26/03/1926 – #1000
Che cangia, in fine, or che la cifra ‘n anticipo all’entrata ha di che ser ‘sì tonda e lunga? Ebbene, n’ho cennato un qualché ne’ dì scorsi, ch’ho di che trattare un poco codesto dì com’altri e nulla più, sebbene, piute pe’ l’occasione di digredire un poco che pe’l fatto ‘n sé, sarebbe quasi uno spreco se ‘n avessi di che giuocolare appena sull’evento. Mai pensai di giungere a tali numeri coll’entrate de’ mie’ libri, del diarucolo ch’omai è fedele compagno. N’ho già discusso, quissà, dello che stanno a fare li numeri in cima, non rammento se di modo criptico o se l’ho gittato sano sul gianco della carta, tuttavia. Pàremi ora alquanto sciocco, a ben pensarci, or che ‘l fluire delle stagioni ha donàtomi sittante epifanie corredate d’altrettante manate ‘n viso. Il dì appresso all’ultimo contatto con Valerie fu ‘l primo avvento dell’entrate, l’uno e solo, lo che permane orora e innanzi come l’incipio d’un silenzio ma, nel medesmo modo, come ‘l termine d’un altro silenzio. Un qualché nell’ultime vicissitudini con ella m’aveano lassato poc’altre strade da percorrere che ‘n fossero quelle che non prevedessero i disegni ch’entrambi facemmo giunti: l’incompatibilità caratteriale, l’approccio al cotidiano dissimile e contrastante, le continue recriminazioni, l’atavici rancori, e sittanto arrìa di che listare ancora. E ben biasimo ‘l sottoscritto quant’ella, quissà piute ancora omai, or che ho ruminato didentro e che la pletora d’erri ha pigliato colori e pizzi ai quali ‘sì cieco fui prima. Quasi certo resto, di contro, dello stato immobile d’ella durante l’anni ch’han scorso numerati da codesto diario. Ecco la cagione quivi per cui sol ì paio addossarmi colpe e rimpianti, per lo che posso conoscere; ella tal era ed ì ancora aveo di che divenire un qualcuno, sicché nel processo del mio finare l’individuo ch’aveo di che indossare, ella n’ha esperito i cangi, l’instabilità e le reazioni. E mai fu capace o mai volle ser capace o disposta a malleare l’individuo ch’ella era pe’ comodare un qualché d’intermedio. Essì ch’uscìa sol veleno, indi, d’una fauce l’altra, d’uno strillo a una fuga, quale scudo e spada al medesmo tempo, quale rivendicazione d’entrambi della propria individualità, non disposta e non capace d’una scesa al compromesso. Vi fu tanto d’idilliaco – e pe’ nulla farlocco – a priori, già ne narro ‘n molti scritti che camminano fianco codesto, ma ‘sì brevi tant’intensi furon que’ mesi, ch’anni in fine non furono. E non v’è citazione ora che porrìa fare esatta, non v’è materiale ch’avrei di ch’offrire queste pagine ch’abbia un resoconto dell’ultimi dì prima dell’entrata uno. Ai venti dell’etere l’ho gittati, ‘sì com’ancora fo’ coi ninnoli e l’ultimi mementi ch’hanno di che trovare riparo ‘n April Street. Ed April Street è Valerie. Mossi i mie’ primi passi quivi didentro nell’estate di cinque anni addietro, qualche luna poscia ch’il core fosse già ‘n affitto presso ‘l petto suo. Quivi vedemmo li stralci e l’attimi ch’ogni poeta canta e brama, l’affezione totale ch’ha di che parere infantile all’occhi altrui, la dipendenza spontanea ch’han l’occhi d’uno pelli dell’altro. Quivi vennero le pause, quivi ‘n codesto tinello di poco differente da quell’anni, vennero pioggini e poi soli, e poi le tormente ch’han vintoci, noi che piute ponevamo saldi i piedi ‘n terra, e noi che piute venìamo sradicati e lanzati all’aere. Fu ‘n qualché che venne dammé e me solo, un dì ben lucido dell’intero scenario ch’avea di che palesarsi cotidianamente: aver di che ingollare tanto dello ch’ero divenuto e regredire a una forma ch’ella avrebbe gradito e non poco, oppur aver di che stringere le mani torno ‘l fato ch’aveo dinnanzi, al costo esoso d’aver di che farlo solo. L’amai come s’ama ‘l proprio essere e quissà mai lo scrissi o dissi per vero nelle mille entrate ch’hanno di che sproloquiare ‘n queste pagine e sovente ancor indugio nel pensiero ch’un frammento d’Arthur sia ito via d’April Street per accasarsi con ella, ovunque e con chiunque or stia. N’ho celato la vergogna ‘n molti meriggi e vespri, fuggii perfino da codeste paginette ‘n alcune occasioni, ed ora che resta? L’eco d’un qualché ch’avrebbe potuto ser e ch’il cielo, ‘l caso o noi stessi giovini stolti non abbiamo lassato capitasse, di contro, vi ci siamo ribellati coll’armi strette tra l’incisivi. Ella ancor giace un poco ‘n le giornate, ‘n cada una ch’ì voglia ommeno; ad istanza, ierdì passai pe’ l’androne dell’edificio ‘n April Street, e lame d’un profumo ch’in tre anni mai sentii novamente ma ch’in un battito dell’occhi mi portarono a que’ tempi, quell’essenze ch’ella vestìa sin pudore e ch’aleggiavano d’in tra le mura de’ quarti pe’ le settimane a venire. Voltai ‘l guardo al contenitore della corrispondenza che porta ‘l mio cognome, qual fosse ovvio ch’avrei scorto una missiva d’ella, preannunciata dall’aroma lassato pe’ le scale. Nulla. Ma ben lo sapevo. Ne risi appena, sin dedicarvici altri pensieri. ‘Sì la traggo meco, or ch’il fumo acido de’ nostro rogo infausto pare disperdersi dì per dì, di parpasso colla limatura dell’omo ch’in fine aveo di che divenire. Ho abbisognato di molta carta per comprendere che solo sin ella poteo farlo. V’è contraddizione, dìcomi sovente; essìa, come ‘n tutto lo ch’in fondo fummo ì ed ella. Com’in fondo un poco tutti hanno di che manifestare. La ferma natura la lasso sin rancore ai massi. Or scrivo e l’ora è presta, ma ‘l corpo ha reagito all’infermità del dì addietro, e ben mi garba dilungarmi ‘n prospettive che quissà attendevano uno spazio consono pe’ sortire e respirare un poco. Dubito codesta possa ser l’ultima menzione di Valerie ne’ tomi che accumulo; ella è la cagione dell’intero compendio, musa ‘n bene e male, parvenza sfumata d’un’alma che parea complementare. Per mala sorte, o buona, quissà, differivamo d’un mero capello. Non le serbo ulteriori malignità, già ne pronunciai sittànte nell’innioranza de’ mie’ anni bui, di contro, or che m’aggraderebbe ciarlare un poco di tutto lo ch’ho intorno, ebbene, chessìa cotale entrata un ultimo dono e giaciglio tepido ov’ha di che stare pei millenni a venire. E quissà che ‘n sia codesta, in fine, la forma d’amor ch’entrambi pensammo d’aver trovato l’un l’altro, nevvero, Rirì?