L’instabile sole d’ottobre
Tra fronde di salici tristi
Riposa sul nostro parlare
Di quei giorni ancora non visti
E mi chiedi a che ora si muore
Ché il tramonto qui non ha prezzo
Ché l’ultimo è sempre migliore
Nonostante le tende di pizzo.
Di una stanza del primo piano
Carezzata da un tenue maestrale
Che cancella il silenzio strano
E l’odore dell’ospedale.
Ma ti vedo ancora convinta
Che il tuo dio possa far qualcosa
Che qualcuno ancora ti senta
Recitare preghiere in prosa.
Discorro di Nietzsche tacendo
Ché tu discorri col chierico
Che ti propina il suo tremendo
Analgesico generico.
Poi la suocera con dei fiori
La noia di sguardi al passato
Ti guardo annuire da fuori
Schiacciato sul vetro bagnato
E vorrei regalarti il profumo
Di strade passate di pioggia
Vagare qua e là come il fumo
Che respiravamo giù in spiaggia.
Rispondi con gli occhi soltanto
A macerie di mille domande
Se solo ci fosse più tempo
Oppure soltanto un istante.
M’han detto che amare è guardare
Qualcuno lasciare la vita
E ora ti guardo dormire
Immobile ed infinita.
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Canzoni D'Inverno
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Mosche di burro e instabile stomaco
E non sento più il freddo di questo dicembre
Offuscato dal fumo e foglie di iperico
E non sento l’assenza di un qualche presente
M’hai insegnato a dialogare col silenzio
Dell’inverno ormai perenne dentro me
Che confonde laghi di sambuco e assenzio
Con la flemma intellettuale del caffè
E vivo curvo sul profumo dell’inchiostro
Ormai sbiadito tra le apologie del mai
Che ripeto passeggiando per il chiostro
Tra pozzanghere di frivolezze e guai
Ché son cresciuto senza diventare grande
In una giostra di menzogne e corridoi
In una casa che ha esaurito le risposte
E lascia il tutto in pasto agli avvoltoi
E così guardo questa neve che mi ignora
Dalla gabbia di incertezze che tu sai
Fingo di poter star bene ancora un’ora
Fingo di mettere il cuore in stand-by.
Come cambiasse davvero qualcosa
Come ogni volta a giungere l’ora
Come due foglie e un tappeto di noia
E savio m’attende quel volto più scuro
Che tra mille albe vidi spuntare
Come una scure al ghigno d’un ramo
Come un mantello posato su un palo
E gracida sola la notte di ieri
E tuona lontano invece il domani
Su lastre di vetro con l’animo in tazza
Mi fingo più serio e mi vesto di paglia
Ma le ali non temono il saio sbiadito
Si arrangiano stanche su maniche rotte
Mi guardano, parlano, sembran capire
Che gli occhi che ho non posson vedere
Lo specchio di luce dal monte si spegne
Più presto di prima, tace e acconsente
E mi guardo di nuovo posato nel letto
Posato sul vuoto che celo nel petto
Finora ho tentato di credere ancora
Alle voci di speme che urlan la sera
Tra gatti e selciati corrosi dal sole
Tra mille pensieri di poche parole
Che forse fan male e ancora lo ammetto
Che forse fa bene vedermi al cospetto
Di un mondo più bello che forse non sai
Di star colorando con mani non tue
Gelato mi sporgo le ali si levano
Fragili e nere e in un verso son solo
Ché forse lo sono ma solo con te
O forse lo voglio, star solo con te.
Dal corrimano umido alla sabbia di vetro
Colleziono i rumori del mio annoiarmi
Con lo sguardo infuriato, goloso e tetro
Con le mani sul foglio, per distrarmi
La rugiada scende timida dall’olmo
E trova amiche sulla nuova mia camicia
E un sole freddo s’adagia nel fosso
In cui siedo madido d’apatia
E soliti versi dal sapore perduto
E un senno diverso, sentore di te
Tra le confusioni di un letterato
E le tue confusioni da figlia di un re
E la schiena mi lascia bloccato nel fosso
Senza l’ombra di un’altra salita
E la sera mi lancia violenta il suo masso
Che pesa anche più di questa mia vita.
Corrispondenze stantie pur futuristiche
Scivolan pei giorni lunghi e uguali
E sì che le spalmo su mode artistiche
Ma neanche i libri mi curan 'sti mali
Perché ben pochi ne han già parlato
E sicuramente non con il fuoco
Che appicco se grido strisciando il selciato
Di carta e grafite versata per gioco.
L’androne gioisce al mio eco ancora
Oggi che salgo più lento e lontano
Al brusio d’un’attesa che docile irrora
Crudele comunque, il suono del piano
Tra i soliti gesti, le spine alle tempie
Che dici son solo ferite impreviste
E il corso del tempo man mano riempie
La mia vasca bianca di rime sinistre.
Se avessi un paio d’ali mistiche
O come Icaro, ma sempre ali
Forse solo alte capacità balistiche
Per precipitarti tra le mani
Per forza poi non ne han mai scritto
E di sicuro recitato ovunque
Se all’or di un tuffo a capofitto
Nessuno arriva mai al dunque.
Lame precoci d’autunno e di rosso
A smuovere il sonno che ancora ho in bocca
E divarico spalle, orecchie e mi tocca,
Mi stende, mi spiazza il maestrale di adesso
E mi sdraio nel tentennare di un fesso
Che all’ultimo dardo che abile scocca
La mano alla faretra porta, la nocca
Che sbatte col vuoto e un sorriso sommesso.
Rapide scorsero stagioni ad un passo
Ed io che son fermo su umida rocca
Come quel fesso aspetto, una stecca
In mano, che abbocchi qualcosa e penso.
Penso che sarebbe meglio un compromesso
Tra me ed io fesso, e il cranio si spacca
A tentar di non pensare, vento e acqua
Sulla stessa rocca di prima, goccia dopo brocca.
Le raffiche m’han portato indizi
Che m’appresto a collegare
Un labirinto di virtù e vizi
Ed un ignaro a me abitare
E trattienimi la spiegazione
Al discender i ciottoli
Come un tuffo di precisione
Verso l’alto cielo di miracoli
Le raffiche m’han portato fiori
Che non distinguo dall’anime
Nemmeno il sepolcro, a colori
Nemmeno il corpo, esanime
Nella frenesia del risolto
Che crolla in assenso
E l’irrisorio risorto
Sotto lauto compenso
E afferro l’unico masso
Dell’oceano di granelli davanti
Bluastro il cielo, venato di rosso
Cremisi pennellate di rimpianto
A cui m’aggrappo a soffrire
Facile non può esserlo
Se arduo fu il partire
Ma è sempre più arduo dirselo.
Groviglio di dita inquieto
Conscio del dover trascinare
Il resto via dal pungere
Spietato del roveto
Che dal palazzo di scogli
Lo strinse quasi d’amore
Per non farlo cadere
Come limone su fogli.
Dov’è lo studio adesso
Che senti i pesi
Dei quesiti appesi
Come te al filo del fosso
E forse ché sei sporto
All’imbrunire d’un porto
Di parole di conforto
Che sai che Dio ebbe torto.
Macigni di eterno vissuto
Gelidi al dover trascinare
Noncurante del pungere
Astuto del roseto
Che dal suo vetro scorge
E lo invidia, il mare
In cui voleva cadere
In schiuma, risa e morte.
Ci fermammo dai liquori
Illuminati dal neon
Tra il colore del cielo
Che mi cela i colori
Oltre un cagnaccio
Addormentato e sporco
Tra cocci di cristallo
Sabbia e un setaccio
E giù per il ponte
Nato per caso con colla
E fanti di spade
Ma regge e risponde
All’ombre non fummo
Per più d’un ciao
Ché già abbiamo idee
Senza spazio per dubbio
E poi sotto il mare
Dicesti è migliore
Sperando sia eterno
Senza neanche parlare.
Le nubi sono solo dentro
Mentre agosto brucia le finestre
E sorseggiamo l’attesa fra il tetro
Masticare instabili promesse.
Se avessi voluto tempo ancora
Avrei giurato correndo, guarda
Ché forse il tempo è la cosa
Che tra tutte l’unica avanza.
Non sprecarne allungando una corda
Se io allungo solo il caffè
Ché settembre poi si scorda
Di quel che fummo io e te.
Siamo instabili e più fragili
Delle lacrime del primo ottobre
Sadici e inguardabili
Nel discorrere con due parole
Ed i versi miei sdraiati
Tra i chilometri ora sembrano
Un mosaico di selciati
Dove i sogni miei collidono
E siamo abili e testardi
Come il vento di novembre
Di emicranie sotto i salici
A concludere con niente
Ed i sogni miei strappati
Dai chilometri che macino
Per vederci trasformati
Dove gli altri strano parlano.
Quanto poco è verde il parco stasera
Tra piogge, lampioni e nostalgia
Tanto poco che cerco gli acrilici
Quanto triste e lontana la primavera
Che non ha meritato la malinconia
Ma solo i versi miei più prevedibili
Quanto visibilmente cede la schiena
Tra i pavimenti di colorata allegria
Tanto vale tornare un po’ isterici
Quanto cresci indomabile e fiera
Che scarabocchi le lacrime via
Ma lasciali i solchi sugli zigomi
Quanto dista dalla frontiera
Tra i ginepri e la finta magia
Tanto lontana che sembriam patetici
Quanto folle, poi, chi si dispera
Come me, noi che di tanta follia
Dobbiam dir grazie e basta ai nemici.
Stasera, piove verso l’alto
Ma mai verso un altro.
Sei solita startene sulle tue a ignorare
Come se ti fossi esercitata per anni
Come quando descrivo i miei drammi
E pensi solo al tuo zitto passare
Se nonostante il mio sforzarmi
E l’esibire i miei ancor freschi danni
Incedi in pletore di spasmi
Lungi dal deporre le armi.
Ricompensami come pensi
Se puoi paragonar il fatto
Alla rovina del tutto,
Del vuoto che senti
Se fingi di salvarti
Solo al venir la discesa
Dopo stessa virata
Sentisti spintonarti
E mai come me vicino
Nessuno forse e disse
Parole non false
Ma di cupo destino
Come me giaci
Sul palmo di rughe
Tra sanguisughe
E fiere voraci
Ché capitani lo sai
Ne han visti per ere
Ma denti di lame
Come le mie mai
E chiudili infine
E lasciali stare
Ché a navigare
Si perde il fine.
Son le undici forse ovunque
Quando piove con il sole
E cerchiamo le parole
Giuste per giungere al dunque.
Rumore di ciottoli e suole
E intorno neanche un passante
Ed io a fingermi cantante
E tu sdraiata sulle viole.
Sono ore uguali a tante
Che ho imparato a custodire
Come un boa tra le sue spire
Con fermezza e sguardo assente.
Son le undici a mio dire
Quando chiudono le scuole
E cerchiamo le parole
Giuste per poter finire.
Guardo il cielo ma un istante
E un passato da predire
E ragiono ancora in lire
Come i nonni dal mercante.
Lascio il sogno e le mie mire
A un altro giorno più splendente
Oggi piove sul ponente
Con il sole, sì, per dire.
Son le dodici tra un’ora
E canto fermo sugli scogli
Gocce e sole tra i miei fogli
E prendo fuoco e piove ancora.
Sto sotto tristi alberi ingialliti
E un buio sempre più precoce
Ad allenar silente la voce
Le mani calde tra i vestiti.
Mille pensieri son la foce
Del torrente di giornate
Spese ad abbozzar cazzate,
Non talento ma una croce.
Escon labili e bagnate
Le parole dalla penna
Come il passo che si affanna
Tra piastrelle ormai arrossate.
L’attesa è un dolce guarnito di panna
Che non voglio più finire.
Quanto spesso fa soffrire
Il tempo, la noia, ci inganna.
Come gli alberi ad ingiallire
Io sempre più buio e stanco
Come quelle a cui manco
Tanto da rabbrividire.
E sto tra un velo di case bianco
O perlomeno ore addietro
Ché ora forse neanche il vetro
Brilla mentre sotto esso arranco
Verso qualcosa di troppo tetro
A cui evito di pensare
Come se ora a camminare
Si alleggerisse il collo, indietro
Torno, quindi, a osservare
Le mille vite meglio risolte
E mille occhiate porto raccolte
Sotto gli occhi miei a mostrare
Quanto mi importano le scelte,
Anzi la loro categoria,
Errata o pessima che sia,
Perenne ginepraia incolta.
E questo sì, l’inverno porta via
L’autunno sempre troppo breve
Sebbene sia novembre e piove.
Scivolando son su scia
Di foglie e odore acerbo di neve
In questo crogiolo di affanni
In cui non posso lavar panni
Che l’Arno qua quasi mi beve.
Forse ché son quasi trent’anni
Che non esco da me stesso
Forse ché son troppo fesso
A temer dolori e danni.
Mi culla violento il gigante grigiastro
Senza badare alla mia colazione
Contornato da vuote poltrone
Quasi coscienti del ventre del mostro.
Un’occhiata priva d’emozione
Rapida e fredda degli ufficiali
E stento a mostrar le credenziali
E non mi degnan d’attenzione.
Sfumano i mille dialetti locali
Al cambiar la locomotiva
E più in là un’altra serpe arriva.
Penso ai giorni, tutti uguali.
Quelli degli inservienti, checché si scriva
Han fatto tesoro della minestra
Di noia e mali, vista dispersa
Nel detergere ogni stiva.
Arriva il fischio oltre la finestra
Spezzata dalla tenda giallina
Che già dalla prima mattina
Mi parla di un giorno di festa.
Dondola e arranca, si china
E si contorce sul solito metallo,
Confine di mappe, ma ballo
Come se fossi di nuovo alla cima.
Le ore son lente e in fallo
Quando siedo nel mio pensare
E così rapide, forse amare
O forse sono di nuovo in stallo.
Sembriamo in zone a me care
Eppure piccoli difetti sparsi
E massi dal tempo ormai arsi
Mi costringono a non restare
Come se nei pochi momenti scarsi
Per veramente fare un gesto
Avessi modo di uscir presto
E lasciar il cuor mio qui insediarsi.
Melenso e inutile rimetto in sesto
Il mio sedermi un po’ spaesato
Tra il vento elettrico gelato
E il mio vestirmi buio pesto.
Qualcuno sale, qualcuno andato
E poche soste fino all’arrivo
Ma di 'sto posto non ne scrivo
Ché già mi vorranno impegnato
E come eroe, come divo
Scendo serio coi bagagli
Metaforici e non, gli sbagli
Con cui convivo e sopravvivo.
Ci furono questioni semplici
A cui non trovasti soluzioni
E nel calare dell’autunno
Affrontammo le complicazioni.
Maggio portò il sogno
Sopra il ciglio del mondo
E gli indicammo il fondo
Senza di parole bisogno
Ma quando nel complesso
Afono del saluto rivolto
A noi mancò risposta
Ti si incupì il volto
E languida lasciasti la presa
E ti fissai serena
Crollare senza pause o pensieri
Nella spuma bianca come sirena.
Passarono giorni ed io fermo
Sul verde bagnato al mattino
Sempre sul bordo del mondo
Dove abbracciasti il destino.
A casa manca il profumo del tè
Da troppi giorni che non conto
E sei la sola a cui racconto
E la sola che non ascolta.
Marzo venne rapido e spietato
Con la cupidigia dell’estate
E il maglione fa il cuscino
Sul bordo del mondo dove son nato.
E i forse e i ma con turbini
Veloci si insinuano, caldi
Nel non saper trovarmi ancora
Nel non saper evitar i fulmini.
Gennaio aveva in serbo solo male
E fortunatamente io lo zaino vuoto,
Le tasche bucate e tanto tempo.
Troppo tempo, sempre troppo poco.
Venezia aspetta ancora, impaziente
Ma come me, ti aspetta, da giorni
Per giorni, dal bordo del mondo,
Venezia aspetta il tuo ritorno.