Marco Delrio

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15/02/1926 – #961

Ho terminato la compilazione dell’ennesimo libercolo di sonetti. Pàremi che la qualità stia lentamente brillando un poco più ‘n paragone all’altri ch’ogni anno s’accumulano ‘n la pila del concluso. Mi dimando se vi sia ‘ncora un mercato pe’ tali divagazioni ‘n rima e pe’ narrazioni ‘sì contorte_e criptiche. Ciò non togliemi ‘l senso di beatitudine ch’assàlemi allo comporne dìperdì. Codest’ultimo è un recupero dall’inferi del malescrivere d’un tomo di molt’anni addietro, quissà uno de’ primi; n’ho rivoltato le pieghe ‘n tutti i lati di modo da donare vita nuova a sittanti metri ch’avean di che perire lentamente alla consapevolezza letteraria dell’obsoleto. V’è un mero centinaio e mezzo di paginette sicché non v’è di che perdere lune intere pe’ completare la consultazione. D’ogni modo, com’omai ben s’apprende dalli mie’ scritti, non ho nullaltro di che aggiungere, blaterare riguardo o vender alle masse. S’han brama di spulciare lo ch’ho scritto, lìvi sta, fianco l’altri di mio pugno presso le biblioteche della Britannia. Non ebbi mai la presunzione di venir abbiente colla scrittura, quissà ‘n correlazione col tempo ricucito dai dì che dédicovi, quissà p’altre ambizioni che ‘n riesco a smovere dal piedistallo delle mie agogne a lungo termine. So ch’ormai serrarmi didentro di poche mura co’ risme gianche di che riempire è divenuto metodologicamente terapeutico e ‘l percorso ‘n sé, come ben so d’aver già iscritto di recente, è lo ch’in fondo mantiene accese le fiammelle creative ch’altrimenti avrìan di che singhiozzare e spengersi disotto del logorìo cotidiano. Nell’ultime settimane m’è capitato di soffermarmi sul ruolo mio didentro del panorama teatrale ed esibitivo, ov’or come l’anni addietro, ancora calco palchi minuti di torno Bolinthos e Hillfoot nel tentativo di lustrare una nomea che poscia tant’anni omai ha ben di che rassegnarsi; le mie competenze e capacità letterarie e compositive hanno ben di che vantarsi ‘n paragone alle mi’ effettive padronanze intrattenitrici e ne sto convenendo ch’avrei di che lassarmi scivolare ‘n un ruolo ch’oltrevvà i riflettori e l’occhi de’ pubblici, un ruolo che si presta allo scritto e al contorno, un poco com’il cantiere ch’ha incipito il travaglio qui sotto ‘n April Street in questi giorni: ei han di ch’ergere un qualché che sta ‘n piedi col viso all’intemperie e al giudizio de’ secoli ‘n attesa, non vanno incidendo ‘l nome loro ‘n ogni forattino benemesso, ‘n ogni corsoio d’appannata; ei han di che sicurarsi che l’intero edificio ‘n si sbricioli ai venti marzolini o alle piogge oramai sempre più frequenti. Ci ripenso. Ben poco, quissà, tuttavia, ne possono loro s’han di che seguire un piano. Dorrìa ser piute l’architetto ch’una squadra operaia, dìcomi. O entrambe? Ancor mi sfugge questa metafora.