Dal diario di Marzo:
A mia mamma si ruppero le acque mentre andava in bicicletta. Si pensò subito a un parto pedalico. D’altronde pedalare senza sellino non era consigliato.
Cadde tra i cocci di acqua come quel giorno che i miei mi ruppero l’acquario per far stare meglio i miei pesci rotti.
La gamba le si incastrò nella catena che improvvisamente si chiuse; la bici gliel’avevano data chiavi in mano ma ora non ricordava in quale mano le tenesse.
Suonò il campanellino del manubrio ma nessuno uscì.
In quel momento, mio padre stava rincorrendo, per il giardino, Fido, il nostro cane banchiere che aveva appena deviato il satellitare nella sua cuccia e disdetto successivamente l’abbonamento lamentandosi per la monotonalità dei canali non ricordandosi di essere un cane che non distingue i colori.
Informato del lieto arrivo tramite cellulare dall’urlante consorte, mio padre si precipitò all’ospedale.
Purtroppo si accorse solo all’ultimo di non essere passato a raccoglierla.
Per il nervoso e la frustrazione, il mio futuro genitore schiaffeggiò tutti i bambini del nido per ricordare loro che lo schiaffo che ricevevano appena nati era solo un avvertimento, un antipasto.
Le ostetriche gli chiesero troppo tardi di non usare il tirapugni e molti miei coetanei, visibilmente sfigurati, ancora non mi parlano.
Come il sasso di Davide, mio padre poi si fiondò a prendere mia mamma ormai incastrata da qualche ora e la trovò che cercava di incollare le acque rotte.
Tornarono a casa non appena lei capì come lasciarle intatte.
Non si parlarono per tre giorni.
Furono i tre giorni più felici di mio padre.
Mia mamma passava il tempo a sentirmi scalciare e mio padre mi rimproverava per la violenza eccessiva.
Mia mamma poi un giorno decise che io dovessi nascere ma era pieno periodo Coppa Italia e mio padre, che aveva bisogno di soldi per permettersi la macchina nuova, aveva scommesso sul Casal Pusterlengo vincitore.
Il giorno dopo la sconfitta per tredici a zero nella prima partita anche mio padre decise che forse era il momento giusto per farmi nascere: si alzò dal divano e fingendo un agguato appostato dietro il frigorifero, si lancio con un drop-kick nel ventre di mia madre inducendole naturalmente il parto.
Ecco perchè ancora oggi faccio fatica ad apprezzare chi si lancia contro di me a gambe unite.
Oddio, forse avrei paura lo stesso ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Me la misero poi i miei coetanei ancora sfigurati per colpa di mio padre.
Ma questo molto più avanti.
Ancora dovevo nascere.
Marzo, diminutivo di Pazzerello, era una persona apparentemente normale: a guardarlo da fuori pareva un uomo sulla trentina da almeno ventidue anni ed era alto più o meno così; era calvo dalla nascita e il suo sogno nel cassetto era una folta chioma bruna. Teneva, effettivamente, un parrucchino in quell cassetto.
Gli occhi erano due. Il naso no.
Vestiva spesso abiti spessi e raramente abiti rari; ci teneva, comunque, a precisare che erano i suoi.
Marzo era il settimo di tre fratelli e la palese distanza sentimentale che covava all’interno divenne anche fisica quando scoprì di essere stato adottato e abbandonato, nello stesso giorno, davanti alla porta di un convento. All’età di ventotto anni.
Era il convento “Rosa dei Conventi”, struttura di proprietà della signora suor Rosa, detta Suorrosa tutt’attaccato. Fu qui, anzi lì, che Marzo imparò a fare il sarto per essere in grado, una volta fuori dal convento, di attaccar bottone con le ragazze.
Nel tempo libero collezionava figurine di merda e registrazioni di versi gutturali.
Il convento era situato in una piccola cittadina sui monti, vicino al bosco che dava sulla spiaggia della pianura padana, vicino alla tabaccheria di Gino detto Geeno.
Marzo e Geeno avevano iniziato insieme a fumare, il giorno che provarono a darsi fuoco.
Come sarto, comunque, era molto bravo: cuciva cavalli per fantini, calzoni per pizzaioli e camicie per neonati.
La sua passione, oltre alla sartoria, era scrivere: scriveva racconti, fiabe, novelle, romanzi, gialli, rossi, saggi e poesie, scriveva proverbi, controverbi, sillogismi, monologhi, barzellette e bugiardini di farmaci.
Ammazzava il tempo sparando agli orologi e praticava il polo senza cavallo, rifiutandosi di darsi al golf.
Daria, al contrario di Marzo, era una persona fredda: non amava stare con nessuno – cioè, amava stare con nessuno – ma non si riteneva misantropa.
Gli altri sì, gli altri, chiaramente la consideravano, misantropa, asociale, misociale e asantropa.
Tuttavia, la si poteva trovare spesso a limonare con tutti, pur detestando gli agrumi, solo per nostalgia del suo luogo natale, Limone, in provincia di Petting, il suo luogo vigilia.
Daria conviveva con il suo ego smisurato che non pagava l’affitto; così, un giorno, la donna decise di cambiare vita. Andò dal chirurgo e se la fece stringere. Dovette assumere un geometra per i successivi problemi di digestione ma, sebbene riuscì a superare qualche avversità alimentare, rimaneva sempre in conflitto con sé stessa.
Forse il tutto dipendeva dalla sua dipendenza: era dipendente, ne andava orgogliosa, lo urlava ai quattro venti, senza motivo.
Il suo datore di lavoro, di sicuro, non migliorava la situazione, ripetendole sempre «Sei una dipendente! Comportati da tale!»
Daria, allora, faceva la dipendente, sebbene indecisa di cosa: provò a sniffare latte in polvere, a fumare l’erba gatta e a fare l’eroina. Il disagio, però, era evidente: sia per il costume da Wonder Woman che le cadeva senza grazia ai lati della sua nuova vita da bambola anoressica, sia per gli starnuti di panna montata che attiravano orde di bambini affamati armati di piume.
Daria non era normale, e a questo punto, è anche evidente.
Come se non bastasse, si lasciava sempre condizionare da quello che la gente le diceva o diceva di lei, non riusciva nemmeno a immaginare di non piacere a qualcuno, un mondo dove qualcuno parlava male di lei. Sapeva di essere gradita, sperava, sapeva e si convinceva di saperlo. Sperava di convincere gli altri a sapere che lei sapeva di saperlo. E lo sapevano! Ma appena si sentiva uno sguardo addosso, percepiva un macigno sulle spalle, come se qualcosa di lei non andasse mai bene.
Forse erano i suoi vestiti di polistirolo, forse il suo fondotinta turchese, forse i suoi occhi accusatori, il suo naso aquilino, le sue orecchie aquiloni, la sua camminata storta, il suo terzo capezzolo appeso al collo, il macigno che portava sulle spalle, le spalle che portava nella borsa…
“Ma no. Ma no!” si diceva, “La gente, in fondo non è così superficiale! Non può essere tutto questo. Tutti riescono prima o poi a vedere oltre le apparenze e trovare il bello dentro.”
Purtroppo, erba gatta e latte in polvere non avevano reso il suo “dentro” molto presentabile – perlomeno, secondo il parere esperto dei medici.
Ma Daria non capiva, non sapeva come fare, cosa pensare, come pensare e cosa fare per pensare al come. Era convinta che gli strabici spostassero volontariamente le pupille in direzioni diverse quando la incontravano per strada.
«Povera Daria condizionata…» le diceva lo specchio.
Nel caso non si fosse capito, caro lettore, ho voluto parlare di Daria perché fu l’amante di Marzo per un breve periodo, proprio quando Marzo ebbe l’ispirazione per scrivere il suo primo libro, intitolato “La Mente, la Menta e la Manta”, sottotitolo: “L’Amante? La Monto”.
Il libro parlava delle relazioni intrinseche e filologiche tra le estremità corporali umane e le cavità nasali afflitte da eccessi di mucosa.
Daria era convinta che parlasse di dita nel naso.
Marzo e Daria si incontrarono un bel giorno d’autunno, quando le foglie cadono dagli alberi, gli studenti cadono dalle nuvole e i fagiuoli cascano. Erano le quattro del pomeriggio ma sembravano le tre e quarantacinque; il vento accarezzava i capelli di Daria che camminava in cerchio saltellando, per confondere il sensore GPS del suo cellulare.
Marzo, invece, quella mattina si era pettinato con cura, ma inutilmente, dato il forte soffio di sammontana, un vento gelato.
I due si incontrarono sotto un salice commosso, per caso, facendolo apposta ma senza volerlo.
Marzo guardava estasiato le forme di Daria. Poi, Daria mise via il suo libro di geometria e Marzo allora si concentrò sulle sue curve.
Daria, allora, riprese il libro di geometria per prendere un triangolo ché fermarsi in curva era pericoloso.
Tuttavia, oltre questo, non accadde molto, a parte un tamponamento a Catena, frazione di Sant’Antonio sul Fuoco.
I loro sguardi si incrociarono, lussandosi le retine.
«Ehi, bella pettinatura.» iniziò Marzo.
«Grazie,» rispose Daria arrossendo «Sono stata alle Barbados il mese scorso e mi sono fatta fare una treccina.»
«Di solito si fa in testa.»
«Lo so ma sono così morbidi ed elastici i peli delle mie ascelle.»
«Affascinante. Come ti chiami?»
«Io non mi chiamo. Di solito mi chiamano gli altri.»
«Mh. E gli altri come ti chiamano?»
«Col telefono.»
«Io mi chiamo Marzo, piacere.»
«Ciao Marzo Piacere, io sono Daria Perdita.»
«Perdita Daria?» «Mio padre era astrologo e soffriva di meteorismo.»
«Beh, Daria è un bel nome, complimenti.»
«Grazie, anche il tuo, Marzo Piacere.»
«No, beh io di cognome faccio Pane.»
«Ah! Marzo Pane. Tuo padre era un pasticciere forse?»
«No, lo era la signora dell’anagrafe. Volevano chiamarmi Marco.»
«Ma Marco Pane non assomiglia a un dolce.»
«Si lo so, ma mio padre non era pasticciere.»
«Come mai?»
«Perché faceva altro.»
«Mi spiace.»
I due si guardarono per lunghi secondi interminabili.
«Ti va un caffè?» disse Marzo.
«Si, grazie, vado al bar. A presto, Marzapane.»
I due si incontravano ogni giorno, iniziavano molti discorsi senza mai finirli; avevano molte cose in comune con loro stessi, ma non tra di loro.
Un giorno di ritrovarono a passeggiare per il parco, interrogandosi su chi mettesse in cinta le cicogne sotto i cavoli. Marzo aveva sempre questi grattacapo.
Daria preferiva chiamarli “pettini”.
«Qui gatta cicoria!» disse Marzo mangiando insalata di siamese, una sera al ristorante.
Daria lo guardava storto, dall’altra parte del tavolo, ma non lo riusciva a mettere a fuoco, sebbene avesse pagato molto per quello Zippo.
Non riusciva a inquadrarlo. Eppure Marzo era molto fotogenico, soprattutto nelle foto scattate in bagno.
I due, ben presto, instaurarono un rapporto di monologamia: Marzo parlava senza sosta e Daria lo guardava con il sorriso.
E pensare che per tanti anni aveva sempre guardato con gli occhi.
Cominciarono a volersi bene, bene veramente, ma Marzo non aveva intenzione di impegnarsi, forse perché ciò lo avrebbe distolto dai suoi studi di trigonometria.
Forse era solo inquietato dall’alito al sapore di neonato di Daria.
Quest’ultima però era innamorata.
Camminava due metri sopra terra, tre sotto, due a destra e con la mano destra sul verde.
Una sera lo sorprese con una serenata alla sua finestra.
Marzo ci mise giorni per cercare di cancellare lo spartito scritto a rossetto sul vetro.
Le loro strade si divisero senza preavviso e il comune lavorò all’installazione di un semaforo: novantaseimila operai sottopagati e sopravvalutati vennero ingaggiati dai funzionari comunali.
Qualcuno li considerò troppi.
Qualcuno invece li considerò esageratamente troppi.
Era un piccolo comune d’oltralpe e d’altronde, in cui la giunta comunale faceva comunella e i parrocchetti non erano altro che piccoli preti.
I lavori iniziarono sotto il sole cocente, a luglio; per essere precisi, a qualche migliaio di chilometri sotto il sole. Per essere ancora più precisi, sulla Terra.
Nessuno degli operai avrebbe mai pensato che l’installazione di un semaforo avrebbe richiesto così tanta fatica.
Lo avevano già fatto; o perlomeno era quello che credevano.
Cominciarono a scavare.
Poi il sindaco fermò gli scavi e li riportò sul luogo del cantiere: avevano iniziato a scavare tutti e novantaseimila in posti differenti.
Meno male che nessuno in quella cittadina si lamentava delle buche, tra giocatori di biliardo, golfisti e adolescenti single.
Il cantiere venne reso operativo due mesi dopo: gli operai furono costretti a stare in pausa i primi due mesi in modo da non dover usufruire di pause e ferie per il restante tempo successivo.
Non molto utile visto che dopo le prime sessanta ore senza interruzioni e senza dormire, i primi ventitré operai si accasciarono al suolo chiedendo se fosse rimasta qualche buca libera in cui essere seppelliti.
Sì.
Il sindaco, nel frattempo, aveva assunto altri trecentododicimila operai comunali provenienti dal Bangladesh per risanare il manto stradale.
Vedendo che i lavori procedevano a rilento, il sindaco numero due mise in vendita alcune buche di pregevole fattura, ottimali per la creazione di piscine.
Il sindaco numero uno le comprò per coprirle.
L’iniziativa economica del sindaco numero due fu un buco nell’acqua.
Il sindaco numero uno provò a chiudere anche quello ma gli annegarono sedici operai e desistette.
Poi diede le dimissioni.
Il sindaco numero due le respinse.
La giunta comunale si riunì in gran segreto e ancora oggi non si sa cosa abbiano deciso.
Il sindaco numero uno provò a suicidarsi gettandosi da un ponte ma atterrò su un altro ponte, uccidendo paziente e dentista.
Il sindaco invece rimase in coma per due ore.
Quando si svegliò riprovò a dare le dimissioni ma il sindaco numero due le respinse, dimettendosi.
Il sindaco numero uno decise allora di scappare e intraprendere una carriera come trapezista nel circo, essendo geometra.
La giunta, ormai indecisa, decisa di riunirsi in comune il giorno dopo la scomparsa e decise di dover decidere la nuova decisione, all’unanimità.
Le nuove elezioni per il sindaco chiamarono alle urne solo i morti per tabagismo.
Lunghe Fila di scarpe fuori dai seggiolini elettorali, nei pressi dell’asilo.
Le persone che entravano per votare ricevevano in dotazione una matita esplosiva con la mina e un foglio banco – un pezzo di carta che stava in piedi da solo.
Sul foglio banco erano incisi in inchiostro simpatico i nomi dei candidattici, ossia i professori che correvano per la carica.
In quel piccolo comune, infatti, tutti i candidati/candidattici erano rinchiusi nella palestra della scuola a correre in cerchio nel campo quadrato suonando un triangolo.
Formalmente, un caos. Alcuni pensavano di essere fortunati di non essere stati al pentagono. Pitagora si rivoltò nella tomba perché l’ipotenusa gli spingeva sull’ultima vertebra.
I candidattici venivano informati in tempo reale da un bambino che a malapena sapeva leggere l’italiano, figuriamoci il cirillico che aveva davanti, nei documenti che gli consegnavano.
Nessuno aveva ancora fatto previsioni ma quel giorno c’era il sole e a loro andava bene così.
Quando tutti ebbero finito di votare, il paese si radunò in piazza per ascoltare il verdetto finale del vicesindaco numero quattro che dopo aver srotolato la pergamenta – il foglio aromatizzato per romanzieri con l’alitosi – cominciò ad annunciare il vincitore.
La tensione era palpabile: chi si toccava prendeva la scossa.
«Proprio come la settimana scossa!» dissero quelli con la memoria più lunga.
«Dove siamo?» dissero quelli con la memoria più corta.
Una lunga rullata di canguri accompagnava il brusio della folla.
«E il vincitore è…»
Fulgenzio Macchiabelli:
Figlio d’arte e nipote di suo nonno, rinomato anonimo.
Il nonno, infatti, non ebbe mai un nome - o nessuno lo seppe mai - c’è molto dibattito ancora tra gli accademici.
Esperto, a lungo andare, nel processo di anonimazione, fu facilitato nell’infanzia dai suoi genitori, affetti da amnesia cronica e compulsiva, causata dalle loro gare di starnuti ad occhi aperti.
Questo fatto non poté non creare qualche problema nei primi anni, dato che i genitori non sapevano mai cosa gridare quando il bambino provava ad attraversare le strisce pedonali senza guardare ai lati.
Provarono a utilizzare altri nomi ma lui non si girava.
Purtroppo nemmeno lui riusciva a ricordare il suo vero nome, probabilmente a causa di tutte le macchine che gli finivano addosso.
Decise, infine, di non averne alcuno.
A scuola non figurava nell’elenco: era l’unico inserito solo con il cognome che, però, non piaceva alle maestre.
Fu allora che capì di poter essere tante persone e nessuna.
Fu Fulvio, fu Nambolo, il nano sulla corda, e fu anche un criminale; riuscì, infatti, a rubare tutti i soprabicchieri del mondo e far fallire tutte le fabbriche che li producevano.
Per i non esperti del settore, i soprabicchieri venivano posti sopra il bicchiere in modo che nessun germe potesse entrarvi o che il compagno di tavolo non vi potesse versare dentro qualcosa di divertente, disgustoso o nocivo.
Lui li rubò tutti.
All’inizio i gestori dei bar provarono a utilizzare i sottobicchieri anche sopra ma la gente se ne accorgeva e scappava schifata minacciando denunce.
Questi atti criminali gli avrebbero procurato conseguenze dannose se solo qualcuno avesse saputo il suo nome.
Inoltre, cambiò aspetto varie volte, per il timore che qualche telecamera lo riconoscesse – beh, non la telecamera; il tizio che avrebbe guardato le telecamere – cioè, non proprio guardato le telecamere; la cassetta, il nastro che avrebbe messo nel lettore… oh, dai, ci siamo capiti!
Si rifece il naso e lo chiese con una narice sola, in centro, grossa, vista la sua passione per le “pulizie di primavera”, mai soddisfacenti a causa delle sue dita tozze.
Si volle rifare le dita, anche, chiedendole sottili.
A metà operazione, però, si ricordò di aver allargato il naso apposta e annullò il procedimento; purtroppo, ormai mignolo e anulare erano fatti.
Rimase preoccupato per qualche giorno, pensando che non avrebbe mai trovato una fede giusta per l’anulare.
Ma si sbagliava, diventò induista.
Scappò in Mongolia a insegnare termodinamica (Lui, non il dito), ossia l’arte di scuotere il termometro per farlo azzerare.
Decise di rifarsi anche i capelli: tornò in Italia ed entrò nella prima bottega da parrucchiere.
«Ma lei è calvo!» esordì il parrucchiere.
«Allora me li disegni. Me li tatui. Faccia qualcosa!»
«Ma non è compito mio!»
«Ha copiato? Di chi è il compito?» Silenzio nella sala del parrucchiere.
Tutti stavano a testa bassa – non solo quelli che si stavano facendo radere la nuca.
«Alzi la mano chi ha passato il compito al mio parrucchiere!» tuonò il nonno anonimo.
«Io!» disse un tizio fuori dalla sala.
«Sicuro?»
«Beh, no.»
«E allora! Chi è lei?»
«Beh mi stavo offrendo volontario.»
«Avrei dovuto capirlo dalla divisa della Croce Rossa. Forza, chi è stato?» Il nonno anonimo guardò il parrucchiere con occhi feroci ed egli, sepolto dalla vergogna, ammise «Ho fatto solo qualche spuntatina a un vecchio riassunto.»
«Ma come si è permesso?»
«Ho visto che nel collo della sua maglia c’è l’etichetta con scritto XL e stavo puntando a buoni voti.»
«Non capisco…»
«Beh, è uno di manica larga.»
«Non diciamo sciocchezze! Se avessi la manica larga sarebbe difficilissimo arrivare in Inghilterra.»
«Perché? Lei ci vuole andare?»
«Beh al momento no ma immagini se un giorno mi dicono che l’unico che tatua i capelli si trova in Inghilterra?»
«Non fa una piega…» disse, grattandosi il mento, il parrucchiere.
«Se me li tatua, come la faccio la piega? Li potrei già tatuare in piega ma mica sono un motociclista. Andiamo.»
«Dove?»
«In Inghilterra se le va; sa, non sono un creazionista, adoro il metodo scientifico.»
«E quindi?»
«Eh, lì parlano sempre del big beng.»
«Ma quello dà l’ora esatta!»
«Dell’inizio del mondo? Ma se manco c’erano gli orologi.»
«Va beh, lasci stare…» sbuffò il parrucchiere.
«Ma non si inalberi. Preferisce passare tutta la sua vita nella bottega da barbiere? Non ha altre attività? Hobby? Passatempi? Ammazza-caffè?»
«Visto che me lo chiede… Sa, io smercio demoni nel retro.»
«Demoni?»
«Mh mh.»
«Veramente?»
«Glielo giuro. Non sa quante persone entrano e mi dicono “Ho un diavolo per capello!” - Io allora lo tolgo pazientemente – ché questi non è che vengono via alla prima, spesso mettono casa su con i pidocchi e non vogliono lasciare la loro dimora.»
«Ma i pidocchi li lascia?»
«Si, si, tanto in un paio di giorni quelli lasciano il cuoio capelluto e si mettono a cercare i diavoli nel mio retro bottega, si creano amicizie eterne.»
«Si può dire che lei contribuisce anche alla lotta contro le malattie.»
«Si beh,» disse gongolando «ci provo.»
«Fa anche altri trattamenti, a parte la purificazione dai diavoli?»
«Beh, sa quando qualcuno dice che ne ha fin sopra i capelli delle tasse da pagare? Ecco, io devo toglierle quelle tasse. E non è facile, sono animali che graffiano, sono iracondi e nervosi. Non dico che hanno un diavolo per pelliccia ma poco ci manca. Anzi, magari lo avessero. Tutta economia che gira.»
«Smercia anche le tasse?»
«No, no, cerco di arrivare a fine mese con le mie due attività principali.»
«Ce la fa?»
«Quasi sempre. Ci sono mesi in cui non arrivo mai al 31. per esempio a Febbraio, Aprile e Giugno. Mesi difficili. Per un giorno a volte non ci arrivo. Sono mesi in cui devo stringere la cinghia.»
«Ah, fa anche lavori di manovalanza con il cuoio?»
«Si, è parte del mio impegno sociale: aiuto chi ha fame, stringo loro la cinghia.»
«E non si lamentano?»
«Sì, ma ci guadagno: a loro poi viene un diavolo per capello e tornano a cercarmi. È un circolo vizioso.»
«Ci vogliono requisiti particolari per entrare?»
«Viziosità; scelga un vizio.»
«Gola.»
«No, quello lo hanno già preso.»
«Uff, volevo quello. Chi lo ha preso?»
«Non posso dirglielo.»
«Come lo invidio.»
«Ah, perfetto. Invidia. Va benissimo. Le faccio firmare i documenti per entrare, allora.»
«Va benissimo…»
«Ha una penna?» chiese il parrucchiere palpandosi le tasche.
«Non sono mica un gabbiano.»
«Mh. Ha una matita?»
«Eh, cosa sono? Un coccodrillo?»
«Perché? I coccodrilli hanno matite?»
«Certo! Nessuno sa che verso fa il coccodrillo perché il coccodrillo scrive! Solo che nessuno ci pensa mai a dar loro una matita.»
«E come comunicano tra di loro?»
«Non lo fanno. Vede che sono sempre fermi a bocca aperta? È perché non riescono a comunicare e allora non fanno niente, non riescono a mettersi d’accordo per una serata al bar o il calcetto del giovedì. Beh, tranne nel caso in cui non abitino nelle paludi vicino all’IKEA. Lì fanno scorta di matite.»
«Capisco. Lei si occupa di zoofilia?»
«No no, io studio animali per i cavoli miei.»
«Ah, anche ortolano?»
«Beh, di qualcosa si deve pur campare – come disse la capra sopra la panca.»
«E sotto?»
«Un macello, sotto. Il mio macellaio, infatti, costruisce delle panche per catturare capre.»
«Funzionano?» «Beh si, deve costruire solo la parte sotto della panca.»
«Arduo. Ne prende, capre?»
«Si, si, lui vive di quello. Sta anche provando a far crescere erba facendo campare dei cavalli ma con pochi risultati.»
«E dove li tiene i cavalli?»
«In un bicchiere. Un bicchiere grande.»
«Un bicchiere?»
«Giuro.»
«Ma ne ha messo terra?»
«Mezzo bicchiere.»
«Solo?»
«Beh, un bicchiere mezzo piano.»
«Pieno?»
«No, piano.»
«Cioè, lo sta ancora versando?»
«No, nel senso che suona mentre si versa.»
«Suona eh?»
«Glielo assicuro.»
«Melodia?»
«Cosa?»
«No, dico, che melodia…»
«Cosa le devo dare?»
«…ehm…un cavallo? Ha un cavallo? Vorrei viaggiare per il mondo a cavallo.»
«E non si stanca?»
«Io? No, beh, non è che lo cavalco. Sa, soffro la sella.»
«Capisco. Posso chiedere se il mio amico macellaio gliene può donare uno.»
«No, non lo voglio donato ché se poi per caso si mette in bocca il mio portafoglio non posso guardargli dentro e addio risparmi di una vita.»
«Lei tiene i risparmi di una vita nel portafoglio?»
«Si, ma non di questa. Di quella prima: ero un barbone.»
«Anche io lo sono stato qualche anno fa!»
«Poteva venire da me! Barba e capelli, venti marchi!»
«Venti marchi? Lei è tedesco?»
«No, colleziono marchi. Guardi qua,» indica la parete «Coca Cola, Fanta, Audi… tutti grandi marchi.»
«Lo vedo, sono enormi. Ma come li ha incorniciati?»
«Con cornici di marca.»
«E quelli lì tutti insaponati?»
«Sono marche da bolle.»
«Belli! Me ne regala uno?»
«Si ma solo se lei me ne procura uno uguale identico e dello stesso anno… e me lo incornica.»
«Mi sembra equo.»
«Non sono mica diventato ricco per niente.»
«Perché? Lei è ricco?»
«No, appunto, dicevo, non sono diventato ricco… mi mancava un pelo.»
«Ah…»
«Per questo ho aperto la bottega da barbiere. Cerco un pelo.»
«Non lo ha ancora trovato?»
«No. Ho trovato peli di tutti i tipi: peli che tirano più di un carro di buoi, peli di buoi, peli di peli – rarissimi – peliponnesi e addirittura pelicole – quei film che parlano della vita dei peli.»
«Come sono?»
«Noiose. Sicuramente non li vedrà mai al cinema.»
«Lei ci va, al cinema?»
«Si ma resto fuori. Pago il biglietto ma resto fuori.»
«Cioè?»
«Beh io arrivo in biglietteria, la signorina mi chiede che film voglio vedere e io rispondo “Faccia lei”. Lei quindi ne sceglie uno e io esco, aspetto che gli altri escano e chiedo com’è stato il film. Se non è piaciuto a nessuno mi ritengo fortunato di non essere entrato; se è piaciuto, invece, sono orgoglioso di avere il biglietto di un bel film.»
«Mh…»
«Solo una volta sono entrato per curiosità.»
«Come mai?»
«Trasmettevano il film “Faccia lei”. La storia di un uomo che aspettava che i film finissero per chiedere alle persone se era piaciuto. Molti deja-vu.»
«E come finiva?»
«Ah, non saprei, sono uscito prima perché stava finendo un film nell’altra sala.»
«Voleva guardarlo finire?»
«No, volevo chiedere opinioni, così sono corso a comprare il biglietto e ho chiesto recensioni veloci agli spettatori che uscivano.»
«La sua è quasi una forma di beneficenza.»
«Beh, tra beneficenza e deficienza il passo è breve e io ho le gambe corte.»
«Dice molte bugie?»
«Per forza. Sennò sarei un bugiardo.»
«Non fa una grinza…»
«Menomale, ci tengo alla mia pelle. È l’unica che ho.»
«Faccia come me.»
«La faccia come la sua?»
«No, si comporti come me: ogni tanto si conservi le pellicine delle unghie e del corpo, le mette tutte insieme su un tavolo e le cosparge di colla. Si crea una seconda pelle, così, per le emergenze.»
«Non saprei, non ho molto tempo libero, ultimamente.»
«Allora si ricopra con uno strato di cera e si faccia uno stampo.»
«Che Dio me ne stampi! Odio le candele.»
«Perché?»
«Beh, perché una volta cenavo a lume di candela e un ippopotamo entrò nel locale e sbranò il tizio seduto nel tavolo vicino al mio.»
«E la candela che c’entra?»
«L’ippopotamo mi ringraziò perché senza candela accesa non lo avrebbe mai trovato. Consideri che ora, quando ceno a lume di candela, uso quella della macchina.»
«Fa luce?»
«Beh, no, però se la mia ospite è meccanico fa sempre un certo effetto romantico.»
«Ma le posso fare una domanda?»
«Certo, sono qui apposta.»
«Lei fa il barbiere apposta per togliere domande?»
«Beh no. Era questa la sua domanda?»
«Beh no.»
«Allora vede che nemmeno lei è coerente? Me la faccia. Ma occhio al naso…»
«Come mai lei ha una gamba sola?»
«Oh, lo ha notato…»
«Si, ma per puro caso, vedendola il bilico per queste due ore di conversazione mi sono fatto due domande.»
«E l’altra qual era?»
«Che cosa ci fa un bilico nel suo negozio?»
«Arredamento post moderno.»
«Bizzarro. Il camionista era compreso nel prezzo?»
«Beh sì, ma lui non lo sa. È stata una tattica della moglie.»
«Ma ascolti, le sparo una domanda. Come si sente a stare con una gamba sola?»
«Mah… così, su due piedi… non saprei.»
«E su uno?»
«Ah beh, allora sì. Bene. Ma ho l’armadio pieno di scarpe sinistre.»
«Cioè fanno paura?»
«No, no, proprio sinistre. A me manca il destro. Ho pensato di tagliare un piede a mio fratello per equilibrare e usare comunque quelle che mi rimanevano nella confezione.»
«E…?»
«Beh, ho tagliato quello sbagliato.»
«Ha tagliato il piede sbagliato a suo fratello??»
«No, il fratello. Non era il mio. Ho provato a dire che a questo mondo, alla fine, siamo tutti fratelli ma continuava a ripetere che la sua carriera da calciatore era finita. Piangeva. Avesse visto come piangeva.»
«Beh, ma lo credo.»
«E comunque avrei dovuto immaginarlo quando sono andato nello stadio a rincorrerlo con la motosega: mio fratello non aveva mai giocato a calcio, prima.»
«E poi?»
«Sì, poi sì.»
«Ah sì? Fa molti soldi?»
«Non da quando ha cambiato squadra.»
«Pessimi giocatori?»
«No, lui è geometra. Ha cambiato squadra perché gli si era rotta ma quella nuova non ha il numero 3.»
«Strano. Le posso fare un altra domanda?»
«Sì, ma sta prendendo una brutta abitudine.»
«Crede che abbiamo divagato troppo?»
«Beh, consideri che nel frattempo le sono cresciuti i capelli.»
«Oh! Me la dà una spuntata?»
«Taglio militare?»
«No. Odio svegliarmi presto. Mi faccia un taglio deciso. E poi mi spunti i capelli.»
«Taglio a spazzola?»
«Non saprei, come funziona?»
«La spazzolo finché non le cadono i capelli.»
«Qualcuno glielo chiede mai?»
«Cosa?»
«Quel taglio.»
«No, no, l’ho appena inventato.»
«Creativo.»
«Tra creativo e cretino ci passa poco.»
«Quantifichi.»
«Trentasette…»
«Esagerato. Su che scala?»
«Quella di Milano, ovvio.»
«Teatro?»
«No, povero. Lei?»
«No, aspetto facciano i film.»
«Lei è piuttosto pigro…»
«Sì, ci ho pure scritto un libro sulla mia pigrizia…»
«Sul serio?»
«Beh ho scritto il titolo e l’ultima pagina… sa, sono pigro…»
«Ah non lo sapevo…»
«Avrebbe dovuto leggere il libro, non ci avrebbe messo molto, eh…»
«Ha fatto successo?»
«Beh, tanti lo usano come segnalibro…»
«Lo prendo come un sì…»
«Basta che non gli faccia male, a forza di prenderlo per il sì diventano dei sissignore…»
«Lei sta divagando…»
«Ma lei non mi taglia i capelli!»
«Lei va in moto o a cavallo?»
«Beh, vorrei proprio averlo un cavallo.»
«E allora facciamo un bel taglio a caschetto!! »
Fulgenzio Macchiabelli si insediò nello studio del vecchio sindaco e guardò fuori dalla finestra.
“Ah! Che bel panorama!” pensò.
Le colline non avevano gli occhi, le case erano ovviamente disposte in modo casuale e le strade portavano a Roma anche se nessuno ne aveva bisogno.
“Ma che bel lavoro!” pensò Fulgenzio.
Ad un tratto non capitò niente.
Nemmeno i capitani capitavano. Nemmeno i successori succedevano. Solo i passeri passavano ma sembrava non importare a nessuno.
Poi, all’improvviso non successe nulla.
O quasi.
Catalino, cugino di primo grado e ultimo grido di Fulgenzio si sistemò il cuscino. Fulgenzio sentiva che era successo qualcosa nella sua città e fissava fuori dalla finestra pensando
“Fa che nessuno abbia slacciato una scarpa o sistemato un cuscino…”
Ma il peggio era già avvenuto.
Catalino aveva sistemato il suo cuscino; lo aveva preso, scosso un po’, mosso le piume all’interno e rimesso a posto.
Mai farlo. All’ora di andare a letto Catalino posò la testa sul cuscino e un brivido lo percorse lungo la schiena fino su alla schiena.
Ok, beh, lo percorse poco.
Ma intensamente.
Quella notte non riuscì a dormire.
Non riusciva a sistemare la testa come suo solito.
E non riusciva a prendere sonno.
In più una zanzara lo teneva sveglio giocando a dama con una mosca. Avrebbero pure fatto silenzio ma la zanzara gridava ogni volta che mangiava una pedina.
Allora Catalino si alzò e decise di farsi un panino.
In quel momento Fulgenzio si svegliò di soprassalto e gridò. La moglie di Fulgenzio gli chiese se stesse giocando a dama. Poi si ricordò di non aver sposato una zanzara.
Fulgenzio fissava il buio e sperava che nessuno si stesse mettendo a farsi un panino a quell’ora.
Era luna di notte perché di giorno c’è il sole.
Catalino prese il pane, lo spezzò e disse «Ma no! Si è rotto male! Meglio se prendo un coltello per aprirlo.»
Allora si avvicinò al cassetto dei coltelli e una lama gli sputò.
“Maledetta…” pensò.
Prese un coltello senza ghiandole salivari e tagliò in due il pane.
Aprì il frigo – non con il coltello – e scelse cosa mettere nel panino.
C’era del prosciutto copto, della tricotta, del gorgonzolla color terreno, del succo di limone parzialmente scremato, delle olive ascolane in vacanza, avanzi di pasta al forno e di pasta al tornio, castagne, un bicchiere di latte, uno di vetro e castagne. Nel freezer, castagne. “Non ricordavo di aver preso così tante castagne.”
Ma in quello stesso momento, in un istante diverso, in un attimo completamente diverso ci fu una congiunzione con tre puntini di suspense e…
«Fermi tutti!!»
Un tizio entrò nella classe di storia dell’arto, facoltà dove si insegna la vita di un braccio.
«Chi è lei e che cosa vuole??» Chiese la professoressa togliendosi gli occhiali.
«Si rimetta gli occhiali…»
«Ah… No, non cambia niente. Ha un accendino?»
«No, perché?»
«Eh, almeno la mettevo a fuoco.»
«Poche chiacchiere. Fermi tutti!!»
«L’ha già detto. Siamo fermi.»
«Allora muovetevi un poco… non so, fate finta di ballare e poi fermatevi tutti.»
«Ok, ragazzi… 5, 6, 7, 8…» I ragazzi iniziarono una coreografia di Dirty Dancing. La versione di Walt Disney.
«E… Fermi tutti! Ah sì. Sì, sì, così fa più scena…»
«Per me fa più scemo.» disse uno scolaro senza voce.
«Allora! Fermi tutti!»
«E daje…»
L’intruso tirò fuori un piccolo ortaggio dalla tasca.
«Questa è una rapina! Consegnatemi tutti i vostri valori! A iniziare dalla famiglia e dalle amicizie!»
«Eh, ma che crudeltà!»
«Voi non sapete chi sono io!»
«A me non sembra una brutta cosa.»
«C’è una quaglia sulla mia testa…»
«Una quaglia? Sarà una taglia.» disse la prof.
«Brava. Si vede che lei ha studiato…»
«Sì ma è lei che dovrebbe sedersi con noi.»
«Perche dovrei?! Qua insegnate la storia del braccio; non mi sembra così interessante.»
«Ma come no? Stavamo per iniziare la lettura della prima opera dell’omero.»
«Posso accendere la radio se mi annoio?»
«No. Fa parte del programma del prossimo anno.»
«Basta! Ma insomma, voi non mi seguite!»
«Perché? Dove va?»
«Io vado dove nessuno di voi è mai stato e mai andrà…»
«A lavorare?»
«No…»
«In doccia?» chiese Jimmy il senzatetto.
«No. Io esploro le menti.»
«Ah! È botanico!»
«No. Non la menta. Le menti…»
«Bugiardo. Menti.»
«No, sono sincero! Io sono un cantore di contrabbando, un ladro di romanzi del carcere di Bresson. Spaccio storie e riciclo avventure. Condivido con i malcapitati la mia vita e con i decapitati la mia testa.»
«Ma perché è venuto da noi??»
«Perché so che voi mi ascolterete. So che voi pretenderete sempre di più. Vi darò il dito e prenderete un braccio!»
«Io il suo dito non lo voglio…» Disse Frank, l’alunno con 56 dita che continuò: «Ho smesso di fare questo errore. Devo prendermi un giorno di riposo per tagliarmi le unghie!» disse il ragazzo agitando le mani pluriditute.
«Basta divagare! Non sono qui per darvi risposte ma per crearvi domande!»
«Ma noi non te l’abbiamo chiesto!»
«Ma me lo chiederete. Io vi toccherò il cuore.»
«Oh! Anche chirurgo?»
«A giorni alterni.»
«E oggi?»
«Oggi no. Sono cantore di contrabbando, ricorda? O ha la memoria di un pesce rosso?»
«Il mio pesce rosso ha una grande memoria! Ogni giorno si ricorda che fuori dall’acqua non può respirare. Poi lo riprendo dal tappeto e lo rimetto nella boccia. Sa… Non è un’aquila…»
«Nel senso che gli manca un po’ di cervello?»
«No. È un pesce rosso. Come fa a essere un’aquila? Solo che lui non sa di non esserlo.»
«Allora vede che ha poca memoria?»
«No, è solo orfano. Non sa che i suoi genitori sono pesci e non avendo mai neanche visto un’aquila… Perché non dovrebbe essere libero di pensare di essere un’aquila?»
«Il suo ragionamento non fa acqua.»
«Eh però lo dica al mio pesce che ormai mangia solo conigli…»
«Ma insomma! Perché mi interrompete?»
«Ma lei non arriva al punto…»
«Ma faccio il giro largo. Mi dia tempo…»
«E…via!»
«Non intendevo quello.»
«Il tempo scorre…» La professoressa fissava l’orologio.
«No. Si fermi.»
«Io sono ferma. E il tempo che va.»
«Ma che ho fatto di male?»
«E… stop! Nuovo record!»
«Di cosa?»
«Ah, non lo so ma nessuno della mia classe aveva mai fatto un tempo così.»
«Quanti secondi?»
«Due. Petto di pollo o arrosto di pollo.»
«Io sono allergico al pollo.»
«Intende il polline?»
«Ma sì, è uguale!»
«Mah, parliamone. Non ho mai visto fiori far cadere polli.»
«Solo perché non vive in Pollonia.»
«Lei ci vive?»
«No, abito fuori Londra.»
«Veramente? Dove, di preciso?»
«Messina.»
«Ah… molto fuori Londra…»
«Ma ora, fermi tutti!»
«Siamo fermi da un po’…»
«Lo vedo, migliorate vistosamente.»
«Vorrei poter dire la stessa cosa di lei.»
«Lei chi?»
«Lei tu.»
«Ma cosa fa? Mi dà del tu?»
«Non lo vuole? La offende?»
«Mi dia del loro.»
«Intende i miei alunni?»
«No. Mi dia dell’oro. Ne ha?»
«Ma cosa fa? Una rapina?»
«No. Questo è un furto! La rapina l’ho fatta vedere prima.»
«Non ho oro dietro, comunque…»
«E ora?»
«Nemmeno…»
«E davanti?»
«Neanche.»
«Lei mi delude.»
«Io la deludo? Lei ci sta facendo perdere la lezione.»
«Giusto. Allora. Riprendiamoci. Dov’eravamo rimasti?»
«Ma veramente…»
«Basta! Ora parlo io… Ora vi racconterò una storia. Una storia di gioia, dolore, amore, dolore, felicità, dolore, tristezza ma soprattutto dolore. È la storia che mio nonno raccontava sempre.»
«Davvero?»
«Sì, non a me, però. Io la sentii una volta per sbaglio mentre mio nonno la raccontava al prete. Solo dopo qualche ora il prete gli disse “Ehi, ma questi non sono peccati da confessare!!”»
«Suo nonno rispose?»
«No»
«Che peccato…»
Silenzio.
«Comunque… La storia non ha un titolo ma ha un sottotitolo che è “Forse anche più”. So che si capisce poco dal sottotitolo ma il titolo proprio non lo so. La storia si svolge in un paese immaginario e si basa su fatti reali.»
«Cioè parla di una monarchia?»
«Shht. Ora prestatemi attenzione. Va la ridò alla fine.»
«Dobbiamo prendere appunti?» chiese un alunno casuale.
«No. Fate i pomodori.»
«Cioe?»
«Concentratevi… C’era una volta un grande uomo…»
Teodoro Manganelli.
Un tipo particolare e burbero.
Ma non quella brutalità violenta che contraddistingue tanti esseri umani. No. Era una brutalità dispersiva, digressiva, spiazzante. Facciamo un esempio: quando passeggiava e qualcuno lo fermava per chiedere “Scusi, sa che ore sono?” Lui sorrideva e senza sarcasmo alcuno diceva “Beh, solo quando le uova sono fritte bene.” E continuava per la sua strada. Inutile dirvi quanti insulti, quanti volti perplessi e quanti gesti volgari ricevesse ogni volta.
Ma lui era così.
Collegava i discorsi apparentemente diversi e quasi ossimorici per stimolare i passanti e chiunque interagisse con lui.
Prima di raccontare un po’ della sua storia vorrei soffermarmi su un episodio recente dove Teodoro viene ospitato in una scuola per giovani marmotte, strani lupetti e ragionieri calvi per tenere un discorso sull’influenza semantica di un paradosso raffreddato.
Teodoro entrò nella classe sicuro di sé.
Davanti a lui, un centinaio di persone lo fissava in silenzio.
Lui posò la borsa a tracolla sotto la sedia e, da in piedi, si appoggiò con le mani aperte sulla grossa cattedra.
Stette in silenzio qualche secondo scrutando i volti dell’aula magna e poi disse
«Ci sono domande?»
Il silenzio era tombale.
Gli alunni si guardavano perplessi.
«No?»
Un ragazzo biondo con occhiali spessi, dalla prima fila alzò la voce «Perché ce lo chiede ora?»
«Bella domanda. Vi risponderò quando saprete dirmi di che colore è un marzillo.»
Gli alunni cominciarono a parlare tra di loro. Un crescendo di sussurri che si ruppe solo quando Teodoro continuò
«Nessuno?»
Silenzio e curiosità.
«D’accordo. Prima di iniziare quella che sarà una lezione imprevista e tempestosa vi chiarirò le idee su queste prime due mie affermazioni: io mi sarei aspettato che alla prima domanda uno di voi si fosse alzato, avesse detto “Ma Dio esiste?” senza preoccuparsi dell’imbarazzo, del giudizio altrui, del giudizio dello stesso Dio, del fatto che fosse una domanda campata in aria. Ci sono domande? Certo che ci sono. Ci son più domande che risposte. E che cosa vi ha fatto pensare che io chiedessi un argomento in particolare? “Eh ma che ne sapevamo?” mi direte voi. E io? Che ne sapevo che cosa mi avreste chiesto? E avrei dovuto rispondere in qualche modo perché il mio ruolo quest’oggi è questo. Ma prendiamo la seconda domanda. Una domanda indiretta. Chi di voi sa cos’è un marzillo? Nessuno? Beh perché l’ho inventato al momento. Ma se uno di voi mi avesse risposto per esempio “Viola!” io avrei detto giusto. Perché? Perché nella mia mente potrei aver creato un animale giallo dalle sembianze feline, perfettamente ambientato nel paesaggio urbano che un bel giorno passa sotto una scala dove un imbianchino ha lasciato un secchio di vernice viola e gli si versa addosso…»
«Quindi non c’erano risposte sbagliate…» disse una ragazza con la coda dal centro dell’aula.
«Brava signorina. E bella coda. Non le dà fastidio quando si siede?»
La ragazza diventò rossa nelle guance e tornò a sedersi.
«Non ci sono risposte sbagliate. Ci sono domande in ritardo o risposte in anticipo. Nemmeno il silenzio è un errore se nella vostra testa i pensieri urlano risposte. Ma nella prossima ora lo vedrete meglio. Con degli esempi. Mi serve un volontario ora… Nessuno si offre? Andiamo. Un volontario.»
Una mano si alzò dalla seconda fila, a destra del professore.
«Oh bene. Lei è volontario?»
Il ragazzo annuì
«E per cosa?»
«Cioè?»
«Dico, volontario nella Croce Rossa, Carabinieri?»
«Beh, no, pensavo le servisse un volontario per una dimostrazione…»
«Infatti. E ti ringrazio, sei stato perfetto. Ora mi serve un volontario che voglia venire qui su con me…»
«Io posso?»
«Ma certo! Prego.»
Il ragazzo di prima si alzò e andò verso il professore.
Il pubblico di studenti rimase fermo e in silenzio, non riuscendo a trattenere il dubbio per l’utilità di quella lezione.
Il ragazzo si avvicinò a Teodoro e allungò la mano.
Il professore la guardò e disse «…sì, ne ho una simile anche io…»
«Ora instaureremo una conversazione non focale con variabili aggiunte. Voi…» disse indicando il pubblico «…siete le variabili aggiunte.
Il ragazzo qui con me è l’interlocutore prelativo, una sorta di jolly con più libertà rispetto a voi.»
Il silenzio era assordante.
Il professore guardò verso l’uscita di sicurezza dell’aula dove un signore sulla trentina con occhiali spessi e vestiti piatti stava chino su un marchingegno.
Si sentì un click.
Le luci si spensero, un raggio rosso attraversò l’aula magna nello sgomento contenuto dei presenti.
«Come ti chiami?» Chiese il professore al ragazzo di fianco.
«Marcello»
«E gli altri come ti chiamano»
«Sempre Marcello.?»
«Sempre?»
«Si.»
«Ok, Gianni.»
«Come?»
«Il tuo sempre è molto debole.»
Lo sguardo del ragazzo era perplesso, confuso dalla situazione assurda e dall’atmosfera horror.
«Quanti anni hai?»
«25»
«Giusti?»
«Ne faccio 26 a novembre.»
«Sicuro?»
«Si.»
«E se ti uccidessi tra poco? Non ne faresti 26 a Novembre.»
Gli occhi del ragazzo fissavano Teodoro che ora lo stava guardando fisso in faccia.
«Che intenzioni ha professore?»
Ma mentre il professore stava per rispondere, Giancarlo Gerbilli, alunno della 4C inciampò sul cavo del proiettore delle luci mentre cercava di uscire dall’aula per andare a fumare.
Il proiettore si rovesciò su un’alunna della 3B.
«Mancata.»
«4B!»
«Ah! Colpita!»
Il sangue fece reazione con la luce del proiettore e prese fuoco.
Il panico si diffuse tra gli alunni che ancora non avevano fatto il vaccino antipanico.
Tutti corsero verso la porta dell’uscita di emergenza e toccarono la maniglia senza aprirla.
Fu in quel momento che capirono che “maniglione antipanico” è solo una pubblicità ingannevole.
Teodoro assisteva alla scena immobile perché l’alunno vicino a lui era congelato dalla paura e lo stringeva alle ginocchia.
Il fumo cominciò a riempire l’aula magna e l’alunno che era inciampato si accese la sigaretta; tanto, peggio di così…
Un alunno esuberante aprì per sbaglio la porta di emergenza e si accorse di aver fatto un’azione non proprio sbagliata.
La folla si riversò fuori.
Alcuni professori, però, lanciavano alunni nelle fiamme, nel tentativo di spegnerle, dimenticandosi che la classe non è acqua.
Alcuni bruciarono vivi.
Altri morirono in volo e bruciarono morti.
Alcuni vissero spenti.
Altri ardevano dal desiderio di bruciare vivi.
Arrivò una vettura della polizia nel corridoio. Ma prese fuoco.
«Autocombustione!» disse uno.
«Sì ma è più strano che sia riuscita ad arrivare al quarto piano su per le scale!»
Alcuni professori presero fuoco, per portarlo via.
Teodoro intanto cercava di uscire dall’aula nello stesso modo in cui era entrato: vivo.
Si faceva largo tra le macerie dei banchi.
«Ingrasso a vista d’occhio» disse facendosi largo. «Ma sarebbe meglio se mi facessi lago, in questo momento.»
«Non è quello che dice sempre un pagliaio?» disse Fulvia Dupont, alunna della 7D, ripetente.
«Non è quello che dice sempre un pagliaio?»
«Sì, avevo capito, signorina…»
«Sono ripetente.»
«Ah, mi perdoni.»
«Sono ripetente.»
«Sì, ok, mi perdoni, non avevo capito…»
«Non la posso perdonare, sono atea.»
«Ah! Anche io!»
«Non la posso perdonare, sono atea.»
«Eh, io ora non più.» disse Teodoro cominciando a pregare. Il fuoco aveva quasi completamente invaso l’aula magna 41 quando in lontananza si sentirono le sirene dei pompieri.
«Sentite?! Sono le sirene! Sono le sirene!» strillò Attilio Lanfranchi della 3K.
«Legatelo all’albero maestro!» disse Teodoro ulissianamente.
«Ma il maestro Albero è stato il primo a morire nelle fiamme!!»
Al funerale del maestro Gino Albero si presentarono in centodue.
D’altronde, non si conoscevano; passarono il tempo a presentarsi.
La funzione iniziò appena arrivò il prof .di matematica.
Purtroppo ci si accorse solo dopo un’ora che il carro funebre non era ancora arrivato.
Pioveva talmente forte che i presenti tenevano l’ombrello al contrario per evitare gli schizzi di rimbalzo.
Il pastore arrivò insieme al carro funebre. Le pecore arrivarono qualche minuto dopo; si erano addormentate contandosi per l’appello.
Venne preparata la camera ardente, per coerenza con la morte da incendio del maestro Gino Albero. Al suo interno vennero rinchiusi tutti i partecipanti coi bollenti spiriti.
La funzione religiosa venne iniziata dal prete/parrucchiere del paese, rinomato per la sua messa in piega.
«Fratelli e sorelle benvenuti…»
Camillo, Gianfrancarlo, Alcida e Lucilla lo salutarono con la testa.
«E benvenuti anche agli altri.» continuò il prete.
«Perché la mette sul familiare, signor parroco?» disse uno dei presenti, dato che gli assenti erano piuttosto silenziosi.
Il parroco ristette e lo guardò male.
Poi lo guardò bene e capì chi fu ad aver parlato: una sua vecchia conoscenza, Palmiro Sbubbia, il prete della parrocchia rivale.
«Sbubbia! Anche lei qui?»
«Dice mia moglie?»
«No, dico lei tu… aspetta! Moglie?»
«Cosa?»
«Niente, niente. Allora aveva ragione mio figlio…»
«Figlio?»
«Cosa?»
«Cosa?»
«Mi faccia continuare.»
«Prego…»
«No. Solo quando lo dico io.»
«Raccordo…»
«Raccordo? Semmai d’accordo!»
«Non siamo a Roma?»
«No, siamo a Messina!»
«Ecco perché lei è così piccolo…»
«Non la seguo.»
«Lo faccia, sono @donpalmiro su X.»
«Provvederò. Ora posso continuare?»
«Ci mancherebbe.»
«Bene, come dicevo…»
«Un’ultima cosa…» disse Palmiro alzando la mano.
Il parroco sbuffò. «Si, don Palmiro, mi dica.»
«Avremo l’Ostia anche se non siamo a Roma?»
Il parroco lo guardò perplesso per qualche secondo; per precisione, centosei.
Un po’ troppi, forse, se si passano a guardare qualcuno in modo perplesso, tanto che i chierichetti andarono a toccargli il polso per controllare il battito.
«Ma passiamo alla funzione!» disse poi d’improvviso, per la gioia dei matematici accorsi. Qualcuno di quest’ultimi però, non accontentandosi cominciò a urlare «Prima la parabola!»
Due tecnici Sky si scaldavano a bordo campo santo.
Il parroco poi prese il pane e lo spezzò con troppa facilità:
«Ma è secco!»
«Tagli ai fondi, don parroco.» disse un chierichetto.
«Parroco con la P maiuscola.»
«Ma se parlo mica si vede.»
«No ma si sente.»
«Se lo dice lei.»
«Lei, la moglie di Palmiro?»
«No lei, don parroco, tu, con la P…»
«Figliolo non mi interrompere anche tu.»
«Si papà… Parroco… Parroco, volevo dire…»
Il parroco vide tra il pubblico Palmiro che se la rideva sotto i baffi e sopra le ciglia. Un sorriso a 323 denti.
«Oh, Cristo, uno squalo!»
«Non bestemmi, Parroco…» disse Palmiro con le branchie.
Gino Albero non venne mai dimenticato, al contrario dei collegamenti tra i personaggi citati in questi “racconti”;
Fulgenzio Macchiabelli fu un ottimo sindaco, arrivò pure secondo nella gara di sindaci a ostacoli di Sidney nel 2012;
Teodoro smise di fare il professore quando si accorse che i suoi discorsi non avrebbero mai avuto una conclusione:
Marzo Pane detto Pazzerello si diede all’ittica e cominciò a puntare ingenti somme di denaro sulle corse di cavallucci marini.
Gli altri personaggi, invece, ancora stanno cercando la morale e, nel frattempo, hanno contribuito con il soprascritto a collaborare alla stesura di questa opera storica di vitale importanza.
O almeno spero.
venticinque in numeri
Un grazie ai miei tre spiriti guida, le persone con cui non potrei vivere, scrivere, mangiare, dormire, evidenziare i passaggi importanti dei libri di storia e mangiare caldarroste:
Nevio Artisti Vari: con la sua fortuna nell’avere un cognome che gli permette di incassare una fortuna dalla SIAE mi ha fatto capire che a volte non serve farsi un nome.
Mario Rossi: per essere una persona qualunque.
Laura Noncé: per essere sempre presente quando ho bisogno di solitudine.
Condoglianze ai lettori che sono arrivati fino a qui battendo il mio record personale di venti pagine lette.
— Glodio Lupiscattoli