Solo 'n estivo temporale.
Và ch’atipico_e_antitetico
Lo che m’ostin_a chiamar 'more
Se 'l diario mugugnar scettico
Non risponde d’alcun ragione
E fò l’opposto, quasi bene,
Sinonche poscia 'ncespico
Al primo nembo d’odore,
Di memoria_o fame, ‘sì patetico.
Ceroni_e scacciacani
Ormai 'l vespro oll’alba
Contra l’andirivieni
Dell’ansiosa e scialba
Eco ch’ancor parla
E vanta problemi
Senza rimedi
E me li poggia
Sulle mani.
Vero, è, Duchessa, ch’in_fondo
Anche l’aspettar vano
Par non bastar. Ed è immondo
Il peripatetico e mondano
Tremar della mano
A(d) ogni acuto sordo
Ch’arriva pe’ lontano
Ma ch’è sol il mondo
In cui lento affondo
E non l’amor ch’amo
E l’amor che temo
Un poppiù ogni secondo,
E’n ogni, i’ so’ un po’ meno.
Forse è solo zucchero e miele
In una tazza di caffè bruciato:
Dolce e sopportabile
Ma non il sapore che cercavo.
Fiero cor và_e sospira
E che’l tempo spiri, aggira
In mente men stanca
Un sol ch’in ombra si franca.
Orizzonta arcano
Sui neri del piano
E_i dì a passo lento
Smovon cigni al vento
Or che l’alba tarda
E procedo in barda
Col miro più grave
Per lo ch’anima save.
Attesa è ser umano,
Speme e affanno,
Aratro sul seme
Tra noia e temere
Così 'l cor vacilla
Pur se fiamma 'n si smita
Ché v’è nova virtù
Nel mutar grigio 'n blù.
Così 'l cor giace
E 'n grembo carezza
'L tempestoso mare
Che 'mbello 'n destrezza.
Diletto tormento di tutte l’ore,
In arcani rigetti m’ingegno e moro
Serrato in incanti e qual disonore
‘N cui par stringersi ‘l nodo
Com’edera avvinta a tronco,
Così memoro sin volendo
In danzellar meco stanco
Al tono sordo del silenzio.
Quill’impresa a me giunge
Ond’impeto vigoroso pervade
Ello scriber nobile funge
D’esorcismi e cure rade
E 'l calamo è spingarda
Or ch’ì, schiena ai bricchi,
Guardo 'l buco che mi guarda
E sento già (i) ferrosi nicchi;
S’ispara ‘n favelle_empie
E de’ miè vagare allodiali;
Poi m’attraversan le tempie
E s’appoggian all’altri mali.
S’é fatto sin casi tedioso
Oramai, che pormi a mero
Lettor critico o studioso
Veo ch’è nero e solo nero
Ogni tetràmetro che poso
A ton solenne e serio,
Malinconico e arreso,
Un magnifico impero
Che porta il tuo viso.
Doveo comprender
Solo assì, sol nel fallo,
Ch’ogni giorno indenne
Infine è stasi e stallo,
Che amar l’errore
È amar l’amare,
Ch’imparo a nuotare
Solo se provo ad affogare.
Dinnanzi all’emporio de’ non ricchi,
V’era lei vestita ‘n stracci,
Vimini e arnesi tra i bracci
E lune di troppo nell’occhi.
Ettù scosti i tuoi ché non vive
Se non senti nanche la voce
O ver lo che resta d’atroce
D’una vita di cui nessun scrive.
Và, và, che roba, và:
Questo star incastrato quà,
Sorrisi_e lacrime a metà,
In un menàge à trois
Tra inappagabile infelicità,
La curiosità dell’aldilà
E la mia morente anima punk
Ormai troppo stanca
Per ricordarmi che dall’università
Potevo anche uscirne
Senza storie e paturnie
Ma dignitose lusinghe
E ritrovarmi quà
Tra accenti a caso,
Chiuso in casa
Col muso.
E solo.
Lo so.
Pareva la fine dell’ennesima estate
Sul vibrare echeggiante dell’ultima cicala
E sussurravi cheta dalle tue calze spaiate,
Sdraiata tra le sedie della sala,
Che i primi freschi del mese
Saran le mani che mi cercherai,
Che i caldi camini di castagne
Saran gli sguardi che mi ruberai,
Che i cremisi stemperati del paese
Saran la lacrime che celerai
Tra una felpa, una sciarpa, una pigna,
Sarai l’infinite estati che mi regalerai.
Me “e” te.
Senza “o”.
Nel velo sottile d’un crepuscolo stanco,
Ov’arie serban l’eco de’ nostri silenzi,
Mormoran rammarichi da sotto ‘l banco
E i sospiri si veston di sordi cadenzi
E v’è ‘l soffio che parla ‘n lingue di niente
E ‘l pensar par roccia e piombo
‘n cui l’esser, d’istante assente,
Si ritrova e riperde ‘n proprio rovombo
Essì tra le pieghe or saporo
Amarognolo ‘l veneno d’lune nascoste,
Balsamico e frizzante, il coro
Che sulle membra ‘mbrunite s’accoste.
Orlo cheto d’albori
E casupole ‘n sogni spersi,
S’apre ‘l guardo in (c/d)olori
E volte d’inchiostri in-versi;
Elli, alchemista de’ mattini
Mescia ‘l mio elisiro nero
Men suon di soldi fini
Son promesse ed or pensiero
In vapor di gente affila, al vetro,
E i bracci al buio che fugge,
Volti ‘n calembour avanti eddietro
Sul legno marcito che strugge
E_odo le serrature, cantano,
Asfalti sonanti ‘n soliloqui ‘n moto,
E l’isole dell’anime, e ‘l vano
Venir d’un giorno, grida, muto.
Camere sin favella, l’ora sosta
Tra i saggi sparsi, l’intenti sparuti,
E ‘l far nell’angolo ch’osta
L’urgenza dell’affari incompiuti.
Del dimani l’eco par lunga a seguir,
Vossia, sirena del poi lontano,
Litania del tornare a compatir
Quel gesto ‘n fatto, teatro sin piano.
Gioco d’attesa e perdo, difatti,
Giogo d’attese, d’intenti ‘l morso,
Far sì, ma in là, restar inesatti
Da qui, clochard su fervente corso.
S’insinua lo scorrer fuggiasco,
Tra l’olmo e le falangi, s’adagia
Nel languor soave d’un dì che strascico,
Lo stesso tempo che dimanda e ragia
E non ché manca, penso cauto,
Ma ché quissà vo’ spargendolo
In chel rimuginar fatuo
Tra i brevi silenzi d’un pendolo.
Vita s’erge e s’altera a chi invero
Ammé non lassa nel ludibrio del nulla,
A chi non crasa seppur austero
Il far l’affabile per scioar via la bolla.
Sovr’alture ov’ancor s’erge
Lo poco del castello a me rimasto,
Piango ‘l maniero mangiato dal verde
Del mio pianger nefasto
D’le maniere sbagliate, del niente,
Dell’arsure di gote, d’le mie stasi,
De’ dubbi, delle nove domande
Ch’ancor non so come farti.
Sotto ‘sto cielo sputato s’annida
Un cumulo di macerie, polveracci,
E’l cor ride e lascio che rida,
E l’amor si straccia e lascia che si stracci.
Sto ‘n piedi a stento,
Sono le sette
Di mattina, penso,
Secondo le lancette;
Le mani al mento,
Sempre più fredde,
M’ami, mi mento,
Le palpebre strette,
Sale che scende, sento,
Poi, le luci spente.
Non basta ‘l tempo:
Le mie ferite son infette.
L’ultimo inizio, mi giuro,
Aloni e fumo sulle lenti,
Macchie di whiskey sul muro,
Briciole sui pavimenti,
Sbuffi morenti di profumo,
Resti di buio tra i denti
Mentre lento maturo
Solo grazie ai tormenti
E d’un viola scuro
Si coloran gli stenti
Ma, senti, tra ‘l sole,
Pioggia, nubi e parole,
V’è ancora ‘l mio nome
Portato dai venti?
Mentimi.
Quest’èll’angolo celato ove tutto sosta,
Qui ‘n un giardino mirifico e mesto,
Sfregiato dall’ultime gioie scomposte,
Sprecato dall’echi e d’un tremor funesto,
Spennellato d’erbe casi mess’apposta
Fra ruderi e rugiade, con elli resto
A discorrer del tempo che non devasta
Ma non passisce l’amor ch’ancor vesto,
Quel patir sorridendo che ‘n si guasta,
Quel gettar sul foglio mi’ più onesto
Confessar che ‘n passa, amo e basta.
Nulla, finora, ho trovato_a corte,
Ne’ libri, ne’ sogni, nel sesso,
Che sia sì fragile e sì forte
Com’una promessa a me stesso.
Passato
Fors’il gelo ch’or avviluppa tutto,
Mi spiego, orbene, mi giustifico,
Ch’ancor da dì m’attiene al letto
'N cui sproloquio inprolifico
E maledico 'l me che dassù veo
Ma ch’in fondo 'n c’è, nevvero?
Torsoli d’lo ch’ancor creo
Sparsi sparuti tra i pianti del cero
Ch’accompagna le ripicche,
Talvolta 'n eccesso austere,
Del mio inerte dar di stecche
Persin su le strofe più vere.
Sì che sfuma sin voltarsi
'N altra sera d’attesa e speme
Accartocciando i sorrisi falsi,
Le nocche scure, le tasche piene,
I molari pressi, bestemmie al muro
E versi e versi di quel passato
Ch’ancora fingo sia futuro
Ma ov’ancor son ancorato.
Si cade 'ncora ov’ormai vite 'ndietro
Ti gettai, tra l’errori e ‘l cheto uccidersi,
Nei tappeti scompigliati dai cocci di vetro
Che riflettean discorsi de’_'n voler perdersi
E l’ultime cose non dette che, a pensarci,
Fan del detto il più superfluo dell’errori;
Sì ch’ancor veglio dì per dì a sperarci
E negar qualsivoglia, dal fin all’albori,
Ed odiarmi ed odiarci e mancarsi
E poi 'l cranio sul legno, che 'n fa male
O forse non abbastanza, e 'l solito
E cruento silenzio del vuoto ch’indomito
Inquina 'nche l’eco del gaio pensare
Chè forse, 'sì è fatto il sentiero del poi,
Di frasi ritrite ch’impiccio e svanvero
'N cerca del senso, quel senso di noi
Ch’infine non fu, chel noi che macero
E 'n riesco a scordare per strada
E 'n riesco a 'mbrattare di gioie
E 'n riesco, non riesco, per casa,
A sommerger di fumo e di noie,
C’la nausea del farsi coraggio
Soltanto per pena, obbligo, caso,
Coll’abiti nuovi che planan adagio
Sui solchi affamati d’un viver randagio
E penare, pensare, dannare i tuo’ cieli,
La sete d’urlare e tornare a spirare
Di noi, solo noi, di ieri e di ieri;
Ricordi i ricordi di noi 'n mezzo al mare
Di 'lo che 'n si fa, pondera o dice?
E iva a mille, sia l’anno, ch’il core
E ti dicesti, mi dicea ‘sì felice
Tra due sorsi, quiete e 'l torpore
E sì, 'sì 'ncor resto, 'sì sto,
Contando l’ore, coll’occhi 'mbriachi
Di quel che non avremo e non ho,
Colli strascichi del nostro meraki.
Sogno l’ultimi_istanti prima ch’il sono,
'N tempo arcigno, ormai tenero
Dell’allarmi, squarci ‘l vuoto
Del mio reposar appena becero
E plàcasi sol in soggiorno,
Sol co’ lepidotteri apotropaici
Ovver ammè ch’allieto ‘l giorno
Sfidando l’incompleti mosaici
Ch’ogniddì più vasti scopro
E pe’ ogni tassello, due buchi appaiono
Ma 'n ogniddì le coordinate trovo
P’altri cento che sospesi spettano.
Pantani lillipuziani d’olio e_asimmetria
Bracciati d’le prime scie del fuori
Vàrdanomi ‘mpazienti, n’la mia agonia
Embrionale, ne’ mie’ novi dolori.
I’ col capo volto e labbra cascanti,
Fra ‘l bisticcio e l’adulazione,
Vivo la quiete, la vita dei grandi,
Fianco ai quali scriverò ‘l mio nome.
Vorrei narrar d’le volte 'n cui tal poco fa
Mi desta 'n poca aria 'l tuo fermarti
E 'l mio vederti nell’inconscia insobrietà
D’un altro sòpore frantumato 'n parti
E resta 'l nulla d’un risveglio madido,
Avvolto al nulla e d’un deseo inetto
Ché son pur’io soltanto un abito
Ch’hai scordato sopra 'l mio letto.
S’abbassan l’albe e con lor i muri
Ch’allenato a percoter cedon appena
E levàti i fardelli, levàte le scuri,
Le dita salde ‘l manico ‘n focena,
Piomba ‘l colpo dell’atti sicuri
E ‘l fato mi danna, si strema,
Ma spalle a ieri lasso s’infuri
E di fato mio la tasca piena.
Occorron primi allori
Pe’ fatiche mie’ fatte
Fin del dì l’albori
Quasi fin la notte
Ch’ancor piagne,
Cerca pace ‘n sogni,
Notti di fogne,
Mostri, vani bisogni.
Tal’è l’ira dell’ego
‘N tenzone coll’io,
Bellan d’amor e diniego
Ed esplode ‘n mormorio
Eppur dibatto colla morte
E ‘l suo menacciar vuoto;
I’ ogniddì più forte,
I’ ogniddì più uomo.
Di basso un alto cielo, ‘n bosco or denso,
Ove il sol a stento danza su vetusti rami,
S’anima l’errar d’un pensiero insenso
Pe’ risposte su’n mondo sin dimani
E lì tra l’antichi e saggi morenti fogliami,
Soffoca ‘l vento ‘n oblii che risorgono
E ogni inerzia un sussulto e cera sulle mani
Ch’ora i tempi stretti e più stretti tengono.
E si van silenti l’ombrosi fini
‘N giuochi ‘n luci e scure meste,
Or ch’un dì sorrise, or ch’in disuso
Sta ‘l sorriso ch’ì teneo soffuso.
Sì ‘n antri spogli annaspa vinto
‘L cor di cocci e spemi svanite,
Pulsan lievi vite finite,
Sperdon grevi, i timor temuti.
‘Sì tra ‘l piegar d’amor muto
Or vago ‘ncora in cerca:
Quissà un lume acceso al muro,
Oppur solo l’ultima carezza.
Notti d’astral splendore, lune e(d) io
Meco ‘n chiosa sul dolor della mia schiena
E de’ reconditi vuoti ‘n cui gelido e pio
Vo’ scordando lo ch’all’uomo m’incantena
Ma sentieri di sentieri errabondo vago
Sin mover l’ore, a trascinare ‘l passato
Che s’amena allegato ‘l mio spago
E dibatte meco ma_a_un me dileguato.
‘Sì ‘n tal sognar di tempi e memoria
Confondo ‘l dimani coll’ieri e l’ora
E un’ora ancor_a scriver la storia
Che vedemmo finire già_allora.
Sol tra venti e ciancere,
Longo passi già calcati,
Colla fame e le vanvere
De’ passati mai narrati,
Son tra genti or strane
E l’ombre basse de’ gabbiani
Ov’allora, d’altra fame,
Rincorrevo altri dimani
Ma qui che ‘n so più piangere
Resta lo che regalàvimi
Poggiata a un caldo stipite:
Amore, forse odio, ma brividi.
Ero come voi, vite dietro,
Com’elli ch’or sin pena,
Almeno in fori, inniora bieco
Che d’el la man ella anela
E poscia l’aria sin favella
Che pe’ costume od agio
Tra lor mani furia scella
Ch’el l’afferra forte (e) adagio
E come voi fui, giovine,
E ‘n un battito ven l’oblìo
Ma tu ama, sballia e scrivine
De l’amor ch’avrei amato anch’io.
Erro per vita o quasi, ma pellegrina
Ove cada passo mena a più basso vallone
E l’alma lassa, di doglia che spiena,
Va rassegnandosi all’afflizione
Qual foglia ch’allor scinde di ramo
E ‘n soffi bruti trova ‘l suo andare
‘Sì paio l’oggi, col gusto gramo
Dell’ardimento che va a morire.
Ancor fuggiasco pe’ caligine scura,
Nobile dolgo, tacito e immondo,
Ivi ov’è l’essenza, solinga ‘l cosmo,
Lamento alli zefiri l’ atavica paura
E ‘sì lassa e pura pur anela
Sin trovar lenimento o sentiero
Quell’eco di lieta mestizia
E tragitto or calli di lino ormai nero.
Niun astro al firmamento
E fuggo e cogito vacuo
Or che ‘l ricordar dilegua opaco
E mutomi ‘n ombra, ‘sì mi spengio.
Sto. Casi certo che mento
Sol per poi ‘n mentirmi ancora,
E ‘n ogni passo di stento
‘L tepor vanente d’la tua aurora.
So. Casi certo ch’è vano
Ogni rigo che vi dedico
E ‘n ogni dì per mano
Un sol rimpianto fetido:
No. Non ha che finire
E nulla dura più
E mi resta un fine
E ‘n sei più tu.
Sia dì assolato
Ch’in ivi pago sovviene
Ch’un me cangiato
Sia più ch’un bene
O sia dì di nubi
Ov’io mesto cogito
Che cangiar mie’ dubbi
Sia più che logico
O sia luce, invero,
O sia il nero d’la notte
Ch’ho da mutar per vero
Quissà_una volta pe’ tutte.
Qual porrìa esser cagione di sì tanto grigio
‘N cada volta ch’il pensier s’apposa per caso
Su lo ch’ì ben oramai ho di fatto compreso
Ser sola icona de l’amor che tan cantai ligio?
Orbene, quissà non volli rispondermi il vero
E ‘sì cruenti parrìan d’adesso l’ovvi senni
Ma, mesto, mi dico ch’infine l’ottenni,
Quel doglio d’amar come s’ama davvero.
Ivi, in tra l’inerzia abituale
E ‘l fumaccio scadente
M’ho chiarito sin male
E colle risa pe’ niente
Che va scemando ‘l soffrire
Quand’è dissimile, infine,
Bere e bere pe’ fuggire
Dal bere ‘n dileggio, sin fine.
O, se tornassi, qualché farìa?
Quissà convenevoli d’obbligo
Didietro ‘n torvo giubilio ‘n stia
Da ‘sì tant’ore che par comico
Ch’ì pensarìa ser anni o vite
O quissà tener rimpetto ‘l muso
E finger casi d’attaccar lite
Quantunque paia ‘n sopruso
Oppure quissà gelido e fermo
Ov’ivi mi lassasti e ‘ncor spauro
Col tumulto intr’allo sterno
E tacchette ‘n gesso al muro
Che contano ‘l tribular, l’intoppo,
Il sordo scorrer di vita incerta
E attendo o spero ‘n dì di troppo
Ma attesa è speme e viceversa.
V’è ‘n dì, chi sa di ch’anno
Ch’anche lo ch’era tuo spazio
Porgerà cordiale ‘n cenno
Riverente, cheto e sazio
Ch’ha da dir poco di novo
E pur le recchie dormiranno,
Ed oblieranno i danni e ‘l dolo
Del mio amar altalenando
Ma fin quel dì, musa e signora,
Fin quel dì ‘ncor meco chioso,
Fin allora, proso ‘ncora
Della donna d’altro sposo.
Mi par ch’oi m’urli il mare
Fin dov’ho casa ed or sento
Li sguaiati gabbiani e le rane
Ch’in quel buco mi tenean desto
E ch’in tra i brani di giornale
Iva cercandone il pretesto
Come s’il mondo avea che finire
Laddove il guardo mio s’è perso
In tra le barche e ‘l mio scappare
E tra un sol bacio disonesto
Ma com’è che resta inspido ‘l fare
Anche s’il sale lo vo’ mettendo?
Filan per ritto le strade
Che tanto mi miran correre
Con tasche di versi ‘n le brache
E poco altro che ‘n sia polvere,
La ch’esse stesse, al lato,
Fan frullar mentre passo
E un poco mi sta piccicato
Di ‘sto nuvolo gradasso,
Un poco al bavero rizzuto,
Un poco al cogitar assorto
E, polveroso e un po’ canuto,
Dallo specchio mi veo già morto.
Ch’avrei dovuto dimandarti, oggi,
Minuta estranea colli nodi nocciola,
Che ‘n questo tra tuo’ passeggi
Hai sfiorato appena la mia facciola?
Quissà finger qualché di vuoto,
Prender il parlare? Essù.
S’avrebbe di che temer, lo noto
Com’eran tesi quell’occhi ‘n giù.
Sicché ‘n mi leggerai, nevvero?
Chi sa qual nome porti poi,
Ma t’ho vissuta ‘n cent’anni, oi,
Dal mio stolido timido destriero.
Vi torno, sia grigio o sereno,
Ma vi torno e lassa che scriva
Ch’ormai, foglio pe’ foglio pieno,
Son l’uniche latebre ov’è viva
Quell’ultima giostra, ‘n cui ameno,
Ti pitto per nulla elusiva
E vi torno, scomposto e scaleno
E’n le mani l’ennesima missiva
Ov’in guerra meco mi spiego
Il bene di lagrime e sciliva
Quando offristi ‘l nulla o meno
Ma era tutto ciò che mi serviva.
Palmi poggiati sul mento,
Lo stesso ch’or bieco parodo,
Celo e imbevo d’assenzio
E ‘ n esso discorro afono.
Salmi sprecati nel vento,
Lo stesso ‘n cui atoni fluttuano
I discorsi avvolti nel silenzio
Di due voci che mai si parlarono.
Torna ‘l dì che tanto temevo
E cui forse pensasti troppo
Ma se t’aggrada, in quest’evo
Di brina appesa al cappotto,
Discorriamo di ciò ch’in vero
Fu ‘l crescer col panciotto,
‘L mormorar stretto e blasfemo
Pe’ li vicoli ‘n rosso cotto,
Le lezioni ch’ì ‘n po’ scemo
Creìa d’oro, mero fatto,
‘L torvo incespicar ameno
Pe’ un mondo ‘sì rotto
Ch’in fondo era tuo davvero
‘N ogni anfratto, o danno,
Ogni radice bollita, ogni affanno,
Ogni volger stracco e scarno
Ed ogni guardo mio, nonno.
Volgo ‘n disaccordo meco ‘ncora
Che tanto quasi mi sfratterei
Dell’angusta e cupa dimora
Ov’ozi e vizi son cicisbei
Ma poi, io cieco e nero languo
E resta l’io di frasi, fini e prassi
Ché solo ‘l primo passo è arduo
E ‘l sentier è fatto sol di primi passi.
S’avessi ‘ncora un dì soltanto,
‘N solo misero dì, celer e cortese,
Da gittare ‘n quel tuo guardo
Ch’il primo giorno m’arrese.
V’era ‘l mare là di dentro,
V’era ‘l cielo, Dio e noi…
Creo vi sia_ancor immerso,
Mia cara, col senno di poi.
Picchia meno, se vi penso
Com’un signo di fato
O una voce, tal intenso
Mal di cranio da destato
Ch’avrìa d’incolpare
Il bere, il fumo, il letto,
E l’altre virtù varie
Che m’uccidon per diletto
Ma picchia meno ,‘n fondo,
Se di grazia vò maginare
Che, d’altra parte del mondo,
Pur teco danza il male.
T’attesi in la sicumerica attesa
Ch’un baleno oll’altro sonassi
E t’aprissi colla mano già tesa
E tu la tua ch’allor m’offristi
Ma ‘n fu oggi ed oggi appena
Riuscii a regger ritto i passi
Che d’ogni tanto si palesan
Tal beffardi istinti invalsi
E da ch’ivo dar di schiena
Fan che vo’ ginocchi flessi
A por le recchie tese ‘n lena
Contr’al legno dell’infissi
E attender ‘n’altra luna piena
E maginar tuo’ occhi fissi
Sulla stessa a cui gitto la lenza
E, seco, va ‘n essa ogni speranza.
Quando va silente il mondo
Torni tu, ormai sin bussare,
E ‘l tuo visino appena tondo
A me tant’arduo da obliare
E teco arguo sin sperare
Che, di fino, rivi, in fondo,
Il paspartù pe’ tuo parlare
Ch’è ‘sì assente nel d’oi mondo
E poi più niente, sordo sfrondo
‘N calembour e maginare
E ‘n tin di vino, checché sbronzo
Ammesto ‘l rauco mugugnare
E stendo un lauto cincischiare
E stallo trino: meco stolto,
Te di più e un noi a penare,
E ‘ncor silente mi lassi a fondo.
Fu ‘n sol battito, per vero,
Ch’in fin, di celer passo,
Movendo di rocca ‘n masso
Sortivo dal grembo nero
A ver li colli e ‘l ciel sereno
E ‘l puntinato d’acquarelli
E l’acque verdi, i fiori gialli
Che già sentìo stretti al seno;
Si serrò ‘l buco del tuo cielo
E ‘l tuo vociar si fece basso,
Fin casi opaco, tal qual quel sasso,
Lo del dì ch’in core celo
E or ì del tuo nome colmo
Come il ciel pieno di stelle,
Amor mio, A Ypsilon Elle,
Son stelle che godrò da solo.
Ci si perde, di tanto,
Qual che sia la cagione,
Ov’i dì paion mesi
Ed essi un sol pensiero;
Che sia di pezzi, franto,
Il cor alto ‘n libagione,
Lassa che soffra e pesi
Pe’ volger poi d’intero;
Imo perduti, frattanto,
‘N ogni ego che s’impone
A pugna chiuse, guardi tesi,
Lassa che si permei ‘l nero
‘N cada grigno o pianto:
Giungerà a destinazione
Quel cor di dolori arresi
Ma, ad ora, pèrditi. Per vero.
Quand’a_un muro appendo un Monet,
Quando spolvero ‘l tuo comodino,
Mi manchi quand’esce bene ‘l caffé
E quando, solo, vago ne’ gotti di vino,
Nell’odor de’ muri frescati di vernice,
Nell’echi di licorizia ‘n mezzo al fumo;
Mi manchi pur quando stiro le camicie
Ché l’acqua del ferro ha ‘n che del tuo profumo.
Di torno si va pe’ fiori e presenti,
Sian di core o costume, pur che siano,
Ed ì, ch’il dì d’oi vivo a stenti,
Mugino su versi ch’intro girano
E ormai di lagrime i mie’ amori spogli
Han di che apprender dell’accaduto
E s’han d’acquistar altri libelli e fogli
Per le cose che ‘n ti dissi e avrei dovuto.
Scendo pe’l marmo zolfato
A dì alterni, di lena,
Fin ove ‘n raggio di luna
Buca d’un bricco bucato
E_adagio su ‘n tappeto,
Ch’or braccia la mia schiena,
Si posa vicino ‘n pena
E carezza ‘l mio lato
E perusa ‘l costato
Colle dita di perla
E ‘l guardo ch’alterna
Tra l’ossi e ‘l vuotato
Baule che tengo celato
Dietro ‘l duro di sterna
E la sua mano si ferma
Al bisbiglio neniato
Del mio volto lagrimato
‘Sì che ‘n tal ratto fato
Restiam io, la luna e ‘l passato.
E se t’ascolti legger di questi vaghi
Ne’ lune di vita nova e cara che vai,
Quissà, ormai co’ desei e core paghi,
Tenta di poco di capire ‘l mio “mai”
Ch’ì promisi pur ne’ dì di tenzoni
E l’incisi ‘ncora, sopra tutto e ‘n tutto
Poiché mai vidi assennate cagioni
Pe’ ritrattare ‘l più tenero detto
‘Sì, se m’ascolti leggerti del “mai”
Di man a un altro, ‘n dì a primavera,
Quissà, di noi obliata oramai,
Stringilo e di poco appena spera
Ch’elli sia ‘ncor più de lo che scrivo,
E dallì inniorami, e tutti l’incisi
Ch’ì d’ogni modo ‘n riesco a viver privo
Del “mai” che ‘sì tanto ti promisi.
E ‘n altro dì va correndo pe’ i soliti silenzi
Che di tanta parte riempion li spazi
Tra ‘n verso e l’altro, sin conto alcuno
Dell’urla stolide ch’ergon col mattino
E vi sei tu maginata qui lato a piè scalzi
Di guardo bimbesco a giocar coll’arazzi
Dispersi pe’l tavolo, e ‘n essi ciascuno
Vaghi coll’occhi spinti d’un forcino
E vi son io mirandoti saporando l’avanzi
Dell’ultimi sogni ormai obliati a sprazzi
Sapendo per vero che ‘n sto mirando nessuno
E sfumi di nuovo e resto bambino.
Che presente ch’è stato
Quel passato presente
Ov’un passo sbagliato
Fu ‘l miglior insegnante
E che presente m’hai dato,
Mio passato studente,
Ove ‘n ero sbagliato
Ma d’un po’ deficiente
E(d) or ch’ho tasche di niente
E quel presente ho scordato
Dovrei farmi presente
Che son pur lo ch’è stato
E ‘n tra la folla di gente
Ch’ancor vive ‘l passato
Passo ì a passo fuggente
Ché ‘l presente ho trovato.
Lo ben so ch’ho di che tirar dritto
Inniorando lo che strilla ‘n rime
Pe’ le recchie, ‘n ogni giuoco da guitto,
Viluppato ‘n caffé e lattime
Eppoi istupidito ‘ncor m’azzitto
‘N ginocchi al mirar sublime
Delli strascichi onirici ‘n affitto
Pe’ le stanze, arredi e cantine
E tu, sempre tu, e teco ritto
Il mio testardo gittar concime,
E ‘n altro verso, di cruore fitto,
Altre ed altre vangate di postime,
E cucciarsi chiuso nel letto
E ‘n altro verso ch’or m’opprime
E si van punti e virgole e suolo e soffitto
E ‘sì vai tu, tutte le mattine
D’amaranto e oro, ed ì sconfitto
A scriverci insieme.
Alquanto m’inquieta veder quant’amerei
Ogni versione che fosti, potresti essere e sei.
Eri d’incanto
E d’impiego vestita;
Lattea la gota
Giù d’un boccolo stanco
E ì di lena spaurita,
Appena cantilenando
Un convenevole franto
Sulla tua noia ritrita
E, per te, giusto, l’unico,
Io fra tante persone;
Dio, che stupido
Non chiederti ‘l nome.
Quand’in le notti come questa
Giungi pe’ ‘n saluto fugace
Ove tutto lo che mi resta
È un retrogusto di pece,
Vo’ dimandandomi ‘n crocia
Colla risposta già bilica
S’anche tu di stessa grazia
Ricevetti la mia visita,
S’anche tu, d’in per la testa
Ti contenti della pace
Dell’onirica finestra
D’un “chissà” tal procace
E s’anche tu, destata insazia,
Scorri_i dì ‘ncor asimmetrica
Coll’eco mio che ciancica
D’la nostra vita onirica.
Fuor dell’appannate, già desti
Sfrigolan gli strilli de’ passeri
E i lezzi terrosi e agresti,
De’ buchi d’esse apèrtisi,
Rivan posando sui resti
Di gianca cenere e mirto
Ov’or vaghi nefasti
Scarabocchio accorto.
Oi par non sia sveglio
E forse, infine, è meglio.
Levasi ‘n sol svogliato di tepida lena
In tra i bricchi cremisi e vociar incauto
Fra ‘l sibilo freddo d’un corteo d’auto
E ‘l batter de’ tacchi che tardo s’appieda
Quand’ecco ch’anch’ì con debole schiena
M’arrocco ‘n un loden in fare oziaco
E, d’un che timido, intriso d’arcaico,
Scinno in tra gente ch’esiste appena.
Di poco a poco vo’ togliendo,
Dell’armadi panni e tessuti,
Delli sbratti un ninnolo_orrendo
E de’ dì pur affetti e saluti
Ma di poco ‘n poco fuggendo
Dell’inconscio saturo tormento
Par ch’or cada dì ch’ì spendo
Val il dazio ch’ì vo’ spendendo.
Fascinante mirarmi di colpo reagire
Al visibilio (in)naturale che m’afferra
‘N tal momenti com’or vò a dire
Dell’epifanico coriandolar pe’ terra
Ché capita sovente, troppo ‘ncora,
Ch’ì smarrisca ‘l guardo dell’appannate
Gustando ‘l roseo lieve d’un’aurora
E ‘l nulla sciapo di genti sfocate
Col capo vacuo in voi e lo ch’orora
Quissà fareste, in lo che fummo
E lo ch’è stato o detto, la storia
Ch’in cada verso poco accenno.
Oi trilla pe’ l’uscio il martelletto
Dell’avventori, o più ch’altro per vero,
De’ strilloni di torno e di rimpetto;
- lo dico, fu_una cambiale di denaro –
Che sia tale ‘l panico? Pe’ i ginocchi,
Fin la goggia che s’inarida e, bada,
Il core, oh, esso, sapessi che rintocchi,
Casi volli gittarlo di qui giù ‘n strada.
Le mani mi parver piombi, pesi
Tremolanti come la fiammella
Ch’in vero, d’alcuni ceri accesi
Osservo attendendovi ‘n sta cella
E si tesero incaute al ricevitore
Fianco l’uscio serrato, ahinoi,
Conlo che mi par sol rumore
Ma ch’è il deseo di sentir di voi
L’annunzio, un cordiale vocino,
Un qualché, e strillavano scucchie
D’l’altri ego d’in per tal catino
Che mi parea tener tra le recchie.
In esso, quell’attimo d’entropia
E d’inatteso, vi vedo, ci vedo,
Incipir novamente, lassar che sia
Lo ch’è stato - poi m’avvedo:
A prescinder sia vespro, mattina,
Sia pur solo, nel bene o nel male,
A prescinder del poi o ‘l prima
Non ho null’altro altrettale.
Un altro secolo ed altr’anni inoltre,
‘Sì com’oi, tant’altri anni aspetterei
Co’ niun riguardo pe’ modi o vòllie
Ché in tal restare mi lieta e resterei
Tant’anni ancora in lo che di noi
Di poco a meno, a stenti e lena creo
Quantunque avulso affiori il poi
Checché ov’or guardi sol te veo.
Mani tal questa mi dimando
Che sarìa s’ì non fossi senza
Tra le stanze ch’or vago stracco
Colla tazza presso tal quando
Soleo portarti ‘l dì ‘n la stanza
Dolcito col mi’ solitar bislacco
E ‘n mani giunte, di rimando,
Or compagno d’la tua_assenza,
‘N cui co’ rime cada dì m’arrocco,
Veo ‘sì vacuo e tristo ‘l mondo
Peso al sopracciel con lenza
E par bolla ov’ancor ti tocco.
Quel nebbiar di poco desto
Ch’infido m’attende ligio
In tra le pause ov’assesto
I primi senni del mio grigio
Incipisce for di contesto,
Checché difetto o pregio,
E par ch’esto buco svesto
S’appiccici dosso a fregio
E vo’ duellandolo mesto
E tra l’ovatta gremia pigio
E tra l’ovatta spessa resto
Ch’essa quissà è prodigio
O ‘l fato mio ‘sì funesto.
Lo ch’ho qui ‘n fronte, sappi,
Fra ‘l nidor deserto d’ieri
E ‘l ciarlar vanente de’ tacchi,
È un desco de’ soliti pensieri
Che rimescio cada mane
Al lumìno serio de’ ceri
Ch’ancor lasso colare
Dal lato ov’addietro eri
E graffio carte, muri, pelle
E ‘sì urlo meco volentieri
E ‘ncora pitto bolle e stelle
Sui cieli che lassasti neri
E vacuo, bieco, quest’autunno
Poggia meco su i pomeri
Ov’or, settato, poeto attento
Al lume tristo di candelieri.
Mi son giurato ‘sì tanti inizi
Ch’in fine, oi, di po’ cangiato,
Mi veo settar in tra li stizzi
D’un mutar ma non completo
E quissà è’l piovere di-storto
Che da giorni fradicia le calli
O ‘l mai sfumato ricordo
Ch’ancor s’erge delle pelli
Ma d’or lo specchio in vero
M’offre un uomo che ‘n son io
Ch’ha sì ‘l mio guardo serio
Ma non stracco dell’oblio
Ed ì ch’allungo il dito ‘l vetro
Ed elli par mirarlo assorto
E non l’alza suo didietro
Della lastra ed ì lo tolgo
Ma il vociar casi sommesso
Riva e vibra in tra le recchie
E cado piano a corpo flesso
Lagrimando casi a macchie
Ma ‘l suo riso che di scherno
Pare, o beffa, dal riflesso
M’urge bello ed ì da fermo
Cipigliato rido_a elli stesso
‘Sì che l’arto ora solleva
E lo che par il dito mio
Poggia ‘l vetro a mo’ di leva
E va scrosciando ‘n gorgoglìo
Ed ì di ritto, pronto innanzi
A porvi ‘l mio deriso prima
E ‘l brontolar more ‘n silenzi
E poi lo specchio si sfina
Ed ei mi prende, ‘n tutto,
O son io che prendo adesso,
Miro lo specchio ora distrutto
E ‘l vociar suo al mio connesso
E buio e luce ed in essa
Il nome che non misi ‘n rime;
E una fine. E in essa
Una prima e vltima fine.