09/03/1926 – #983
Ì li comprendo bene quell’attimi ‘n cui Annie soglia ‘l confino e lassa che siano le frustrazioni a favellare p’ella, lassando ch’il senno si pigli quella mezzora di respiro e s’allontani sin verbo o echi. V’è del nobile nel suo mantenere un’adeguata struttura educatoria pe’ Lilian considerata la mia assenza e la mia relativa distanza. Ch’ho di che dirle, in fine, che ‘n sia ben demagogia o forma edulcorata d’una giustificazione del mio egoismo passato? Non azzardo critiche negative e negativiste al suo modo d’approcciare la relazione ch’ella mantiene co’ Lilian: esse dimorano giunte da quando quest’ultima ha veduto la luce pe’ la prima volta ed ì mai ho potuto o voluto tale fortuna, ch’orora col senno di poi renderèbbemi un senso differente dallo che quissà cerco ‘n miriadi d’altre faccende. Le complicazioni di travaglio e ‘l proseguio dell’anni hanno fatto sì che codesto mio avulgere del quotidiano di Lilian imponesse su Annie un macigno ch’or sarebbe futile tentare di sollevare, pe’ quanto ì di fatto ci stia provando. Inoltre, Lily ha raggiunto un’età ch’ormai ben rammento, la della doppia cifra, la che dista poco dall’età matura, la che anela e brama ribellione e un’identità ch’abbia un qualché di che soddisfare, talvolta contro qualunque e chiunque; ed ì chi sarei pe’ biasimarle tali impulsi ch’anche al sottoscritto hanno posto al giogo? Ed ì, per vero, lassàimi parecchio trascinare dalle futilità e superficialità d’un età stolida e apparentemente infinita. Il senno di poi ha di che chiamarsi tale poiché solamente a posteriori pare venire la ragione, la percezione prospettica dello ch’è stato. Lìvi, annebbiati dalla crescita, dalle novelle scintille chimico-fisiche ch’ogniddì paiono sprigionare un qualché di dissimile dal dì precedente, chi possiede le facoltà pe’ bracciare tale evoluzione repentina e tale foschia fatta di percezioni distorte e programmi ch’un meriggio solo paiono durare? Non rammento com’i Parker abbiano gestito i mie’ volteggi ‘n quell’anni e i ricordi ch’ancora fanno capolino non sono per nulla gradevoli; tuttavia, ì, Lilian ed Annie abbiamo percorso sentieri guidati dalle voci d’alcuni professionisti che tentano d’evitare proprio quella baraonda ‘n cui mi trovai sballottato. Ma pe’ tornare ad Annie. V’è probabilmente molto ch’ì riuscirei a concludere pe’ alleggerirle il peso ch’or s’è accollato e chiede pesa dell’umor suo e sgraffigna tant’ore dalle sue lune, sin badare all’affabilità e il gaudio ch’una coppia ‘sìttale abbisogna, ancor piute quand’ì tentenno a centinaia di miglia di distanza colle sole parole a potere fare un qualché di sanatorio. Non ch’ì abbia altre priorità che mi transennino difuori della partecipazione più attiva possibile; ben ho compreso quanto Lilian debba essere fulcro centrale d’ogni mia decisione e, quissà, ciò in fino l’ho compreso un poco troppo tardi, come tant’altre cose insieme, d’altronde. V’è comunque genuina lena nel mio tentare di garantire un futuro roseo pe’ le donne ch’hanno permesso ch’un brandello di Arthur possa perdurare ‘n la storia un poco oltre la mia disfatta. S’avessi maniera orora di gesticolare nell’aere e sanificare l’umori e l’ansie di noi tre, ebbene, nulla avrebbe di che fermarmi; di più che ‘n dimando lo che sovente la folla disìa: che le finanze siano limitate, ben venga, che l’ostacoli non s’arrestino o scompaiano, che le mani e i meriggi siano ricolmi di fatiche e sudori, per vero; lo ch’auspico e pe’ cui travaglio è la ricerca d’una solita e costante benestanza dell’umori ch’affollano codesto piccolo nido atipico e spezzettato. Lilian merita lo ch’in fondo ì e Annie non abbiamo mai potuto ottenere per davvero, quissà, pe’ colpe ch’anche attribuire a chi dovremmo hanno di che ser inutili. Ed or quivi cogito, col telegramma di Susan che dimanda una visita nelle settimane a venire, col telegramma ch’ho scritto pe’ richiedere un dì di congedo pe’ visitare l’accademia di Lilian e conferire coll’istruttori – attività che suole compiere Annie – dimandandomi qual fine possa esserci nell’indugiare ulteriormente ‘n tutte le mie fantasticherie romantiche, letterarie e carrieristiche se l’unica ragione per cui sorrido, di fondo, traballa ancora nell’incertezza causata dalle mie inefficienze. Diamine. Il bruciore che tale frase ha generato allo scriverla. Essìa.
21:43
Susan avea di ch’irsi prima o dopo. O meglio: ì aveo di che lassarla ire.