12/12/1925 – #897
S’adagiava sul costato d’un’asse convessa, ché ‘l sedile si pendeva sin sprofondo, e l’assetto d’ossa parea cavarsi dal peso medesmo, ché più che sostegno parea stipite d’oblio. Le giunture, raggrinzite nel loro stesso languore, vantavano un sudore interno che ‘l corpo ‘n sentiva, ma tenea. Lo zoccolo della panchina, incrostato d’alghe e limatura, raspava sul ciglio del prato come chi scolla l’ultimo margine prima del getto. L’intorno, ché pur si muoveva, non seguiva misura. Le fronde, in silenzio, sbattevano tra esse come mani che si scordano il compito. Ogni fogliame era ridotto a superficie riflessa, ché lo sguardo ne lambiva il profilo sin pretesa, e le corolle vi si sporgevano come pentole scolme. Il busto, da ore statico, tremava di cedimento solo quan la radice d’una coscia ne dichiarava la scucitura. La luce v’era, ma scivolava, ché s’infiltrava d’in tra i rami com’umore da vena forata. Le dita, a pettine sul femore, non premeano, non sentiano, si mantenean fisse per imitazione. Il dovere, ché pure s’annidava tra le costole, taceva. Ogni muscolo s’era fatto garza. La mente non dava comandi. La scena bastava. Il resto s’era sciolto, disfatto, disfibrato nel vedere. L’occhio si teneva lì, su quella oscillazione non più foglia, non ancora vento.[32]