11/02/1926 – #957
L’obbligazioni in Wedgeville e dintorni oi son state rapide e non hanno esatto tributi eccessivi alla mia prestanza. Il signor Tinsteel m’ha assegnato due ulteriori tabulazioni presso Bolinthos pe’ rendere ‘l meriggio degno d’essere travagliato. L’ho apprezzato. Debbo mirare a completare più assegnazioni possibili ‘n codesto periodo vìstesi l’incombenze tributarie ch’hanno decimato le mie risorse. Sarà boccata d’aria la compravendita ‘n estate d’un nuovo immobile a discapito de’ quarti d’April Street. A tal proposito, sarà necessario pretendere orari e opere straordinarie da Adalgise s’avrò di che rendere appetibile l’appartamento entro i mesi caldi. Alla terza ora dl meriggio, tuttavia, mi sono trovato presso ‘l tino della mia dimora a questionarmi sullo ch’ho di che compiere pe’ ‘n lassare ch’il dì scorra col senso d’incompiutezza che detesto sittanto. Scribacchiare su codesto diarucolo è già ‘n qualché ma vi sarà di che incipire una qualche nuova mira annuale se voglio per vero placare ‘l morso. Nell’ultimi tempi, poscia le mie imprese creative, ho notato quanto poco ‘l prodotto dammé generato s’adagi ‘n l’onda pubblicitaria ch’ha di che vantare un qualsiasi altro oggetto o una qualsivoglia altra creazione; ne discorrevo con Claudette e Florence, nell’ultime ciarle divise con esse: l’orgasmo mio giunge collo stato impegnato del processo e non col termine di quest’ultimo. L’opere sinfoniche ch’ho avuto modo di completare ne’ primi giorni di febbraio sono proprio emblema di tale convizione e, omai, assioma. Per quel ch’ha di che riguardarmi, esse han visto la luce, l’ho consegnate all’editori ch’aveo divinato, essi le lasserano all’occhi e le recchie della massa, ed ì non bramo saperne altro – ch’ho altro di cui trattare orora. Tale atteggiamento ben so che corre ‘n conflitto col benfàcere dettato dalle convenzioni mercatare del giorno d’oggi. Non riesco a dar peso, di contro, a tali guide sin anima, orientate solo e sempre solo alla vendita e al successo. Ne scrissi riguardo ‘n uno de’ mie’ libercoli di sonetti: s’anche una sola rima ha di che restare didentro al core e al cranio d’un eventuale lettore che vi si posa addosso per caso, ebbene, ì ‘l mio soddisfacimento l’ho incontrato e nulla vi sarà in più ch’avrebbe di che darmi gaio. Ne’ mie’ discorsi ‘n cantiche e ‘n ogni mia avventura artistica non ho mai preteso d’aver una qualsivoglia soluzione alle cardialgie de’ consumatori, all’efficienza di tali nel loro cotidiano; discorro e canto dello ch’in fondo_occorre ne’ dì ch’esperisco e, ben continuo a serne consapevole, v’è una concordanza collo ch’accade ‘n le vite dell’altri. S’ì, sin farlocca modestia, riesco a porlo ‘n favella ‘n una maniera milliore della maggior parte del volgo, ch’ho di che fare se ‘n lassare ch’i mie’ scritti e opere trovino ‘l loro fugiglio tra le menti e l’anime di lor che ne afferrano un brandello o piute? Le carestie motivazionali e pecuniarie han di che ser temibili e atroci, bàdisi, ma che ‘n sia tale congiunzione colle dell’altri pene ch’in fondo réndemi degno d’essere letto, ascoltato, perlomeno compreso, in fine? Mi disgusta scivolare ‘n retoriche e superbia, s’il senso delle frasi addietro tale appare, ma, quissà, vi son quadri ch’abbisognano di tali sfumi p’essere per vero descritti.