Marco Delrio

Parkerverse › DiarioDiary

22/02/1926 – #968

Un dì ch’ha un qualché d’eclettico ‘n sé di che narrare, chessìa pe’ la natura longeva che pare trarsi appresso o pe’ l’immagine che d’esso m’ho fatto nel correrlo sin agende a catenarmi eccessivamente. Ho lassatomi coll’occhi serrati fino ben oltre l’orario anteposto pe’ la sveglia e, debbo dire, ch’il reposo ulteriore ha giovatomi non poco, colla mente che mezzora poscia ‘l risveglio già s’arrovellava sull’impegni cotidiani. I quarti d’April Street m’han parso nettati e confortevoli, sicché ho lassato ch’Ada avesse di che pensare alle sue obbligazioni ‘n questo dì che serra la settimana. Fino dalla mane presta, o lo che presto puote ser poscia una veglia tarda, m’ho chinatomi sulle paginette del tomo ch’ho incipito nell’ultime settimane, un volume ch’analizza di maniera completa e di gran lunga oggettiva ‘l mio impiego com’addetto alla ricalibrazione inventariale delle fabbriche di combustibili; tale progetto è nato come coda fisiologica del mio impiego precedente come capoturno delli stabilimenti in Hillfoot e Lakeside, e dall’iniziativa principale della Kryomont ch’ogni anno richiede i mie’ servigi presso le fabbriche della regione. V’è parecchio di che scrivere e le ricerche riguardo hanno di che trascinarmi ‘n meandri logorroici e tecnici ch’ancora mi dimando com’ì possa ‘n essermi tediato di tale universo a tal punto dall’abbandonarlo ‘sì com’è ed incipire uno delli progetti a me più cari – li fatti di rime e prose che niuno legge. Tuttavia, quissà p’il mero fatto d’aver dinnanzi il primo tomo ch’ha di che narrare d’un qualché di concreto, quissà p’il mio sostare dinnanzi la mira annuale che fissami aspra del listino ch’ho compilato mesi addietro, pare che codest’avventura abbia un che di soddisfacente nel suo esigere ‘l mio impegno massimo, ed ì ch’ho di che perdere, in fondo, fronte alla possibilità ch’un’opra tale possa divenire lo ch’in fine rendemi imperituro? Ch’al termine del dì, sempre lìvi giace ‘l mio senso d’inquietudine: aver prodotto un qualché ch’ha di che ciarlare del sottoscritto pure quand’ì avrò di che sfamare la terra. Vi ragiono sovente quan ‘il viso mio viene all’occhi dello ch’al riflettente sta: l’epidermide che va flosciando, i riflessi argentei che vengono dell’acconciatura, l’ombre scure che bracciano l’occhi per di sotto; diamine, quanto l’uomo rigetta l’idea di divenir antico. Di contro all’osservare ‘l processo com’un resoconto dell’imprese, par ch’il cranio sia predisposto a inimicarsi lo scorrere del tempo, qual s’esso faccia dispetto lassando suddetti segni dissopra d’un viso. Ì non tentenno più ‘n tale difetto, dìcomi, or che codesta consapevolezza, codesta rassegnazione han preso posto pur in quest’effemerida di vanvere. Eppure celero, quissà, pe’ conseguenza, e, di fatto, contraddizione dell’ultima affermazione. Essìa. Ne verrò a capo. Frattanto, oi son perméssomi d’inviare un telegramma alla signorina Rommer ch’ha di che promettermi un cordiale vista la manchevolezza d’ella dimostratami nell’ultimi mesi. Ben so ch’ha millanta obbligazioni cui attendere, ed ì per certo qualche dozzina meno soltanto, eppure v’è un che d’arso e spinoso ch’ha di che pervadermi all’assenza di comunicazioni sue. Per vero avrei di che soddisfare la mia bisogna di socialità ‘n moltaltri scamotaggi estemporanei; ella, ciononostante, pare ch’abbia una presa di non poco dissimile sul mio benestare, sul mio vagheggiare, sul mio intero cogito. Per chiaro, ciò s’amplifica oltre ‘l razionale alla scesa della seconda chiara; ma vi sarebbe motivo di teorizzare che tale mia scioglievolezza cardiaca si presti anche ad altre muse perdute della mia cronistoria, quali Allison, Juliet, orsù, ben si conosce ‘l nome ch’or mi rifiuto di scrivere. Susan riesce, tuttavia, a divincolarsi delle costrizioni razionali nel minor tempo rispetto l’alternative. Ciò mi perplime ed affascina non poco, ben sapendo ch’ì modi e caratteri di noi due, nell’equazione, non hanno di che combaciare sin attriti roventi e gracchianti. Ch’abbia di che limitare tale elucubrazione romantica ricorrente pe’ declassare ‘l tutto a una cordialità, a un rapporto sciapo e com’altri tanti? Sittanti interrogativi, oi.