Introduzione (V)
Quiete e solo quiete.
Avvolgente, pessimistica e crudele quiete d’un palcoscenico in pioppo stantio, sì lamentoso al passo. Qui, il tempo stesso, ch’appariva scivolar via senza pietà, si cristallizza e dondola in balia d’uno spiffero, tintinnando tra i cocci dell’ultime spemi e l’alone scomposto delle mie illusioni.
Più immobile che fermo, sto, a centellinar i pensieri tra un battito e l’altro di qualcosa che ‘n sento più mio, sincronizzati al picchiettare assordante e sconsiderato d’una lancetta che non scorgo nemmeno.
Par di danzellar su gusci d’ova, tra il concreto e l’irreale, tra un solitario spicchio di sole e lo sguardo austero d’un temporale poggiato sull’abisso. Porvi ragione è tan perentorio quanto futile quando una sola pagina da girare, l’ultima pagina da girare, pesa quanto l’interi palazzi che avrei voluto ergere.
Persiste, nella coagulata coercizione, un granello d’istinto, un flebile lume di menzogne e fanciullesca speranza, aggrappato con l’unghie al deseo e’l rifiuto, tra l’arder rabbioso e l’ineluttanza.
Così, perpetua e portentosa, adorna i miraggi, scavalla i crinali e m’urla di correre. Ed i’ ‘n affanno, ‘n un carcere di fede, ‘n un’altalentante litania in minore dal bavato agrodolce.
V’è ‘n quest’attesa ‘l mio esser umano; v’è ‘n questo vaneggiar desueto ‘l mì apotropaico bellume, ‘n ogni metro di sterrato ‘n cui arranco v’è lo sfumar sagittabondo dell’unico avvenire di cui m’ero invaghito.
Indi monologo, indistinte tr’esse lacrime e risa.
I’, cor appeso ‘n attesa, ‘n_un teatro di rassegnazioni.