Scevro da qualunque pregiudizio o fine
Mi accingo a descriverti
Sera di salto oltre un confine
Buio di pensieri contorti
Calandomi dove mai prima
Avessi tempo per tornare
E poi riscriverlo in rima
Nel momento in cui successe.
Ma sono solo e solo questo ho
Un turbinìo di avanzi
Un macello di spirito
Una musica in stanze
E di quel tanto che offrirei
Ben poco, se non nulla
Già non diedi
Senza terminare
Senza rivedere
Solo spunti di vita.
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Squali Arboricoli
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Seducente scende la sera
Il ricordo del male
Di carri colmi di cera
E istinto animale
S’affaccia nel nulla
Il pallore sfocato
Stancamente si culla
E piango irritato
Ché forse non mente
Sapendone il verbo
Che tanto s’arrende
Al verso che estendo
Come quando tu piovi
Lucendo d’amianto
Serrata mi smuovi
Da un’ultimo canto
Corvina e ghiacciata
Cortine di fumo
Un’altra risata
Celata nel grumo
Dal sapore di menzogna
Che annaffio con cura
Dalla rigida gogna
Di cui non ho paura
Se abitudine insegna
E tempo mi stanca
La mente si arrangia
A un’altra costanza
Castelli di fini
Serpenti di tela
Astratti confini
Di un’ultima sera
M’arriva come un lampo, un infarto
Dicono che posso farlo
Che ha senso tentare
Che basta un ricordo
A farmi parlare
Che nulla ho da perdere
E orgoglio non vesto
Che con questo incedere
Con sogni io resto
Che tanto m’ha ucciso
Che senso non ha
E comunque sorrido
Tra i miei boulevards
Che forse m’aspetta
Che forse lo sa
Amor non ha fretta
Amor non ha età
Che sangue ne ho ancora
Per scrivere testi
Le quattro, è l’ora
Per restar desti
Che Amor non ha sonno
E ti immagino dormire.
Scivola un pallido sole tra i vetri sporchi
E scorre il sale senza freno e ancora duole
Chè tra le mani ho penne ma scrivo sogni
E già a lungo rimasi fuor de 'ste aiole.
Soltanto un sole mi avvolge di niente
Mentre il monotono suono di suole
Rimbomba in rima tra le mura bianche
E io che osservo la parte di me che muore.
Candida al levarsi come un lampo di luce
Chè con il sole oggi non ha paragone
Ma quasi un tuono, un lampo rapace
Di mille colori mi dipinse il cuore.
Sì che ne trassi beneficio, senz’altro
Come di un giorno di sole ad aprile
Come la spada approfitta di un maglio
Ma è destinata a una fossa in cortile.
E così fummo noi, ignari di tutto
Che al calar del sole ancora rimpiango
Tu illuminata di giada, magnolia e giallo
Al tuo funerale dall’ultimo banco.
Impronte,
Mani che sembrano ancora toccare
Il vetro, il cielo,
La fame di aria.
Tavoli di speme
Deridendomi
Giaccio nel cuore di un santo
Impiccato di furto
Che ancora osservo lo sgabello
Lo odio e lo amo
Ne sento la voglia
E mani acclamano
Dita mi prendono
Mi perforano
E appeso ai polsi di un angelo
Rubo un volo
Solo per lasciarmi cadere
Dove non hanno decenza di farmi morire.
Scendevo immobile come per gioco
Mentre il respiro spontaneo si blocca
Gare di forza tra i muscoli spenti
Mi sento un tronco nel mezzo del fuoco
Variabili attonite alla costanza
Del mio instabile autocontrollo
Chè di crollare fui capace, fin troppo
E resto tra i detriti senza sostanza
Senza un fine, una stella, una spiaggia
Milioni di zattere mi aspettano
E solo tu hai il mio remo
E come il vento mi sbatte in faccia
Ma non ha senso il rancore
E forse è lecito l’odio
Ma se di odio vogliamo parlare
Odiami al punto che sia amore.
Rugiade ghiacciate
Il soffio del silenzio
Il peso del collo
Al tornare eretto
La ruggine tra le dita
Le mie consuetudini
L’asociale ghigno
Di chi conosce il futuro
Nero che scorre
Fuoco, fumo
Acqua, sapone
Odio e silenzio
Odio il silenzio.
Machiavellico, oserei dire
E non ho motivo per negarlo
Che qui mi vesto da tarlo
A chi s’osa contraddire
Stupidario del mondo
Al cominciar dal verbo
Al rinnegar maiuscole
Fratello, qua mi astengo
Ma di panzane ne sai
Chè ancor cieco rimani
Al palesar di Isacco
E di chi numero scrive
Ma in fin dei conti
Non v’è più astio
Giacchè se mi importa
E’ solo pena e non passione.
Ma fin quando avrò vento
Fin quando avrà sete
La più celata illusione
Al sentirmi chiamare
Ancora e ancora lo sento
Il destino che freme
Al cercarmi un bastione
Dove dover dimorare
E mi richiusi in un segno
In una fiaba da prete
Come una nube di odore
Tra i volti al passare
Chè d cotanto strumento
La mano non teme
Né il danno o il dolore
Neppure il sanguinare
E come una nube vengo
Come una pioggia direte
Come un fasullo pastore
Che vuole solo parlare
E mi chiusero dentro
Un’intoccabile rete
Solo di volti e opinioni
Critiche e frasi amare.
Devo andare
E non ho ancora deciso
E non ho altro se non timore
Dimmi parole che non so
Sull’uscio
Una sosta inattesa
Mani infinite mi trascinano
E perisco in un bacio
Ma devo lasciare
Così sincero sarà il dolore
E così vivo il pensiero
Che potrei non tornare
Devo andare
Ora
Ora che ha senso
Chè tra un attimo no.
Ho già trovato quello che cercavo
Ma mi vedi combattere per più
E mascherare un dolore ignavo
Col sarcasmo che non hai più
Da quando hai scelto la via lontana
E ti ritrovasti con il niente
Tasche di sassi e menzogne
Al primo rintocco di campana
E io mi adagio benestante
Nella mia culla di follia
E so che ti brucia il presente
Ma io son solo sociopatia.
Ricordami il perchè
Delle grida
Che mi stordiscono
Che mi accompagnano al suolo
Vuoto
Stanco come un sentiero
Dopo la fuga dei cervi
Chè ancora non ho risposte
A domande che non hai fatto
Ma solo croste
Di ferite che m’hanno inflitto
Ciechi fucilieri
Assoldati per sbaglio
Nel groviglio di un niente
Giaccio
Sbadiglio e mi inchino
Sognando di non sognare.
Calano senza anticipazioni
Un finale di quadriglia
Mille soli e un quadrante
Quarzo e cenere sul mondo
Rosa nel mio servirti
A far lo che si aspettano
E lo contrario come sempre
Banale e postumo
Il monologo mi omaggia
E mi guardano senza lacrime
E sa di legno il buio
E ignora la folla
Quando avrei ignorato anch’io
E solo buio rimane.
Sbianca nel rumore di un tratto
Come le ultime sere che ho perso
Gettato nel pensiero dimenticato
Che ancora lunge dall’esser morto
E inchiostro ho in canna
E innumerevoli figure retoriche
Adamantio nel prostrarmi
All’inefficenza del comprensibile
E fummo assolti senza difesa
All’ora delle consuetudini inglesi
Animi partorienti e sudati
Come animali morenti indifesi
Credo mi lascerò dormire
Nel tepore di un ricordo
Fingendo d’esser mite
Fingendo d’esser morto
Languido e debole venne
Dai mobili in acero neri
Il profumo che poi spense
La luce e i miei pensieri
Ma nel più perso dei sonni
Rividi il mare e gli scogli
Le lucciole tra i cespugli
La musica dei sogni
Fu un attimo di due vite
Svegliarmi poi d’un tratto
Le mani infreddolite
Le testa nel tuo ritratto
E cosa mi resta all’alba?
Un fossato di sabbia
Un aereo di carta in volo,
Un Monet su un tovagliolo.
Ma non mi importa come
Mi importa dove arrivo
Con frane semantiche
Idiosincrasie poetiche
Magro bottino di Ercole
Sentenze previste da anni
Carambola di opinioni
Cazzate e recensioni
E aborro spiegazioni.
Corroso dall’attesa dell’alba
Tanto vago quanto esatto
Disegno suoni di carta
E mi chiedi se son matto
Al dir non v’è risposta t’adiri
E la pretendi al secondo
Forse che sì, dunque sospiri
E mi sento solo al mondo.
Un’altra notte e mi ritrovo
Nel buio di una mancanza
Un brandello di vita
Che non sembra variata
Ma se mi accomodo ancora
Sugli allori della noia
Mascherata da pigrizia
Esplode silente la storia
Del mio lento incedere
Tra i sassi più eterni
E corro fermo parlando del niente.
Sismica reazione spontanea
Al necessitar di un foglio
E il mio incedere tellurico
Nel gettare paglia sul fuoco
Che arde dove non vedo
Che pare ossigeno la rima
Introspettiva come il momento
In cui capisco che il filo
Non ha capo né coda
E ancora viaggio tra i soliti sistemi
Che mi gridano
E mi costringono
A sputare
Un criptico anatema dopo l’altro
Per liberare il demonio
Che si desta all’alba sul cuscino
E sono solo frasi da pazzo
E terremoti semantici
Mere canzoni
Di ermetica agonia
Dove più attingo
Quando cala l’ultimo sole
E voi capite
E voi già sapete.
Giro di boa
Malevolo fato
Promettesti l’oblio
E ogni volta
Ch’ancora mi guardo
Sono sempre io
E scendemmo a patti
E ti chiesi perchè
Ma sei cane tra gatti
Io al diciassettesimo caffè.
Dalla luce inusuale
Di un angolo di fato
Prima di ritornare
Dove è lento il minuto
Impronte bugiarde
Sedendo su un trono
Di pallido avorio
Rimescolar l’arte
Mentre nel recinto
I soliti gesti
Perpetuo sorriso
Di cortesia a terzi
Ciò non giova al cuore
Che esplode nei polsi
Di infiniti volti
Nessuno da biasimare.
Calcio una foglia
Come fosse colpa sua
E la pace mi ingoia
Verso di odio una gogna.
Solo due passi
Stringo le spalle
Piacere di alzar il mento
E sapere che son due passi
Facce da sonno
Stessi colori
Forse un giro per la piazza
Per dimenticare i dolori
Come un cane vago
Mostrando sicurezza
Andando a caso
Ma senza darlo a vedere
Solo due passi
Per ritornare
Che non mi manca dormire
Ma solo saper di poterlo fare.
Ma poi venne rosa al morire del giorno
E lo saluto dal fumo di un muro
Mentre occhio si chiude
Riverbero e sonno
Dal cielo più scuro
Tramonto di piume.
Quando un uragano sull’oceano
Che io v’affogo e sono vivo
E nemmeno me ne accorgo
Quando volo di frasi di pane
Che io mi alieno e poi scrivo
E non fanno più male
Quando tremi di attesa
Ché già sono morto
E dubbio ti pesa
Allora immagina
Quanto perdo
Quando penso.
Dolce e amaro al cadere strano
Piangevi al sorgere così diverso
Quanto ancora bagni invano
Ti fisso pensando incerto
Nemmeno io so cosa provo
E sei altra nuvola ancora
Poi dormirò nel tuo rovo
Come sempre senza mora.
Sull’ultima fioca biancastra luce
Si stancano gli occhi traversi
Tempo, sei sempre solo croce
Giustizi spietato l’andar dei miei versi
Quando sporgo il volere e avanzo di inerzia
In pasto al mattino crudele
Mi accosto alla fame inusuale, diversa
Che stringe la salma di un battutiere
Restìo ed eccelso, mantengo la posa
Coerente ché già mentir m’ha scosso
A cercar solo le spine di una rosa
Che in fiamme poi getto godendomi il rogo
Seppur intorno tace il cosmo
E tendo solo ad evitarne il pensiero
Ma riluttante al procedere sono
Quando albeggia solo un sole nero
E sull’ultima forte gridata voce
Si spengono gli occhi sconfitti
Fede, sei solo stampella
Che pur zoppo mi guarderai negare
E mi affondo in un secchio di sale
Ostensione di un mero ricordo
Vergine di amore, consapevole,
Che niente alberga ormai in questo corpo
E poi sull’ultimo gesto, un solito gesto
Si squartano i sogni di un uomo
Vita, sei solo l’incedere eccelso
Entropico di un viaggio nel vuoto.
Attardandomi nel vago
Ricordo di uno spettro
Di luce fu il soffio
Riflesso allo specchio
Tenace e passivo
Rintocchi di chiese
Stanco e svestito
Di un saio borghese
Malocchi e nuvole
Accarezzano il cielo
Temo di scendere
Prima del tempo
Là m’han visto e capito
E come tenerli distanti?
Spaurito m’accingo
A calpestar diamanti
Lasciandomi spengere
Fungo da chioccia
Ai pensieri d’un genere
Arduo da estinguere
E sì che promisi
Di aver tatto, empatia
Sorridere serio
Sciacquarmi di latte
Mastice e pietra
La statua al voltarsi
M’afferra e mi piega
E fummo all’incendi
Plàcati, animo
Chè già il cor soffre
Chè già stelle sanno
Quello che ci offre
Il ghigno di un male
Le ali carbone
Bagnate di giallo
In sperduta stazione
Intanto brucio
E come pelo al vento
Goliardico eseguo
Un ordine attento
E non so più camminare.
Al chè m’accingo al criptico per lo più
Se di lingue arcaiche non sorprendo
E già fu strano propormi diverso
Scoprirmi pensare di secoli addietro
E funge da lega una stupida rima
Tra l’attenzione e la superbia
Ma il pensier trema un po’ più di prima.
- Sera
- Le Quattro
- Sole
- Impronte
- Scendevo Immobile
- Mattina
- Scettico
- Come una Nube
- In Un Frangente
- Anni Dopo
- Ferite
- Crepuscoli
- Rigetti
- Alba (I)
- Critici
- Solo al Mondo
- Brandello
- Terremoti
- Scomoda Stabilità
- Luce Inusuale
- Inverno
- Passeggiata
- Tramonto Rosa
- Quando Penso
- Tempesta
- Già Tardi
- Inferi
- Cefalee Irrisorie