24/02/1926 – #970
Augustine. Clima infuocato. Poco meno d’una moneta d’oro di retribuzione pe’ circa otto ore di travaglio ed una mane gittata ne’ rimasugli della spossatezza. Ebbene. Ch’avrei di che cronacare su questa paginetta giancastra ch’or fìssami ed attende? Che le nuove che ne vengono delle mie ore d’incoscienza son ulteriori immagini di Valerie che mi sbeffeggia ‘n un limbo d’avvenimenti mai accaduti o che mai avranno di ch’essere? Se debbo, ben venga, bàdisi, già l’ammisi sittante volte addietro ch’oramai pàremi d’aver di che titolare ogni pila di scribacchi annuale come la ch’ho appellato contraddizioni epifaniche. Ben poco resta d’epifanico ‘n tali scosse del mio diario, si noti, ch’in fondo ch’avrei ancora di che narrare riguardo che già non dissi dilungandomi oltre ‘l decente e ‘l consigliato? Diamine quant’aborro l’entrate ricche d’interrogativi. Ben so che la dottoressa Nauer avrebbe di che farmi_indugiare ‘n tali scompensi del mio equilibrio sentimentale, quasi a volere spremere ogni zampillo incoerente ch’ancora pare influenzare ‘l mio incedere cotidiano. Ma, per vero, rimane ‘sì poco di che blaterare; già l’ammisi, non molti mesi addietro, or pàremi, che ‘l d’Ella fantasma s’è acclimatato ne’ mie’ fugigli sin senno, ch’il prolifico mio divulgere opere ch’hanno un rimando alla storia ita pare indicare ch’ancora ‘n v’è la quiete didentro ‘l core ch’anelo e agogno d’anni. E le cifre de’ dì sin alcuna d’Ella nuove sono ‘n capo all’entrate fin dall’incipio. Quant’ancora, orbene, avrò di che rimestare ‘n tale insensatezza e lassare che l’echi del fu siano mere muse saltuarie e innocue? Rammento omai casi nulla dello ch’ha destatomi colla mente nell’altrove ch’in fondo una parte di me brama raggiungere. L’arduo sarà obliare che sia occorso. Non biàsimomi, bàdisi, ch’ho terminato da lune e lune ‘l mio girotondo illogico di torno i disìi, ma tento d’osservarmi per di fuori, nella maniera ch’abbia ‘l più d’oggettivo possibile, qual farebbe la dottoressa Nauer, esplorando perfino lo ch’avrebbe di che scagliarmi in dosso o consigliarmi pe’ bracciare tali rivelazioni. V’eran tempi ‘n cui codeste improvvisate notturne avrebbero avuto di che ruinare l’intero corso del dì innanzi, ben vi saranno in quest’enorme effemerida; or ne bestemmio l’alma, per certo, eppure ne faccio tesoro anche, ch’i segni ch’il percorso fatto m’ha lassato didentro hanno di ch’orare ancora un qualché di novello ‘n ogni accadimento. Ch’io ne tragga una lezione, tuttavia, sarà un conto differente. Ch’ì poi l’applichi, ebbene, avranno di che scorrere altre lune. V’è ‘l tentativo, inoltre, d’aver di che iustificare cotali reazioni spontanee colle mie canoscenze antropologiche – sovente col seguire del dì appresso, ove, com’oi, son lassatomi catturare da libercoli sull’argomento, nell’esasperazione dell’aver di che contornare ‘l tutto con una cagione assennata. E dimandomi, infine, se l’essenza e la parvenza ch’hanno codeste illusioni bisognassero l’assenza completa d’un materialismo esplicabile, bisognassero il vuoto accademico o ragionevole, avrei allora di che riformulare tante delle ipotesi mie sullo ch’Ella ancora permane. Quissà, di contro, ì ‘n ho mai cangiato nulla, a scapito delle milliaia di pagine ch’or dimorano meco. Un poco, il pensiero m’affligge. Un poco, di contro, già lo sapevo.