10/12/1925 – #895
S’addensa ‘n torbidume sfibrato, laddove la parete s’incava d’un ciancicume più scuro, casi macchia o quissà muffa, or pure nido infimo d’esistenza parassita, e l’occhiata, sghemba e tremula, vi s’attarda, ché vi scorge il brulichio silente d’un’eseguitudine rampante, l’operarsi d’una colonia tenace, stipata dissotto dell’intonaco sfranto, qual s’aggrumasse ‘n gremìto d’organi cavi, famati d’umore e d’oblìa. Sbuffa l’aere, torvaquieta, d’in tra le crepe minute che si divinano raggiera, chiazze d’un florume necrotico, e d’in tra l’interstizi sbriciolasi ‘l ruminare d’una vita che ‘n dimanda e ‘n si palesa, s’appicca e corrompe. Lìvi, il tepor umido del quarto fassi denso e palustre, e le pareti or traspirano un rantolar opaco, quel che resta d’un minutare già spugnato; e la mia persona, lìvi, stazzona la pupilla su quell’fugiglio bitorzoluto qual fosse l’ultima delle creature sopravvissute, un abbozzo di civiltà microbica che s’ammucchia a grappolo, d’in fra sfridi d’affresco e sudori fossili. L’affisso s’infrolla, s’incrina, e gorgoglia piano. E più ‘n v’è paura o disgusto, ché quel prender dimora nel margine lercio d’un muro, quell’insistere d’una forma sin nome né scopo umano, pare orazione scomposta, testarda, viva.