09/12/1925 – #894
Durante i’ transito ‘n carrozza verso Augustine, complice una delle sospensioni del tempo che fanno l’aria greve e ‘l pensiero irrequieto, mi son trovato a scorrere sin intento una dell’agende che porto seco. Il moto regolare del legno d’in sulla strada e ‘l procedere ostinato dell’andatura ‘n concedevano né sonno né vera attenzione, ‘sì le dita hanno preso a frugare fra carte, foglietti e rimasugli che da molto ho smesso d’ordinare, lassando che lìvi dimorino come meglio sanno, a guisa di deposito confusionario della memoria. Un poco com’essa. Fra quell’immagini stampate, sin che lo cercassi, m’è capitata una fotografia per vero antica di Filipp Parker, mio avo da parte paterna, scomparso quand’ì ero ancora troppo infante pe’ poterne serbare ricordo. L’ho conosciuto ‘n tale volto pe’ memoria indiretta e somiglianza, per lo che di lui fu dettomi nell’anni in modo sempre parsimonioso, come s’il parlarne richiedesse misura e rispetto. L’individui iti presti, sovente, traggono con sé tale riverenza implicita. Il volto è composto, lo sguardo fermo, la posa severa sin alcuna ostentazione. Nulla, in quella figura, pare disposto a concedersi oltre lo stretto necessario. Ho sostato su quell’immagine più a lungo del previsto, com’è chiaro ora che vo’ dilungandomi, colpito dalla stranezza dello fissare un uomo che precédemi e m’appartiene sin che vi sia stato alcunché di condiviso. Quanto poco basterebbe, talvolta, per mutare ‘l corso de’ dì a venire. Un solo dì, bàdisi, una manciata d’ore passate fianco chi ‘n v’è più, potrebbero bastare a insegnare ciò che niunaltro saprebbe dare. Vi sono quistioni che s’apprendono soltanto via esseri precisi, dal modo di barcamenarsi d’in tra le vite, dal tacere e l’opposto, dall’errori commessi e l’ingiustificati. Mi son dimandato cosa avrei potuto apprendere da Filipp, s’il tempo m’avesse concesso anche solo una celere convivenza consapevole. Non dorati precetti, quissà, ma un orientamento ch’avrebbe potuto compagnarmi sin clamore nel resto dell’esistere ch’ancora rimane innanzi. Di contro, mi trovo con una fotografia custodita fra cartacce erranti e con una distanza che nessuna ricostruzione postuma potrà colmare. Non v’è rimpianto nel senso comune del termine, quanto pàremi piuttosto una constatazione tarda, altrettale a tant’altre che potrei citare di questo diario: certe mancanze ‘n s’avvertono quando accadono, ma quan diviene chiaro che nulla potrà più colmarle. Ho serrato l’agenda e lassato che la carrozza proseguisse verso Augustin. Il tempo offre occasioni minime e irripetibili, e talvolta l’intera differenza fra ciò che siamo e ciò ch’avremmo potuto essere porrìa risiedere ‘n un solo meriggio trascorso con chi, per sorte o incuria, abbiamo perduto prima ancora di saperne il valore.