25/02/1926 – #971
Ennò. Al dimonio lo ch’ho gittato ‘l dì addietro. ‘Sìttale non fungo e ‘n bramo perseguire nell’anni ch’hanno da venire. Non debbo ser ì lo ch’ha di che patire e anelare un rientro al tempo ito se lo ch’ho compiuto ancor rimbomba epico e ben creato; per vero, avrò avuto le mie falle, le mie mancanze, orbene omai n’ho discorso fino troppo quivi e con Camille. Ma lo ch’ho messo didentro quell’anni ove l’uniche albe ch’aveano di che scaldarmi erano permeate del di lei viso, ebbene, niuno porrìa fare meglio, ne sono ben certo. Perché mai terrìa di ch’odiare brandelli di giorni ch’hanno ‘l di lei profumo ancora, ch’ha di che privarmi ancora poscia l’anni che già non avranno torno? None, ho avuto di che dirmi oi, di torno a Sanders e paesucoli affianco, non v’è nulla rimasto ch’ho di che donare anch’al sol vaneggio d’ella, anch’all’illusioni e i fumi ch’avranno di che perseguitarmi. Liriche e fatiche, suppliche e concessioni, lo cui ho rinunciato p’un meriggio di compagnia ancor m’assilla, lor ch’ho ferito e inniorato, lor ch’aveano di darmi torto nel tentativo di destarmi dal torpore irrazionale che mi tenea ‘l giogo dì per dì. Ed ì ancora che fuggo dalle risposte che ‘sì tanti tante volte han propòstomi, me stolido romantico. Casi s’il venire reale una tale utopia avesse di che sanare ‘l resto dell’altre tribolazioni che traggo meco cotidianamente. Ne parlai già addietro, or non rammento le date con precisione, quan aveo di ch’osservare le numerazioni avanti all’entrate com’un qualché di salvifico, la memoria che ‘sì tante lune han scorso dal dì ch’ì ho liberatomi del siero immobilizzante ch’ella inoculava ‘n ogni mia cellula. Ch’infante sciocco son stato, pervaso dallo ch’ora rigetto perfino nell’opre che abbozzo e performo nelli spettacoli. No. Vero è ch’ho già promessomi addietro di cangiare in toto lo ch’è ‘l mio diario, e, di fatto, l’ingresso all’uscio della dottoressa Nauer è l’ombra di tale determinazione fino dal principio, o dalla fine s’uno aggrada ser pistino, ma nulla mai ha sconvoltomi quanto ‘l limite cui son giunto nel corso dell’oggidì. Che frigga chetamente nell’oblio. Ì ben so ch’il mio l’ho dato, scritto, e ostentato di torno; or si procede. Chissà lo ch’avrà di che dire ‘l tempo, Rirì, vero?