23/07/1925 – #754
Ho contato, in più d’una occasione, le parole ch’ho lasciato didietro me ne’ quasi vent’anni ch’or mi separano dalli primi tentativi, e tal computo m’è parso sempre vano quanto inevitabile. Fogliastri, quadernini, taccuini, margini d’agende, lembi di carta d’ogni sorta: una materia verbale che s’è stratificata sin misura, e che, riletta, sovente m’appare goffa, puerile, talora persino stolta. Vi sono paginette che fanno rabbrividire per ingenuità, altre per presunzione, altr’ancora p’un fervore mal diretto ch’allora scambiavo pe’ profondità. In esse riconosco posture acerbe, ardimenti mal sorretti, affondi privi di nerbo, e ‘n di rado una compiacenza che m’offende più della rozzezza. Pure, col tempo, la vergogna ha cominciato a smollare ‘l suo morso. Non per indulgenza, bàdisi. Comprendo orora che codeste scritture infelici m’hanno servito più d’ogni pagina ben riuscita. Perdermi ‘n tali nefandezze m’ha insegnato a valutare ‘l peso del silenzio; eccedere m’ha educato al taglio; l’errore m’ha offerto misura. La goffaggine, in tal senso, s’è fatta maestra più della grazia, e lo strabordo più istruttivo della compostezza rigorosa. Quelle cronache non belle, ch’or mi riesce di mirare sin troppa_asprezza, sono divenute fondamento, e non inciampo. M’è occorso, su tale filo, di domandarmi se ‘n dovrei fare il medesmo colla vita, accogliendo anche l’atti maldestri, le scelte storte, le gittate indegne, come materia necessaria d’apprendimento, e non soltanto come biasimo da correggere. Quissà l’omo, quale la scrittura, matura più per consumo che per eccellenza pristina, e diviene saggio ‘n evitando l’orrendo, ma traversandolo e lassandosene segnare. In ciò vedo una verità che m’inquieta, poiché mi costringe a riconsiderare la severità con cui ho giudicato me stesso ell’altri, e a sospettare che sia stata più scudo che virtù. ‘Sì continuo a scribacchiare oi purtanto, e s’ancora il passo falsa, lasso che l’inciampo resti, persuaso ch’anche da esso verrà, a tempo debito, l’ennesima forma d’un lume.