Mattoncini AIVERSION è la versione rivista, rivisitata, riscritta e illustrata dell’omonimo libriccino di quartine pubblicato nel 2022. In questa edizione, oltre all’aggiunta di qualche testo e alla correzione di molte imprecisioni, sono state aggiunte immagini ottenute immettendo direttamente i versi come prompt per l’AI di Dall-E sulla piattaforma di Bing. Oltre a dare un tocco di colore, è stato piacevole notare come queste evocassero ulteriori sfumature emozionali, spesso non considerate nella lettura dei versi. Mattoncini è un’altalena d’amore e pioggia, d’addii e furia, una pagina di diario che dura qualche mese e anche una vita, o poco più.
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Mattoncini
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Quiete e solo quiete.
Avvolgente, pessimistica e crudele quiete d’un palcoscenico in pioppo stantio, sì lamentoso al passo. Qui, il tempo stesso, ch’appariva scivolar via senza pietà, si cristallizza e dondola in balia d’uno spiffero, tintinnando tra i cocci dell’ultime spemi e l’alone scomposto delle mie illusioni.
Più immobile che fermo, sto, a centellinar i pensieri tra un battito e l’altro di qualcosa che ‘n sento più mio, sincronizzati al picchiettare assordante e sconsiderato d’una lancetta che non scorgo nemmeno.
Par di danzellar su gusci d’ova, tra il concreto e l’irreale, tra un solitario spicchio di sole e lo sguardo austero d’un temporale poggiato sull’abisso. Porvi ragione è tan perentorio quanto futile quando una sola pagina da girare, l’ultima pagina da girare, pesa quanto l’interi palazzi che avrei voluto ergere.
Persiste, nella coagulata coercizione, un granello d’istinto, un flebile lume di menzogne e fanciullesca speranza, aggrappato con l’unghie al deseo e’l rifiuto, tra l’arder rabbioso e l’ineluttanza.
Così, perpetua e portentosa, adorna i miraggi, scavalla i crinali e m’urla di correre. Ed i’ ‘n affanno, ‘n un carcere di fede, ‘n un’altalentante litania in minore dal bavato agrodolce.
V’è ‘n quest’attesa ‘l mio esser umano; v’è ‘n questo vaneggiar desueto ‘l mì apotropaico bellume, ‘n ogni metro di sterrato ‘n cui arranco v’è lo sfumar sagittabondo dell’unico avvenire di cui m’ero invaghito.
Indi monologo, indistinte tr’esse lacrime e risa.
I’, cor appeso ‘n attesa, ‘n_un teatro di rassegnazioni.
Michael: “Hai Paura?”
Vicky: “Di che cosa?”
M: “Del domani. Non ti fa paura?”
V: “Certo che mi fa paura; solo gli stupidi non hanno paura.”
M: “E perché, allora, non rimaniamo qui, così, adesso, lasciando tutto com’è? Perché dobbiamo andare avanti e rischiare di perdere tutto?”
V: “Perché non voglio rimanere sempre così.”
M: “Ah...”
V: “Non hai capito. Ovviamente, tutto questo è fantastico; ma non mi basta.”
M: “Vuoi ancora di più?”
V: “Voglio solo vedere cosa c’è oltre.”
M: “E se oltre c’è solo un precipizio?”
V: “Ma almeno lo saprei. Almeno potrei decidere se fermarmi sul bordo del precipizio o se lanciarmi nel vuoto.”
M: “Sì, ma anche solo vedendolo...”
V: “Come puoi essere così pessimista, dopo tutto quello che ci siamo sepre detti?”
M: “È che non so come fai a gestire questa paura di perdere tutto.”
V: “Se non le affronti, se non impari a gestirle, le paure rimangono. Io non voglio vivere con una paura nuova ogni giorno solo perché non ho il fegato di sbatterci contro.”
M: “Credi che io sia un codardo?”
V: “Beh, ma anche se lo fossi, a me che importa?”
M: “Certo che non sei d’aiuto...”
V: “Ma che mi importa se non la pensi come me? Non credo che tu alla fine saresti capace di lasciarmi da sola ad affrontare le mie paure.”
M: “No, infatti.”
V: “E allora non sei un codardo.”
M: “Ma sarei terrorizzato.”
V: “Non importa.”
M: “A me sì che importa. Tendo a evitare di lanciarmi in situazioni del genere, se già solo pensandoci mi tremano le gambe.”
V: “Ma lo faresti...”
M: “Beh, probabile...”
V: “...e a me basta questo.”
M: “Però controvoglia.”
V: “Beh, io vado avanti lo stesso, sta a te seguirmi.”
La lattina sbuffò una nuvoletta gasata che inumidì anche i loro visi e Michael bevve a lungo, quasi come a cercare di finirla in un sorso.
Dopo un istante, con gli occhi lucidi per la carbonazione della bevanda, mormorò:
M: “Credi che sia malsano questo rapporto?”
V: “Se lo fosse, smetteremmo qui, subito, adesso?”
M: “Non saprei. È che a volte siamo così diversi.”
V: “Però ne parliamo.”
M: “Eh, ma forse ne parliamo troppo.”
V: “Con consapevolezza.”
M: “Il problema è che...”
V: “I problemi si risolvono.”
M: “E se il problema fossimo noi due?”
Ci fu un silenzio inaspettatamente lungo dopo questa domanda.
M: “Perché finiamo sempre in questi discorsi?”
V: “Perché riusciamo a farlo...”
M: “Cioè?”
V: “Riusciamo a parlarne, riusciamo a vedere lo schifo e lo splendore dietro ogni sensazione che proviamo, che ci facciamo provare, che vogliamo...”
M: “Non possiamo vivere solo di cose belle?”
V: “E come si fa? Se mi dici come fare, io inizio da ora!”
M: “Beh...”
V: “Io voglio anche le cose orribili con te, voglio i problemi da risolvere, voglio faticare e vederti faticare, per poi godere davvero delle cose belle. Non siamo in un film...”
M: “Stai cambiando idea su di me?”
V: “No, Mike, voglio anche questo. Voglio anche le tue insicurezze, la tua idilliaca utopia d’un mondo senza problemi.”
M: “Sì ma è stancante...”
V: “Eh, ma qual è la ricompensa?”
M: “Stare bene insieme?”
V: “Stare bene insieme.”
M: “Mh...”
V: “Guarda, lo so. Lo so che hai il timore che quello che provi per me non sia reciproco al centro percento. E sai, magari non lo è. Magari invece sono io che forse ho paura che tu non ci sia dentro al cento percento; ma secondo te avremo mai risposte a queste domande?”
M: “Ci servono le risposte?”
V: “Esatto. Bravo. Io voglio le domande. Voglio che sia un costante chiedersi, affrontarsi, crescere insieme.”
M: “E se non avrò le forse per tutto questo?”
V: “Le avrò io. E quando non le avrò io, le avrai tu, no?”
M: “Vorrei promettertelo.”
V: “Lo so, e vorrei che me lo promettessi. Ingenuamente, anche io, nel mio terrore, vorrei sicurezze che non posso avere ora, che forse non avrò mai davvero.”
M: “Sai...”
V: “Dimmi.”
M: “...non è così spaventoso il domani.”
*
La riva del fiume brillava
Com’un quadro senza nome,
Tra minuscole gocce di rugiada
Poggiate sui denti di leone
E su’n riflesso rosso_e rancione
Stinto sul pelo dell’acqua
Ancor assopita nel tremore
D’una notte non pronta all’alba.
La solita, forse più fredda, brezza
Appiccava ‘lle gote_un incendio
E un ragazzo e una ragazza,
Seduti, avvolti dal silenzio,
Nel sentore d’erba e_arancio,
Si godean la carezza
D’un respiro_umido e stanco
Che pe’ i campi si strozza.
Marie vestia come sempre
Quelle maniche lunghe_a lei care,
Con righe per longo bianche;
L’abito ‘n preziose lane
Cadea sgraziato ‘ltre ventre
Ov’ì suo’ calzoni bacian le gambe
Incrociate sull’onnipresente
Smorfia di chi amava l’estate.
Pierre staccava per pigrizia,
Una maglia forse ‘n tempo nera
Bracciata d’una grigia camicia
Senza bottoni o cerniera
E sulle gambe un cotone da sera
Stropicciato tra le trame vinaccia
E rotolato ‘n qualche maniera
Mezzo dito sopra la caviglia.
I due fissavan l’onde,
Minute, concentriche, effimere
Delle bestiole che dalle fronde
Planavan sull’acque libere,
Colle frasi ‘ncor da decidere,
Papiri sfiniti di domande,
Tutto ‘ncora chiuso_a stridere
Nella testa spenta_e sognante.
Marie l’avvicinò la mano
A la del ragazzo, or distratto,
Voltandosi elegante, piano,
Verso quell’occhi color asfalto.
Lui la sfiorò con lo sguardo,
Bozzando ‘n sorriso amaro
Accompagnato ‘n ritardo
Dal ciglio arcato di sarcasmo.
Pierre, nell’istante, si perse
Nei pallidi riflessi del fiume
Ove giurò che nel nulla apparse
Il veder di que’ giorni, fatto di luce:
La ragazza sedea come le muse
A legger con far inerte
Qualche saggio d’amor e brame
S’una panchina sotto le querce;
Fu lì ed allora che, fegato avanti,
Pierre le si compose, infine,
Calmando suo’ arti ardenti
Nei mantra d’le sere prime.
S’incrociavan le mattine,
I meriggi e le notti, tra le genti
In biblioteca, ‘n classe, ‘n un cortile
Di conoscenti, ‘n feste di studenti.
Cambiar giro, passare lontano
Solo per tremolar nello sperato
Rubarsi ‘n cenno colla mano
O quel mezzo ghigno cennato.
Pierre, quel viso delicato,
Non lo rimuovea dal pensare:
Que’ mondi, d’inchiostro bracciato,
Quell’occhi che sapean parlare.
Gl’era come se il resto, s’il tutto,
Aldilà d’una figura perfetta,
Paresse sfuocato e brutto,
Poi la tenaglia allo stomaco, stretta.
I soliti convenevoli, l’anno distrutto,
Scuola, sfide, altri cliché,
Questioni d’età ‘n spontaneo duetto
Sull’educazione, Sartre e Voltaire.
Si videro ‘n crespucolo sfacciato,
Lontano da rigori, a discorrer e bere,
Poggiati al contorno annoiato
Della monotonia del quartiere.
Marie si perdea ‘n quel pensare
Sì, ch’è grazioso, arguto, interessato,
Non certo fisico per lottare
Mentre lui stava_a busto stirato:
Quel palmo, forse, più alto,
L’acconciatura da cuscino,
Un sospiro di barba ‘n volto
E’l riflesso pallido del corpicino
Che stonavan col guardo fino
D’ammirazione_intriso, null’altro;
Forse fu addirittura cattivo,
Pensò, giocar collui sì tanto.
Marie confondea colle cicale
‘L sorriso che li regalava,
Tentennando sullo strale
Che dal torace ad’el pendeva.
Che poi, che poi lo sapeva,
Pierre che prenderla tale
Guerra sì_impari pareva,
Rassegnato ‘l suo sognare.
Sì attenta, svelta e delicata
Si ponea la fanciulla francese
Alla corte più che spudorata
Dei gastoni del paese
Eppur, sin vaghe pretese,
L’assaporò a lui vicinata,
Una sera come mille sere;
Forse distrazione agognata?
Quell’effusioni a un repiro
Ove pronta ella scappava,
Le dialettiche, mezzo sospiro
Ov’anche la speranza giaceva.
Ma sul fiume, or, il reale tagliava
Com’un bisturi al cuor persino
Mentre, un pelo troppo brava,
Sciorinava ‘llor destino.
Schietta e diretta ‘n favella,
Pierre le dedicava ‘l tormento
Co’ smorfie di labbra e spalla,
Col discorso che tenea didentro
Ché fu un niente di tanto,
Digressione che scavalla
Q’la stessa monotonia d’incanto,
Sol raffinata storiella,
Sol palcatura di desideri
Ch’adornava ‘l castello a metà
De’ meravigliosi pensieri
Ch’ora odiava più che mai.
E allora cosa non va?
Ricominciar lo ieri,
Ricominciar ‘l viavai
Dell’esser solo stranieri?
Si rimisero le scarpe a’ piedi
‘Ntorno all’erba soffocata
In due_effimeri crateri;
Una mattina ormai passata.
Pierre trovò allungata
Giro suo’ fianchi austeri
La mano della spasimata
Con addosso suo’_occhi neri;
Lo baciò ‘n punta di piedi
Sulla gota arrossata,
Sol uno di que’ baci seri,
Un bacio da sconosciuta.
Il ragazzo stette_impassibile
Sguainando una spada
Contro ‘l cor instabile,
Or torrente feroce di lava.
Testa ed occhi ‘n luoghi diversi,
S’allontanarono ‘ncora
E Pierre, a pensier spenti
Decidea la prossima ora:
Smarrirsi nell’aurora
Dell’avvenimenti persi
O riveder, a scuola,
Que’ due mondi di-versi;
Dalla tasca, come svogliato,
Estrasse un foglio bianco
Troppe volte ripiegato,
Ironico, per lui sì franto;
Ricordò giust’in tempo
La sostanza dello stampato
E ora ‘l cestino e ‘l disincanto
Quell’amor tenean bracciato.
Si spegne dicembre sul niente di sempre
E sembra ancora Natale fuori dalle finestre;
Scrivo d’un temporale nel mio stare acquiescente
E fa un po’ meno male o, forse, è il vino che scende.
Piove un gusto di sale su un ricordo invadente
Tra il sospiro del mare e il gorgoglìo della gente;
Scarabocchio un giornale per quietare la mente
Mentre un anno scompare dentro frasi mai dette
E non penso più a niente, quel niente di sempre,
Quello senza risposta o, forse, sempre la stessa.
Mi dovresti svegliare, è un torpore sfibrante
Questo errare ed errare per un limbo a sè stante
Ma di stanze e distanze che non riesco a colmare
Pe’l mio esser cantante, pe’l mio fare inusuale
E s’usava parlare un po’ formale, del niente,
Quel niente che, a volte, so anche farmi bastare
E m’attende il domani con quel suo scivolare
Lento dalle mie mani e non so che pensare
E non penso più al resto che m’avvolge più stretto,
Quel niente che, adesso, sai, va bene lo stesso
Ch’ora un pezzo di tutto quello che tu m’hai detto
Vive in mezzo a ogni gesto e ogni cosa che faccio.
Mi trovo a dissertare del mio fare acescente
Addosso a Nietzsche e Montale, una poesia decadente
E, appoggiato al guanciale con gli occhi e la fronte,
Scrivo in fretta e un po’ male sopra un Post-It banale
Che mi manca mancarti e parlarti del niente
O pensarti pensarmi e accentuare le assenze
E, dal mio piccolo strale, sul mare in burrasca,
Avvolto in un tight pervinca e magenta,
Non penso che adesso io non possa pensare
Che il niente che ho dentro, forse, in fondo, è normale
Ch’ora il tutto che ho detto, forse in modo impulsivo,
Resta fermo nel freddo del niente che vivo
E picchia nella testa questa storia un po’ diversa
Col suo capitare incerta, col suo grandinarmi in faccia,
Eppure aspetto sulla porta con lo stomaco che scalcia
E, tra le braccia, un’altra fiacca giornataccia senza te
Che picchi in testa e in testa resti tra un sorriso e una tempesta
E resto, a stento, in piedi, al vento, solo, a dondolare in questa
Stanca e inutile esistenza, che, alla fine, s’accontenta
Di quel briciolo di niente in cui oramai, da troppo, vivo senza te.
Chiosavo meco in metrica nel vetro di un metrò;
Un cielo mesto nevica inconsueto, tra lo smog.
Pensavo alla mia America, sentendomi Rimbaud
E un tarassaco di plastica nascosto nel blouson.
Poetavo delle stesse ipocrisie ch’ancora ho
E migravano vanesse sulle mie scale di Do;
Guardandoti ignorarmi dietro una pinta di Forst,
Sbuffavano i miei drammi e mi dicevo che lo so
Che non ha senso il senso unico
Che imbocco ad occhi chiusi
E nello stomaco c’è un rave di aglais
Che ballano sui muri
E pure un pugno in mezzo ai denti quando pensi
Che forse questi testi sono sufficienti
Per rivederti nei miei gesti,
E venti versi scritti a stenti persi in quei momenti
Quando pensi siamo differenti
O forse siam perfetti…
Arrivederci nei rimpianti.
Svernavo su un prosecco rovesciato sul sofà;
Era un pomeriggio freddo che aggrigiava la città;
Io, con lo sguardo stupido, t’immaginavo qua,
Tu, con lo sguardo ruvido e il tuo Golden Cadillac,
Cantavi delle stesse discrasie e instabilità
E invidiavo le vanesse che migravano a metà.
Guardandoti ignorarmi dietro sogni da rockstar,
Spiravo tra i dilemmi e mi dicevo che non va,
Non va mai bene quel prolisso mio
Negare ogni problema;
Ho solo un altro sporco accordo
Che ricordo a malapena
E pure un pugno in mezzo ai denti quando pensi
Che forse questi testi sono sufficienti
Per rivederti nei miei gesti,
E venti versi scritti a stenti persi in quei momenti
Quando pensi siamo differenti
O forse siam perfetti;
O forse solo più distanti.
E quanti destri in mezzo ai denti
Quando leggi questi testi,
Se sono sufficienti lo rivedrò dentro ai tuoi gesti,
E venti versi scritti ai venti
Persi in quei momenti in cui
Restiamo indifferenti
Ché forse siam perfetti
O, forse, solo deficienti.
La chiglia lacerata sugli scogli
Beve sale, pesci e catene.
Il mio forziere di talleri e sogni
Si adagia, malconcio, sul fondo del mare.
L’ignoro, il timone ora fa da barca
Mentre tutti gli atolli son lontani
E ho perso un remo e una scarpa,
Stringo i denti e fatico le mani.
L’oceano che brilla di rosso si apre
E mi inghiotte lasciandomi asciutto
Ma l’acque mi pungon come spade
E m’aggrappo a un albero rotto
In attesa di un’onda improvvisa,
Titanica, se un dio esiste,
Che mi sbatta sulla prossima riva
Anche lasciando le membra esauste.
Con la schiuma intorno agli occhi
Creo contorni d’ombra e pianti
E due figure dai contorni sporchi
Dopo un giorno m’afferrano i fianchi;
Uno è colui che non sono mai stato,
Onesto e impavido anni addietro,
L’altro magari un me invecchiato,
Le mani magre, pupille di vetro.
M’arriva l’aria nel petto di nuovo,
Le dita che anelano il vecchio timone,
Poi apro gli occhi, mi muovo
Di scatto, le gambe di marmo in terrore.
Uno mi scruta, mi veste di bianco
E l’altro l’addocchia seduto su un sasso
Con l’anima pacata sul mare, stanco,
M’indica poco più avanti un fosso.
Devo morire, di nuovo, nevvero
Per poi ritornare appena migliore.
Il giovane ascolta, accende un cero,
Il vecchio affila una debole scure.
La spiaggia mi parla scrosciando,
Restiamo in silenzio, non penso
Mi alzo, poi stiamo già andando
Ai bordi del fosso, io cerco un senso.
Il gruppo si fonde, il sole mi brucia
La mano che stringe sul legno,
Mi chiedo perché per forza con l’ascia
Se neanche del manico son degno.
Ma dal bosco appare un’aurora
E perdo l’arma, cedo all’inchino.
Prende forma una signora
Di pelle chiara e capello corvino.
Mi parla con bocca serrata
Di cose che so ma che non conosco
E torno a guardarla, a me prostrata
Ora, m’avvicino, tremo e m’accosto
A cercar uno sguardo suo amico
Che spieghi risposte e vele
Sperando che l’isola ove son finito
Non sia la cornice del pozzo del male.
Il volto suo s’accenna piano
Ma all’altezza del mio fissare
Tutto vien nero, una fitta allo sterno
Mi stringe in ginocchio a imprecare.
Quel senso di vuoto alle spalle
Fa perder dal masso l’appiglio
E un tuono, l’urlo di un folle
Dipingo nel buio e mi sveglio.
Il letto ancor madido e caldo
E tu che riposi, non qui vicino,
Ti cerco nell’etere, m’alzo
E decido d’aspettar mattino
Sul bordo del mondo che già ti cantavo
A vent’anni o qualcosa di meno,
Quando volevo viver di svago
E’l bicchiere sempre mezzo pieno.
Ma come sempre le leggi fisiche
Mi fan scartar le idee illogiche
Così parlo di noi solo nelle mie liriche
E tu parli di noi nelle maree oniriche.
C’era una volta e c’è una volta ogni mattina
Quando, insieme all’Aspirina, bevo un sorso anche di te
Che, capovolta, resti avvolta in una rima
Col tuo sguardo da bambina pure in deshabillé
E poi, va beh, si fan le tre,
Saran tre mesi che non dormo e leggo i fondi d’un Moet
Ma forse è che, parlo per me,
Questo amore da vetrina implode in una bollicina
E non è seltz.
C’era il tuo niente indifferente a primavera
Quando, senza l’armatura, mi scagliavo dentro ai “se”
E, come sempre, un deficiente, per paura,
Codardia o anche sfortuna, non riuscivo a dirti che
È dal primo giorno che t’ho scorto
Che ogni giorno invento un mondo
Solo per quel nostro “se”
Ma, forse, è che, parlo per me,
Questo senso di conforto
Che mi tengo stretto al petto è retrouvaille
E c’era qualche briciola di quello che saremo
Dietro al cenno con la mano che ignoravi o forse no
E c’erano un cuscino, un cane, un calice di vino
Dentro al niente che dicevo e mi vergognavo un po’
Ché c’erano cent’anni nel profumo di cacao
E c’era anche un “ti amo” dentro al “ciao”.
C’era una volta e c’è una volta ogni mattina
Quando la serotonina prende il posto del caffè
E tu, nascosta dietro la tua parlantina,
A canticchiare una quartina sul Light Blue e il vin brulé
E, poi, va beh, sai già anche te
Ch’ascoltarti mi divelle, guarda tutte ‘ste farfalle
Ma, forse, è che, parlo per me,
Stare a scrivere novelle
Mentre piango a catinelle è un po’ cliché.
C’era una volta e c’è una volta ogni mattina,
Inchiodati a una panchina ad affinare il savoir-faire
E c’eran volte che nascosti tra le dita
Giocavamo con la vita, troppo seri o pour parler;
È dal primo giorno che mi accorgo
Ch’ogni giorno adesso ha un senso
E se lo ricordi dimmi se
Ti va di vivere quel giorno, senza sole né rimorso,
Un po’ in eterno, un po’ con me?
C’era qualche briciola di quello che saremo
Dietro al cenno con la mano che ignoravi o forse no
E c’erano un cuscino, un cane, un calice di vino
Dentro al niente che dicevo e mi vergognavo un po’
Ché c’erano cent’anni nel profumo di cacao
E c’era anche un “ti amo” dentro al “ciao”.
Arcan giochi ‘n forme
Mattoni ‘l sol sorgono
Da custodi ‘n luci d’ombre
E (di) canoscenza dormono
Di primordiale artefazione
Strati ‘ncauti, volta o grotta,
Di passato testimone
E meco altra terracotta.
E guardo lor legami
Di modestia silente
Permeata tra ‘l dimani
E la man che li sente
Che trascino velata
E ch’armonici la lassano
Ch’a (p)pensarci, strata,
Vo’ colle recchie e sentono
Oh, le storie, labori
E parietarie d’anni fa,
Narrami de’ colori
Ch’ora vedo sol a metà.
Prose, reprimande e cure
Pe’l mio amar insulso
E cocio lento sulle briccature
Del mio viver avulso.
Come sai, come noi nissuno,
E come sempre, s’ancor vuoi,
A poggiar ‘nsieme, un per uno,
I mattoncini che fanno ‘l “noi.”
Lasciami così, lasciami la mano.
Viviam soli, da lontano, lontani
Ché và ‘n altra stagione e_i’ t’amo
Più d’ieri, meno di domani.
Ingrana_a scatti, fra ‘l torcicollo_e_i delìri,
Un’altra promenade ditorno all’abisso
E colle mani ch’oscillan ai respiri
Mi chiedo se son più vuoto del foglio che fisso.
Affogammo nel guardarci,
Nel giorno, nel proibito,
Mi scordai di parlarti
Ma parlar non c’è mai servito.
Calpesto ‘ncora le passeggiate
Di quand’ aveam tutto, credimi,
Or che restan lampi d’estate,
Un croissant e venti centesimi.
Mi bastan tasche di nulla, scappiamo;
‘N faccia un sorriso e un pensiero
Che siam sempre stati quel che non siamo
E saremo sempre anche quel che non saremo.
Dispersa ‘n gocce lucenti sopra ‘l muro
Anche l’ultima speranza ch’aveo nascosto
Or che versa lacrime calde anche lo scudo
Di questo triste, torrido, crudele agosto.
Lasciarsi per non ripetersi, riperdersi,
Lasciarsi per non trovarsi più soli,
Lasciarsi solo per rincorrersi, riprendersi
E lasciarsi solo per lasciarsi soli.
Hai scordato ‘nche un tuo sguardo
Sul letto ancora da rifare
E vorrei poter pensar ad altro
O sapere di poterlo fare.
Conto gli errori sul soffitto del soggiorno
Consolando l’agogna ch’ho d’urlare
Ai ricordi opachi che mi ronzan intorno
Come mille dannatissime zanzare.
È quel che non pensi o dici
Che gratta ‘n bocca ‘l tuo gusto
E ‘l pensar che per esser felici
Esista davvero un modo giusto.
Strisciai, stanco di tenderti
Mano e vita, niuna mai colta;
Ma verresti a prendermi
Se scappassi io, stavolta?
Pensarci, fianco a fianco,
Amarsi pe’ sfizio d’amare;
Eppur siam foglio bianco
Che ami appallotolare.
Galleggio ‘n quest’inerzie lente
Chiedendo al tuo guardo distante
Se sia meglio questo viver scadente
O la mia emicrania lancinante.
Scarabocchio sul muro dei bagni
Colla punta del tu’ vecchio rossetto
Che mi stanno scadendo i sogni
Rimasti sotto le sciarpe nel cassetto.
Mi si spiaccica dosso ‘n sorriso
Che ‘n muore nanche sotto l’armi
E sarà la griffonia ov’or son disteso
O ch’or hai deciso d’acciuffarmi?
Giungea ‘l tuo profumo tra la folla
Mentre, svogliato, viveo pe’ gioco,
Spettando che l’acqua bolla
Senz’accender il fuoco.
Fors’è meglio se ne resto senza
Ché comincio quasi ad odiare
Quest’altalena d’umori_e_incoerenza
Dalla quale continuo a cadere.
Sul tovagliolo a fiori
Ancor umido di Brut
Scrivo tutti i mie’ errori
E il primo sei tu.
In ogni gesto, ‘n po’ di quel colore
Che solea meravigliar i giorni,
Colla testa ‘n guerra col core
Di nuovo, a perder entrambi.
Spiri ‘n cicatrici, lacrime pe’ saluti,
Prose ‘n piombo e meriggi arresi;
Sul marmo, ‘l mio nuovo tritarifiuti
Per cancellar gli ultimi mesi.
Nostalgica noia, perfida come ‘l sole,
Nel deseo de’ que’ sentirsi felici
Quando m’appendo alle poche parole
Che per caso o sbaglio mi dici.
Riprendo familiarità coll’odor di caffé
Scarabocchiando via i mie’ vorrei,
Bramandoti trottarmi attorno, anche se
Ormai mi manchi più quando ci sei.
Banalmente, è sempre una vita più corta
E già mesi_addietro era troppo tardi,
E so ch’aprirai un giorno questa porta
Con solo la mia_assenza ad aspettarti.
Divellersi_e studiarsi_all’infinito
Quand’ancora non t’ho capita,
Quand’ancora non m’hai capito.
Ne riparliamo la prossima vita.
Oh, respiro di nuovo, or che so
Ch’anche se per te non ha senso
Sei ormai la cosa più bella che ho
Dal momento in cui t’ho perso.
Una routine di serotonina
E una solitudine che funziona
Ché non ci sei da stamattina
E non ne vedevo l’ora.
Dai sogni alli specchi, adesso
Ch’ormai due dì che mi sveglio
Bracciato solo a me stesso
Dimandando se si può star meglio.
Chiocciole verso l’indaco
Che ‘n si scorge nanche la metà
Dal primo scalino altissimo
M’or mi sa ch’ho preso velocità.
La bozza ch’ho disegnato s’accolora
Dell’epifanie d’un mattino
N’la maniera perfetta ch’ora
Sarebbero due vite lontane da vicino.
Guardan verso ‘l mare, scalze,
Le mie meraviglie ‘n stand-by;
Ti stan perdonando mille volte
Per tutto ‘l male che mi farai.
Non ti voglio ‘ncora e t’amo
E m’ami ‘ncora e non mi vuoi
Ch’é ché non ci serviamo
M’abbiam bisogno di noi.
Tra la fretta_ e la pazienza,
A_un altro specchio_a parlarmi
Senza riuscire_a restar senza
L’agonia dell’innamorarmi.
È l’ultimo addio.
La casa e’l senno infranti
E ‘n un panico restìo
Soffoco stupidi pianti.
Sarai ‘n ogni verso
Ch’ancor ho da scrivere,
Ogni cielo, scuro o terso,
Ognora lasciata da vivere
Ch’ho combattuto e perso
L’unica guerra da vincere.
Lascia che sanguini
Ogni nostra ferita
Ora che siam liberi
Di viverla, la vita.
Dormo dalla tua parte del letto
Colla pace finta d’le tue scuse;
Dopo quanto farebbero_effetto
Queste citazioni famose?
Volte su volte che c’incazziamo
Anelando sorte di perfezione
L’un nell’altro, a ritroso, invano
Senza capir ch’in fondo ‘nsieme
Persino questo dannato settembre
Siam perfetti sempre come sempre.
Treggiorni sol e solo ‘n riflessione
A versar gasolio sulle sterpaglie
E tu vedila come disperazione
Il mio sceglier chi mi sceglie.
‘Sti mattoncini paion già castello,
Senti l’odor d’arabica e glicine?
M’ero scordato quanto v’è di bello
Nel sorridere, camminare, vivere.
S’è ‘lquanto comodi, tra ‘l me e me,
‘N una beatitudine che stràngola,
‘N una serenata di smielati cliché
Ov’i’ non toccherei neanch’una virgola.
V’è un altro me ch’ormai latita
‘N questo crogiolo d’amorproprio,
V’è un altro me ‘n ogni pagina
E tutto il resto ormai vien dopo.
Credi funga a motivazione
Pensar ove veder me stesso?
Non mirar viaggio o destinazione,
Ama ‘l passettino che fai adesso.
Ennesima rima che guarda scortese
‘N poetello che scrive tra i flûtes
L’assurdo di qualche mese
Che duran vite o poco più.
Lo faccio-ora, senz’altri ‘ntorno
E lo feci allora, anch’in prosa
Ch’abbiam avuto ognigiorno
Il modo di poter cambiar qualcosa.
Non che sia normale
Ma oggi vorrei parlarti
Ch’un po’ mi manca star male
E un po’ mi manca mancarti.
Introduzioni 2
Poesie 51
- Miraggio
- Nel Niente
- Aglais Io
- Maree Oniriche (I)
- Vaneggiamenti
- Briccature
- Mattoncini
- Così
- Promenade
- Guardarci
- Al Parco
- Quel Che Non Saremo
- Agosto
- Lasciarsi
- Sguardo
- Errori
- Gusto
- Stavolta
- Appallottolare
- Galleggio
- Rossetto
- Griffonia
- Profumo
- Cadere
- Brut
- Lotta (II)
- Tritarifiuti
- Appeso (II)
- Ormai
- Aspettarti
- Divellersi
- senzasenso
- Routine
- Sveglio (II)
- Scalino
- Bozza
- Meraviglie
- Noi (II)
- Agonia
- duesettembre
- Ferita
- Citazioni
- Perfezione
- Sterpaglie
- Castello
- Beatitudine
- amorproprio (II)
- Passettino
- Flûtes
- Cambiare (II)
- Manchi