Michael: “Hai paura?”
Vicky: “Di che cosa?”
M: “Del domani. Non ti fa paura?”
V: “Certo che mi fa paura; solo gli stupidi non hanno paura.”
M: “E perché non rimaniamo qui, adesso, lasciando tutto com’è? Perché dobbiamo andare avanti e rischiare di perdere tutto questo?”
V: “Perché non voglio rimanere per sempre così.”
M: “Ah…”
V: “Non hai capito. Ovviamente tutto questo è fantastico. Ma non mi basta.”
M: “Vuoi ancora di più?”
V: “Voglio solo vedere cosa c’è oltre.”
M: “E se oltre c’è solo un precipizio?”
V: “Ma almeno lo saprei. Almeno saprei se fermarmi al bordo del precipizio o se lanciarmi nel vuoto.”
M: “Sì ma anche solo vedendolo…”
V: “Come puoi essere così pessimista, dopo tutto quello che ci siamo sempre detti?”
M: “E’ che non so come fai a gestire questa paura di perdere tutto.”
V: “Se non le affronti e non impari a gestirle, le paure rimangono. Io non voglio vivere con una paura nuova ogni giorno solo perché non ho il fegato di sbatterci contro.”
M: “Credi sia un codardo?”
V:” Anche se lo fossi, a me che importa?”
M: “Certo che non sei di aiuto…”
V: “Ma che m’importa se non la pensi come me? Non credo che alla fine tu sia capace di lasciarmi da sola ad affrontare le mie paure.”
M: “No, infatti.”
V: “Allora non sei codardo.”
M: “Ma sarei terrorizzato.”
V: “A me non importa.”
M: “Ma a me sì. Tendo a evitare di buttarmi in situazioni del genere, se già solo a pensarci mi tremano le gambe.”
V: “Ma lo faresti…”
M: “Beh, si…”
V: “…e a me basta questo.”
M: “Però controvoglia.”
V: “Ma io continuo lo stesso. Sta a te seguirmi…”
La lattina sbuffò una nuvoletta gasata che inumidì persino il loro viso e Michael bevve a lungo, quasi come a cercare di finirla in un sorso. Dopo un istante, con gli occhi lucidi - per la carbonazione della bevanda - mormorò:
M: “Credi sia malsano questo rapporto?”
V: “Se lo fosse, smetteremmo qui, subito e adesso?”
M: “Non saprei. Ma a volte siamo così diversi.”
V: “Però ne parliamo.”
M: “Eh, ma forse ne parliamo troppo.”
V: “Con consapevolezza.”
M: “Il problema è che…”
V: “I problemi si risolvono.”
M: “E se il problema fossimo noi due?”
Ci fu un silenzio inaspettatamente lungo dopo questa domanda.
M: “Perché finiamo sempre in questi discorsi?”
V: “Perché riusciamo a farlo…”
M: “Cioè?”
V: “Riusciamo a parlarne. Riusciamo a vedere lo schifo e lo splendore dietro ogni sensazione che proviamo, che ci facciamo provare, che vogliamo…”
M: “Non possiamo vivere solo di cose belle?”
V: “Come si fa? Se mi dici come fare, io inizio da ora.”
M: “Beh…”
V: “Io voglio anche le cose orribili con te, voglio i problemi da risolvere, voglio faticare e vederti faticare per poi godermele davvero le cose belle. Non siamo in un film…”
M: “Stai cambiando idea su di me?”
V: “No. Voglio anche questo. Voglio anche le tue insicurezze, la tua idilliaca utopia di un mondo perfetto dove non incontriamo problemi.”
M: "Sì ma è stancante…”
V: “Ma qual è la ricompensa?”
M: “Stare bene insieme?”
V: “Stare bene insieme.”
M: “Mh…”
V: “Io lo so che hai il timore che quello che provi per me non sia reciproco al cento percento. E magari non lo è. Magari invece sono io che forse ho paura che tu non ci sia dentro al cento percento. Ma, secondo te, avremo mai risposte a queste domande?”
M: “Ci servono le risposte?”
V: “Esatto. Io voglio le domande. Voglio sia un costante chiedersi, affrontarsi e crescere insieme.”
M: “Non so se avrò le forze per questo…”
V: “Ma le avrò io; e quando non le avrò io le avrai tu, no?”
M: “Vorrei promettertelo.”
V: “Lo so. E io vorrei me lo promettessi. Ingenuamente, anche io, nel mio terrore, vorrei sicurezze che non posso avere ora, che forse non avrò mai.”
M: “Sai…”
V: “Dimmi…”
M: “…non è così spaventoso il domani.”
La riva del fiume brillava
Com’un quadro senza nome
Tra minuscole gocce di rugiada
Poggiate su denti di leone
E s’un riflesso rosso e arancione
Dipinto sul pelo dell’acqua,
Ancor assopita nel tremore
D’una notte non pronta all’alba.
La solita, forse più fredda, brezza
Appiccava alle gote un incendio
E un ragazzo e una ragazza
Seduti, avvolti dal silenzio,
Nel sentore d’erba e arancio,
Si godevano la carezza
Del vento umido e stanco
Che pe’ i campi si strozza.
Marie vestiva come sempre
Quelle maniche lunghe a lei care,
Con righe per lungo bianche;
Il vestito di preziose lane
Cadea sgraziato oltre il ventre
Ov’i suò jeans baciavan le gambe
Incrociate sull’onnipresente
Smorfia di chi amava l’estate.
Pierre staccava per pigrizia,
Una maglietta una volta nera
Abbracciata d’una grigia camicia
Senza bottoni nè cerniera
E i calzoni in cotone da sera,
Stropicciati tra le trame vinaccia
Arrotolati in qualche maniera
Per mezzo dito sulla caviglia.
I due fissavano le onde,
Minute, concentriche, effimere
Create dalle bestiole che, dalle fronde,
Planavan sull’acque libere,
Le frasi ancora da decidere,
L’elenco infinito di domande,
Tutto ancora chiuso a stridere
Nella testa ancora sognante.
Marie avvicinò la sua mano
A quella del ragazzo, ora distratto,
Voltandosi elegante, piano,
Verso quell’occhi color asfalto.
Lui la sfiorò con lo sguardo,
Abbozzando un sorriso amaro
Accompagnato in ritardo
Dal ciglio inarcato dal sarcasmo.
In quell’istante, Pierre, si perse
Nei pallidi riflessi del fiume
Dove giurò che nel nulla apparse
Il film di què giorni, fatto di luce:
La ragazza sedea come le muse
Leggendo con fare inerte
Qualche saggio d’amor e brame
S’una panchina sotto le querce;
Fu lì ed allora che, fegato avanti,
Pierre provò a parlarle, infine,
Calmando i suo’ arti ardenti
Ripetendosi mantra di sere prime.
S’incrociavan le mattine,
I pomeriggi, le notti, tra le genti,
In biblioteca, in classe o un cortile
D’amici a una festa di studenti.
Cambiar giro, passar lontano
Solo per tremar nello sperato
Rubarsi un cenno con la mano
O un mezzo sorriso accennato.
E, Pierre, quel viso delicato
Non lo rimuovea dal pensare:
Que’ mondi, dal mascara abbracciato,
Due occhi che parean parlare.
Gli era come se il resto, il tutto,
Al di là della sua figura perfetta,
Fosse sfocato, inutile, brutto,
Una tenaglia, allo stomaco, stretta.
I soliti convenevoli sull’anno distrutto,
La scuola, le sfide, qualche cliché,
Poi questioni di età, spontaneo duetto
Sull’educazione moderna, Sartre e Voltaire.
Si videro, un crepuscolo sfacciato,
Lontano dai rigori, solo parlare e bere,
Appoggiati al contorno annoiato
Della monotonia del quartiere.
Marie si perdea’n quel pensare
Sì, ch’è grazioso, arguto e interessato,
Non proprio un fisico per lottare
Mentre lui stava a busto stirato:
Quel palmo, forse, più alto,
L’acconciatura da cuscino,
Qualche sospiro di barba in volto
E il riflesso pallido del corpicino
Che stonavano col guardo fino
Intriso d’ammirazione, nient’altro;
E forse era addirittura cattivo,
Pensò, giocar con lui sì tanto.
Marie confondeva con le cicale
Il sorriso che gli regalava
Tentennando sullo strale
Che dal suo torace pendeva
Che poi, che poi lo sapeva,
Pierre che prenderla tale
Una guerra impari pareva,
Rassegnato al suo sognare.
Sì arguta, svelta e delicata
Si ponea la fanciulla francese
Alla corte più che spudorata
Di tutti i gastoni del paese
Eppur, senza vaghe pretese,
Se la gustò accalappiata
Una sera come mille sere;
Era distrazione agognata?
Quell’effusioni a un respiro
Alle quali lei pronta scappava
E le dialettiche, un mezzo sospiro
Ov’anche la speranza giaceva.
Sul fiume, il presente tagliava
Com’un bisturi al cuor persino
Mentre, quel pelo troppo brava,
Sciorinava il loro destino.
Schietta e diretta’n favella,
Pierre le dedicava il tormento
Co’ smorfie di labbra e spalla,
Col discorso che tenea dentro
Ché fu un niente di tanto,
Una digressione che scavalla
La monotonia, un incanto,
Una raffinata storiella
Un’impalcatura di desideri
Ch’adornava il castello a metà
De’ meravigliosi pensieri
Ch’ora odiava più che mai.
Ma allora cosa non va?
Ricominciare lo “ieri”
Ripristinar quello stand by
Dell’esser solo stranieri?
Si rimisero le scarpe a’ piedi
'Ntorno all’erba soffocata
In due effimeri crateri;
Una mattina ormai passata.
Pierre si ritrovò allungata
Giro i suoi fianchi austeri
La mano della spasimata
E addosso i suo’ occhi neri;
Lo baciò in punta di piedi
Sulla gota arrossata,
Uno di quei baci seri,
Un bacio da sconosciuta.
Il ragazzo restò impassibile
Sguainando la spada
Contro il cuore instabile,
Ora torrente di lava.
Testa ed occhi in luoghi diversi,
S’allontanarono ancora
E Pierre, a pensier spenti
Decidea la prossima ora:
Se smarrirsi nell’aurora
Dell’avvenimenti persi
O rivedere, a scuola,
Que’ suoi occhi diversi;
Dalla tasca, come svogliato
Estrasse un foglio bianco
Troppe volte ripiegato,
Ironico per lui sì franto;
Si ricordò giust’in tempo
La sostanza dello stampato
E ora’l cestino e’l disincanto
Quell’amor tenean bracciato.
Si spegne dicembre sul niente di sempre
E sembra ancora Natale fuori dalle finestre;
Scrivo d’un temporale nel mio stare acquiescente
E fa un po’ meno male o, forse, è il vino che scende.
Piove un gusto di sale su un ricordo invadente
Tra il sospiro del mare e il gorgoglìo della gente;
Scarabocchio un giornale per quietare la mente
Mentre un anno scompare dentro frasi mai dette
E non penso più a niente, quel niente di sempre,
Quello senza risposta o, forse, sempre la stessa.
Mi dovresti svegliare, è un torpore sfibrante
Questo errare ed errare per un limbo a sè stante
Ma di stanze e distanze che non riesco a colmare
Pe’l mio esser cantante, pe’l mio fare inusuale
E s’usava parlare un po’ formale, del niente,
Quel niente che, a volte, so anche farmi bastare
E m’attende il domani con quel suo scivolare
Lento dalle mie mani e non so che pensare
E non penso più al resto che m’avvolge più stretto,
Quel niente che, adesso, sai, va bene lo stesso
Ch’ora un pezzo di tutto quello che tu m’hai detto
Vive in mezzo a ogni gesto e ogni cosa che faccio.
Mi trovo a dissertare del mio fare acescente
Addosso a Nietzsche e Montale, una poesia decadente
E, appoggiato al guanciale con gli occhi e la fronte,
Scrivo in fretta e un po’ male sopra un Post-It banale
Che mi manca mancarti e parlarti del niente
O pensarti pensarmi e accentuare le assenze
E, dal mio piccolo strale, sul mare in burrasca,
Avvolto in un tight pervinca e magenta,
Non penso che adesso io non possa pensare
Che il niente che ho dentro, forse, in fondo, è normale
Ch’ora il tutto che ho detto, forse in modo impulsivo,
Resta fermo nel freddo del niente che vivo
E picchia nella testa questa storia un po’ diversa
Col suo capitare incerta, col suo grandinarmi in faccia,
Eppure aspetto sulla porta con lo stomaco che scalcia
E, tra le braccia, un’altra fiacca giornataccia senza te
Che picchi in testa e in testa resti tra un sorriso e una tempesta
E resto, a stento, in piedi, al vento, solo, a dondolare in questa
Stanca e inutile esistenza, che, alla fine, s’accontenta
Di quel briciolo di niente in cui oramai, da troppo, vivo senza te.
Chiosavo meco in metrica nel vetro di un metrò;
Un cielo mesto nevica inconsueto, tra lo smog.
Pensavo alla mia America, sentendomi Rimbaud
E un tarassaco di plastica nascosto nel blouson.
Poetavo delle stesse ipocrisie ch’ancora ho
E migravano vanesse sulle mie scale di Do;
Guardandoti ignorarmi dietro una pinta di Forst,
Sbuffavano i miei drammi e mi dicevo che lo so
Che non ha senso il senso unico
Che imbocco ad occhi chiusi
E nello stomaco c’è un rave di aglais
Che ballano sui muri
E pure un pugno in mezzo ai denti quando pensi
Che forse questi testi sono sufficienti
Per rivederti nei miei gesti,
E venti versi scritti a stenti persi in quei momenti
Quando pensi siamo differenti
O forse siam perfetti…
Arrivederci nei rimpianti.
Svernavo su un prosecco rovesciato sul sofà;
Era un pomeriggio freddo che aggrigiava la città;
Io, con lo sguardo stupido, t’immaginavo qua,
Tu, con lo sguardo ruvido e il tuo Golden Cadillac,
Cantavi delle stesse discrasie e instabilità
E invidiavo le vanesse che migravano a metà.
Guardandoti ignorarmi dietro sogni da rockstar,
Spiravo tra i dilemmi e mi dicevo che non va,
Non va mai bene quel prolisso mio
Negare ogni problema;
Ho solo un altro sporco accordo
Che ricordo a malapena
E pure un pugno in mezzo ai denti quando pensi
Che forse questi testi sono sufficienti
Per rivederti nei miei gesti,
E venti versi scritti a stenti persi in quei momenti
Quando pensi siamo differenti
O forse siam perfetti;
O forse solo più distanti.
E quanti destri in mezzo ai denti
Quando leggi questi testi,
Se sono sufficienti lo rivedrò dentro ai tuoi gesti,
E venti versi scritti ai venti
Persi in quei momenti in cui
Restiamo indifferenti
Ché forse siam perfetti
O, forse, solo deficienti.
Come sai, come noi nessuno,
Come sempre, s’ancor vuoi
Ponili con me, uno per uno
I mattoncini per rifarci un “noi”.
Lasciami così, lasciami la mano.
Viviamoci da soli, lontani
Ché và un’altra stagione e t’amo
Più di ieri, meno di domani.
Ingrana a scatti, tra torcicollo e deliri,
Un’altra promenade intorno all’abisso
E, con le mani ch’oscillano ai respiri,
Mi chiedo se son più vuoto del foglio che fisso.
Affogammo nel guardarci,
Nel giorno, nel posto più proibito
E mi scordai di parlarti
Ma parlare non ci è mai servito.
Calpesto le nostre passeggiate
Di quand’aveamo tutto, tutto, credimi
E ora mi son rimaste le vampate d’un’estate,
Una brioche e venti centesimi.
Mi basta una tasca di niente, scappiamo;
In faccia un sorriso da scemo e il pensiero
Che siamo sempre stati quel che siamo
E saremo sempre anche quel che non saremo.
Dispersa in gocce lucenti sopra il muro
Anche l’ultima speranza ch’aveo nascosto
E versa gocce lucenti anche l’ultimo scudo
In questo triste, torrido e crudele agosto.
Lasciarsi per non ripetersi, riperdersi,
Lasciarsi per non trovarsi soli,
Lasciarsi solo per rincorrersi,
Lasciarsi solo per lasciarsi soli.
Hai scordato un tuo sguardo
Sul letto ancora da rifare
E vorrei poter pensare ad altro
O sapere di poterlo fare.
Conto gli errori sul soffitto del soggiorno
Consolando la mia voglia di urlare
Ai ricordi che mi ronzano intorno
Come mille fottutissime zanzare.
È quello che non pensi e non dici
Che mi lascia in bocca il tuo gusto
E’l pensare che per essere felici
Esista davvero un modo giusto.
Strisciai, stanco di tenderti
Una mano e una vita mai colta
Ma verresti a prendermi
Se scappassi io, stavolta?
Pensarci fianco a fianco
E amarsi pe’l gusto d’amare
Ma siamo un cazzo di foglio bianco
Che continui ad appallottolare.
Galleggio in quest’inerzie lente
Chiedendo al tuo guardo distante
Se sia meglio questo film scadente
O la mia emicrania lancinante.
Scarabocchio sul muro dei bagni
Con la poca punta del tuo vecchio rossetto
Che mi stanno scadendo i sogni
Rimasti sotto le mutande nel cassetto.
Mi si spiaccica addosso un sorriso
Contro il quale non ho armi;
Sarà la griffonia su cui son disteso
O che ora hai deciso d’acciuffarmi?
Arriva il tuo profumo tra la folla
Mentre, svogliato, vivo per gioco,
Aspettando che l’acqua bolla
Senza accendere il fuoco.
Fors’è meglio se me ne sto senza
Ché la comincio davvero a odiare
Quest’altalena d’umori e incoerenza
Dalla quale continuo a cadere.
Sul tovagliolo a fiori
Ancora umido di brut
Sto scrivendo tutti gli errori
Ch’ho fatto e il primo sei tu.
In ogni gesto c’è un po’ del colore
Che rendeva belli i giorni
E ho’l cervello che lotta col cuore
E continuano a perdere entrambi.
Respiri di cicatrici, lacrime e buchi,
Parole di piombo e meriggi tesi;
Và ch’ho comprato un nuovo tritarifiuti
Per far sparire gli ultimi mesi.
È una nostalgia più perfida del sole
Quella dei nostri giorni felici
Quando m’appendo a quelle poche parole
Che, per caso o per sbaglio, mi dici.
Riprendo familiarità con l’odore di caffè
Mentre scarabocchio via i miei vorrei,
Bramandoti trottarmi intorno, anche se
Ormai mi manchi di più quando ci sei.
Banalmente, è una vita sempre più corta
E, forse, mesi addietro già era tardi,
Conscio ch’un giorno aprirai quella porta
E non mi troverai ad aspettarti.
Divellersi e studiarsi all’infinito
E ancora non t’ho capita;
E ancora non m’hai capito.
Ne riparliamo nella prossima vita.
Respiro di nuovo, adesso so
Che, anche se per te non ha senso,
Sei diventata la cosa più bella che ho
Dal momento in cui t’ho perso.
La mia routine di serotonina
E solitudine funziona
Ché non ci sei stamattina
E non vedevo l’ora.
Dal letto allo specchio, adesso
Ormai è qualche giorno che mi sveglio
Abbracciato solo a me stesso
E non sono mai stato meglio.
Una chiocciola verso l’indaco,
So che’n si scorge neanche la metà
Dal primo scalino, altissimo
Ma ormai ho preso velocità.
La bozza che ho disegnato si colora
Delle realizzazioni del mattino
E il modo perfetto di viverla ora
Sarebbero due vite lontane da vicino.
Guardano verso il mare, scalze,
Le mie meraviglie in stand-by:
Ti stanno perdonando mille volte
Per tutto il male che mi farai.
Non ti voglio e t’amo
E m’ami e non vuoi
Ch’è ché non ci serviamo
Ch’abbiam bisogno di noi.
Tra la fretta e la pazienza,
Allo specchio a parlarmi:
Non riesco a rimaner senza
L’agonia dell’innamorarmi.
È l’ultimo addio.
La casa esplode di bianco
E nel panico, restìo,
Soffoco uno stupido pianto.
Sarai in ogni verso
Ch’ancora ho da scrivere,
Ogni cielo, scuro o terso,
Ogni ora rimasta da vivere;
Ho combattuto e perso
L’unica guerra da vincere.
Lascia che sanguini
Ogni nostra ferita.
Ora siamo liberi
Di vivere una vita.
Alla fine so dov’ho sbagliato
Alle rese dei conti con te:
Ogni mio singolo ultimatum
Era un puntar sul verde alla roulette.
Dormo dalla tua parte del letto
Col sorriso più finto delle tue scuse.
Dopo quanto fanno effetto
Queste citazioni famose?
A volte ci incazziamo
Anelando la perfezione
L’uno nell’altro, invano,
Senza capir ch’insieme,
Persino in questo settembre
Siamo perfetti sempre.
Tre giorni solo di riflessione
A versar gasolio sulle sterpaglie
Ma tu vedila come una mia decisione
Ch’ormai scelgo chi mi sceglie.
‘Sti mattoncini paion già castello;
Senti l’odor di moka e glicine?
M’ero scordato quanto fosse bello
Sorridere, camminare, vivere.
Si stà piuttosto comodi tra me e me,
In questa beatitudine che mi strangola
E tornassi indietro, và che cliché,
Non cambierei una virgola.
C’è una versione di me che latita
Ora che sguazzo nell’amor proprio,
Sottolineando su questa pagina
Che tutto - ma tutto il resto - viene dopo.
Credi che funzioni come motivazione
Pensare a dove vorrei veder me stesso?
Non pensare al viaggio, alla destinazione;
Pensa al passettino che stai facendo adesso.
Un’altra rima che mi scruta scortese
Mentre scarabocchio avvolto di flûtes
Ch’é assurdo ch’una storia di qualche mese
Possa durare mille vite e poco più.
Lo sto facendo ora, senza te intorno
E te lo ripetevo sempre, anch’in prosa:
Abbiamo e abbiamo avuto ogni giorno
L’opportunità di cambiare davvero qualcosa.
Non che sia normale
Ma oggi vorrei chiamarti
Ch’un po’ mi manca star male
E un po’ mi manca mancarti.
La chiglia lacerata sugli scogli
Beve sale, pesci e catene.
Il mio forziere di talleri e sogni
Si adagia, malconcio, sul fondo del mare.
L’ignoro, il timone ora fa da barca
Mentre tutti gli atolli son lontani
E ho perso un remo e una scarpa,
Stringo i denti e fatico le mani.
L’oceano che brilla di rosso si apre
E mi inghiotte lasciandomi asciutto
Ma l’acque mi pungon come spade
E m’aggrappo a un albero rotto
In attesa di un’onda improvvisa,
Titanica, se un dio esiste,
Che mi sbatta sulla prossima riva
Anche lasciando le membra esauste.
Con la schiuma intorno agli occhi
Creo contorni d’ombra e pianti
E due figure dai contorni sporchi
Dopo un giorno m’afferrano i fianchi;
Uno è colui che non sono mai stato,
Onesto e impavido anni addietro,
L’altro magari un me invecchiato,
Le mani magre, pupille di vetro.
M’arriva l’aria nel petto di nuovo,
Le dita che anelano il vecchio timone,
Poi apro gli occhi, mi muovo
Di scatto, le gambe di marmo in terrore.
Uno mi scruta, mi veste di bianco
E l’altro l’addocchia seduto su un sasso
Con l’anima pacata sul mare, stanco,
M’indica poco più avanti un fosso.
Devo morire, di nuovo, nevvero
Per poi ritornare appena migliore.
Il giovane ascolta, accende un cero,
Il vecchio affila una debole scure.
La spiaggia mi parla scrosciando,
Restiamo in silenzio, non penso
Mi alzo, poi stiamo già andando
Ai bordi del fosso, io cerco un senso.
Il gruppo si fonde, il sole mi brucia
La mano che stringe sul legno,
Mi chiedo perché per forza con l’ascia
Se neanche del manico son degno.
Ma dal bosco appare un’aurora
E perdo l’arma, cedo all’inchino.
Prende forma una signora
Di pelle chiara e capello corvino.
Mi parla con bocca serrata
Di cose che so ma che non conosco
E torno a guardarla, a me prostrata
Ora, m’avvicino, tremo e m’accosto
A cercar uno sguardo suo amico
Che spieghi risposte e vele
Sperando che l’isola ove son finito
Non sia la cornice del pozzo del male.
Il volto suo s’accenna piano
Ma all’altezza del mio fissare
Tutto vien nero, una fitta allo sterno
Mi stringe in ginocchio a imprecare.
Quel senso di vuoto alle spalle
Fa perder dal masso l’appiglio
E un tuono, l’urlo di un folle
Dipingo nel buio e mi sveglio.
Il letto ancor madido e caldo
E tu che riposi, non qui vicino,
Ti cerco nell’etere, m’alzo
E decido d’aspettar mattino
Sul bordo del mondo che già ti cantavo
A vent’anni o qualcosa di meno,
Quando volevo viver di svago
E’l bicchiere sempre mezzo pieno.
Ma come sempre le leggi fisiche
Mi fan scartar le idee illogiche
Così parlo di noi solo nelle mie liriche
E tu parli di noi nelle maree oniriche.
Ne convenni fosse meglio lasciarti parlare
Del tuo nuovo taglio stile Monroe
Per non arenarsi su questioni amare
Ché pazienza, ultimamente, non ne ho
Dopo queste settimane a battibeccare
Sul socialismo, Craxi e il Rock ‘n’ Roll,
E vedi quanto ci fa bene passeggiare
E smaltire il puzzo del lucido del trumò?
Quante parole perse al vento inventi
Camminando tra le vecchie d’un portico,
Quante mie risposte audaci non senti
Ma solo pensarle, mi dico, è quasi eroico.
C’è chi tra i nostri amici regala commenti
Sul perché stiamo insieme, par stupido
Visti gli aspri conflitti ricorrenti;
Mi mostrassero loro un amore logico.
Cara, da piazza Garibaldi arriva il vociare
Volgare delle comari che si vantano
D’aver speso pochi euro per melanzane
Che poi probabilmente manco mangiano
E so che tanto senza dirlo ci vuoi andare
Tra il tanfo di cacio a veder che vendono
E alle porte della calca mi guardi male
Ché sai t’aspetterei seduto sotto il frassino
O forse al circolo a ricordare ai vecchi
Come funziona il fuorigioco o il sesso
E tanto so che scherzi quando negli occhi
Mi fulmini e m’ordini di venir lo stesso.
Come una bambina guardi i sacchi
Di farine e legumi stupita dal prezzo,
Lo sconto esorbitante su un paio di tacchi
E una discutibile sciarpa lunga di tasso
E come sempre io mi perdo ancora
Tra i tappeti persiani e il miraggio d’un bar,
Quando non guardi, controllo l’ora
Tra stivaloni in pelle con borchie punk.
Poi come settimana scorsa con mia nuora,
M’afferri la mano sulle note d’uno ska
Sputato a caso dalla radio d’una signora
Seduta sui suoi anni a giocar col foulard.
Le unghie tue smaltate son turbine
Tra mille e più vinili impolverati,
Noi che li riconosciamo dalle copertine,
Noi ancora coi mangianastri scassati;
Duecento odori di spezie marocchine
Mentre paghiamo i nostri dischi sconosciuti,
Pochi soldi, appena per le patatine
Che la donna porge ai suoi tre figli canuti.
Ricordami perché oggi t’odiavo,
Sorriso spalmato tra guance di crema,
Ricordami di tornar con te al mercato
E far l’antipatico, ripetere ogni scena.
Pure fossimo arrivati anche alle mani,
Pure se per un giorno non ti rispondo,
Andremo a letto con la testa nel domani
E, per abitudine e voglia, abbracciati dormendo.