Marco Delrio

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11/12/1925 – #896

Ho consumato la mane fra Naught Port, Greenrice e le vie intermedie, attendendo a faccende d’una semplicità quasi offensiva che pur m’hanno costretto a un continuo migrare, qual se l’utilità stesse tutta nello spostamento più che nell’atto compiuto. Il tragitto, reiterato e spezzettato, ha avuto l’effetto consueto: una stanchezza che s’insinua crudele e s’assesta nelle membra sin chiedere conto. Nulla di gravoso ‘n sé, e tuttavia logorante e d’attrito, ch’il tempo si disperde ‘n frammenti e l’attenzione resta sempre un poco altrove. E difatti il capo m’era già rivolto alle locandine ch’ho di che preparare pe’ lo spettacolo teatrale di gennaio, lo ch’avrà luogo in Powles. Idee di composizione, tagli, disposizioni, motti obbligati e licenze artistiche varie: tali intrugli s’interponevano all’andatura e rendevano meccanico ogni altro gesto. Mi sorprende constatare quanto ‘l lavoro del circolo letterario proceda, ‘n questi tempi, con un fervore che ‘n avrei previsto. Le rappresentazioni s’infittiscono, le proposte aumentano, e ciò ch’era parso esperimento e goliardia più che imprenditoria ora assume contorni più stabili, quasi una consuetudine in divenire. Ragionando su ciò, m’è occorso di notare un’altra stranezza: la facilità con cui riesco a palesarmi alquanto socievole e persino faceto dinanzi a pubblici e avventori, laddove nella vita minuta ogni simile disposizione m’è peso. Il palco, d’altronde, concede un minutaggio misurato, alcune ore al più, entro cui l’autonomia può ser concentrata, smaltita e poi ritirata sin residui. Al tramonto dell’atto, si rientra ‘n sé, e la mascara cade sin strascichi. È una socialità a termine, ch’‘n pretende esagerazioni ‘n continuità che ‘n potrei soddisfare, e per tal ragione pàremi sopportabile, talora persino agevole o istintiva. Permane la fatica del dì, che s’aggrappa alle spalle e al cogito. Ma almeno essa convive con un moto che pare procedere nella direzione giusta, seppur lentamente e fitto ‘n dubbi.