Marco Delrio

Introduzione (VII)

S’ha detto tutto, oramai, dello che serve per introdurre un qualsivoglia libello di versi e rime e v’è già uno scritto, una poesiola, da qualche parte, ch’abbraccia ogni tema, ogni pensiero, ogni riflessione o epifania, tutte sempre uguali e tutte così dissimili. ‘Sì mi vedo, bimbetto, su ‘n oceano di foglie secche corniciato d’alberi nudi, carponi tra ‘l scricchiolar scomposto e lo sbuffar dell’inverno d’ogni respiro, cercando un ad una due fogliette identiche ‘n tutto. In la medesima maniera fronte ‘l foglio intonso, a perlustrar grammatiche e libroni pe’ una parola che di dentro si tenga tutto, ch’una foglia d’inchiostro sia di tutto uguale a quell’intingolo di cogito, senso, emozione, timore, spaesamento. Vita e morte. Che vi sia, pur celata, timida o incompresa, di qualche parte, quella sola sillaba o più ch’in un guardo tiene tutto? ‘Sì discorre meco ‘l mio discorrere di tutto e nulla. E mi lasso trascinare. Si vaga per infinite cagioni e niuna è errata. Queste son alcune delle mie vaghe e vagheggiate divagazioni di vagazioni.

“diVagazioni” è nato un po’ per caso quando, reduce dalle ultime raccolte di poesiole e quartine, mi ero promesso di non costringermi più a scrivere una serie di versi e rime ogni singolo giorno, alla stessa ora, ovunque e comunque, e occhio a saltare un giorno, per carità! È stato, forse, proprio il fardello della auto-impòstami costanza rimosso dalle mie spalle che ha agevolato la stesura di quella che, fino ad ora, è la raccolta di lirichette più lunga che abbia ma pubblicato, vuolsi per non aver nemmeno mai sentito la bisogna di pubblicarla, vuolsi per la spontaneità con cui mi ritrovavo a sentir la fame di scrivere, scevro dai paletti d’una data di rilascio, dalla scelta d’una copertina, da un filone di stili, temi, strutture. È capitato, allora, che mi trovassi a scribacchiare tra un impegno e l’altro, in giro per regioni e paesi, divagando sulle note del mio cellulare, frasi, brandelli, intere poesiole e arrivare poi a casa e ricopiarle, cambiarle, cancellarle, riscriverle. E poi nulla, per giorni, per settimane, dove la testa ancora poggiava sull’armonia soddisfacente degli ultimi versi scritti. D’altronde, è un po’ quello che tento di far intendere con il titolo che vi ho assegnato: sono vere e proprie divagazioni, spuntate dal nulla di un banalissimo giorno di tutto, oppure spuntate dal tutto di un bellissimo giorno di niente, le prime parole che s’affacciavano da un pensiero errabondo, così come volevano farsi scrivere, ognuna dissimile e indipendente per quanto sorella dell’altra, la materialità inchiostrata della voce che sgambetta senza pause durante tutto il dì, il volto di un inconscio che ha saputo farsi addomesticare quel tanto che basta per esser filtrato dal mio poetare per diletto. Vi sono grammatiche approssimative, talvolta, cripticità volute e casuali, rime che non funzionano, contraddizioni, vanvere e tanta, tanta musica. Che poi, non è un po’ quello che blatera la vocina di tutti, dentro la testa? La mia, però, se la tira parecchio e parla davvero strano.