13/12/1925 – #898
S’allargava la chiazza pallida della tovaglia scemata, ch’avea rasato 'l biancore d’un uso scordato, e lìvi, tra grinza e filatura, tremolava un sentore smagrito, non piute aroma ma qual pallore da frollatura che più ‘n reggea cibo. Stagnava, lento, 'l rivo slabbrato d’un gocciolio di ceramica, non sgocciolante pe’ difetto, ché la stoviglia ‘n crepa per forma, si sottiglia d’intimo denso che 'n più è capace di trattenere. Il muro, intonacato livido che sapea d’un’umidità rappresa, flettéasi ‘n giuntura sofferta, quasi volesse reggere tutto 'l freddo del dì sin crollare, pur non avendo ‘l nerbo pe’ ‘sì tanto. Le seggiole s’accasciavano, torsive d’assito e d’impagliatura, pe’ stanchezza che loro saliva di dentro, sin somigliare riposo che mai s’ebbe. E v’era, in cotanta luce sghemba, qual un levigato da stagione finita, che 'l vetro restituiva appena, in tremolio più da lucerna flebile che da trasparenza, quasi fosser rimasti, nell’imbuto dell’aria, l’avanzi d’un raggio che ‘n più sapea raggiungere o pur tenere. Il tanfo rancido, trapelato da stipi gonfiati e da scaffali inabissati dissotto un carico d’oggetti sciolti da funzione e da nomea, parea proferire d’un tempo invissuto, ommeglio trascorso ‘n retroguardia, qual attesa fitta che sin lìvi s’era protratta, sbiadendo. Ed ogni cosa, da guanciale afflosciato a infisso ingrugnato, faceasi torbida, attardata, ma non quieta, e parea guardarsi trassé colla storta quietudine d’un settembre che par giungere non a finire, bensì a rimpiangere ‘l principio che mai porrìa, stremo, replicarsi.[33]