11/04/1926 – #1016
Oi spéngomi lo che posso. Il buio appena corso m’ha concesso un sonno alquanto soddisfacente nonostante l’incipio d’uno sconforto dato dalle temperature cangianti. So d’averlo menzionato d’una qualche parte dapprima, ma detesto i mesi caldi dell’anno e approcciarmi al giaciglio sin coperte o dressi lunghi un poco m’irrita. Orbene, non un poco. Alla quinta ora della mane ingollavo l’arabica scadente sittato nel tino colla premura di creare meno rumori possibili pe’ ‘n destare Lilian che bisogna di reposo continuo ne’ fini di settimana. Ierdì al vespro ho ciarlato un poco con ella e mi rincuora oltre misura la possibilità di percorrere alcuni argomenti ch’alla sua età ì poteo solo maginare, qual d’emotività e affetti, timori e piccoli traguardi quotidiani. Ella segue una scalinata non dissimile dalla mia ed ì mi poggio a Camille, ella si poggia ad Amber, figura ch’ancora non ho esperito direttamente se non pe’ le brevi comparsate ne’ discorsi con Annie, e che, in fine, non abbisogno di canoscere per vero; tale deve ser il fugiglio sicuro di Lilian. Di questo proposito, credo ch’irò a visitare la dottoressa Nauer ne’ prossimi meriggi, uno avrebbe di che bastare per vero, pe’ sciorinarle le recenti crepature ch’hanno avuto di che avulgermi dal consueto monotonare di solitanze sociali. Non ch’abbia la necessità d’integrare codeste – ben è nota la mia_avversione all’interazioni forzate – ma vari progetti e scadenze imminenti dimandano una mia partecipazione attiva alla quale debbo, in qualche maniera, ottemperare. Ierdì ne discutevo appena colla mia siorina: ella ha direttamente chiestomi qual’individui solgo tollerare ne’ periodi ov’il mio asocialismo prende le redini. Ì le ho replicato colle stesse direttive ch’il mio diario quivi presente ha subìto ‘n questi dì: ella e Juliet. Nulla più. Ho addizionato la signorina Calvin, premurandomi d’elencarla come saltuaria nelle mie considerazioni di tolleranza. Lily ‘n ha battuto ciglio. Ben so ch’il carattere d’ella si presta molto piute al mio ch’allo della madre e sono rari l’esseri umani ch’hanno ‘l privilegio della nostra immancabile attenzione. Orora stiamo ancora apprendendo, per vero, come non lassare che tale caratteristica sfoci ‘n un atteggiamento disfunzionale ‘n la società, e debbo dire che ne risultiamo capaci, poscia i dovuti amari ricevuti e i vortici inevitabili di sconforto che l’isolamento sociale implica. Ché, in fondo, codesta definizione poco s’addice s’ho di che mirarla novamente, ch’ì e Lilian ben siamo inseriti nelle funzioni sociali cotidiane, ma pe’ due qual noialtri, dressare una mascara pe’ codesto inserimento è divenuto oltre che necessario quasi un vanto. L’eremitismo estremo non avrebbe di che portare risultati all’ambizioni ch’entrambi serbiamo, ed entrambi continuiamo a fare pace con tale condizione. Necessitiamo, tuttavia, dì come lo che sarà oi, serrati didentro le mura d’un appartamento glabro e lucido, sin obbligazioni di sorta, sin vociare alcuno che ‘n sia ‘l nostro sulle quistioni ch’hanno di che passarci pe’ ‘l cranio, sin la bisogna di mirare folle o esperire ‘l solito flusso d’anime che già sopportiamo ‘n la settimana d’impegni. Son lieto d’aver di che cullare tal’esigenza d’ella, sopra di tutto quan coincide con lo che prevedo ì medesmo. Essìa. Oi e dimani giacceremo ‘n una cella muta ‘sì confortevole che, talvolta, rende ancora più arduo l’incipio della settimana nuova.