Marco Delrio

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10/03/1926 – #984

L’obbligazioni pe’ conto della Frontprice non s’hanno arrestate nonostante il progetto Kryomont abbia di che dimandare la massima mia attenzione; oi ho incipito ‘l dì di travaglio presso alcune fabbriche di Greenrice pe’ spostarmi in Naught Port dopo qualche ora. Le tabulazioni in queste contee ‘n hanno di ch’esigere molto del mio fisico, s’ha di che parlare d’una quistione di vari tragitti scomodi, com’ho già sovente spiegato ‘n altre entrate precedenti. Or mi trovo presso la fabbrica di St. Maurice ov’il signor Shores, ierdì, m’ha dato appuntamento p’un aggiornamento sin impegni sulle d’entrambi quistioni lavorative e non; per chiaro fui io a contattarlo dimandandone nuove, vista la sua latitanza recente. Ho apprezzato ‘l suo rispondere presto e la disponibilità a una riunione a scopo semi-ludico. Il meteo è poco clemente, oi, in Hillfoot e m’addossa molto del griugiume ch’ostenta. Ì ne vengo d’un meriggio d’impegni, ieri, ch’in la saletta del circolo letterario di Streamver ho avuto di che tenere un discorso ch’ha rasentato le tre ore conscutive: vi sono molte esigenze da parte del sottoscritto nell’approccio ch’il circolo ha di che mantenere pe’ garantire ch’il percorso innanzi non formi un curvone a gomito e ci riporti verso donde ne siamo partiti ‘sì tant’anni addietro ed ì penso d’essere giunto a ‘n momento ‘n cui necessito responsi ben chiari su quali sono l’intenzioni dell’altri membri verso codesto progetto. Le mie filippiche dal tono acceso e alquanto frustrato hanno sicuramente messo ‘n moto l’ingranaggi del di loro crani ed attendo ancora una settimana, fino al prossimo incontro ‘n Streamver, pe’ testare se v’è un cero or acceso e s’il proseguio di codesta avventura abbia di che ser professionale e di successo. Giunto presso April Street, com’ho cripticamente accennato nell’entrata scorsa ‘n qualche motto, ho postomi a scrivere un telegramma conclusivo per la signorina Rommer. M’è parso ‘l momento giusto, l’ultimo, quissà. L’idealizzazione che possiedo, creata a posteriori, della signorina Rommer è un qualché di malsanamente confortevole ch’agisce come perenne memento delle mie innumerevoli falle passate. Quan l’autunno ito ebbimo maniera d’incontrarci presso una taverna ‘n Bolinthos, il surreale scenario s’è incisomi ‘n dosso e didentro di parecchie delle memorie che di noi teneo, addolcendone alcuni spigoli e dimandandomi s’avessi di che mantenere quella come fotografia dello ch’in fondo ì ed ella ancor siamo: poiché, per chiaro, l’allontanamento dell’anni addietro ha generato risposte contrapposte pe’ codesti due attori coinvolti e ben so quant’ella ‘n avrebbe di che considerare nemmeno ‘l motto “coinvolti” se ciò può già rispondere ad eventuali dubbi. Il mio lassare Lylcoin nasce perfino da intrighi tal quassù: abbandonare anche fiisicamente le storie e l’individui ai quali non riesco a porre in dosso la parola “fine” è una delle conseguenze e ragioni più importanti del mio avulgere verso Powles, pe’ quanto sovente ì l’isconda didietro questioni logistiche o famigliari. Non so che sarà d’Arthur e Susan, o meglio, ben lo so. Ella ha di che permanere nell’immagini ch’ho eletto di custodire, le meno spinose e le più idilliache, ‘n un velo di irrazionale idealizzazione che non vergognomi a vantare. Ì, di contro, scivolerò dalle palme de’ suo’ ricordi mano a mano che ‘l suo quotidiano e ch’un qualché migliore di Arthur avrà di che carpirle ogni bizzo.