Marco Delrio

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22/07/1925 – #753

So bene, con quella chiarezza che talvolta giunge sin crudeltà alcuna, quanto sia vana l’ostinazione con cui torno a rimuginare su ciò che con Valerie non ha preso corso, su quella continuazione mai concessa alla storia che parévaci di scriver a due mani, e che s’è invece smorzata sin lassiar dietro di sé più tracce che sostanza. Ne sono conscio, e nondimeno vi ritorno, qual si fa con un vizio che s’è imparato a conoscere e a disprezzare sin però riuscire a dismetterlo. V’è in ciò una forma d’inerzia del sentimento che la ragione, per quanto vigile, non riesce a scalfire ‘n alcun modo. Ogni ulteriore pensiero su d’ella nulla aggiunge al presente, eppure continuo a lassarvi scorrere sopra inchiostri, casi ch’il nominarla potesse alleggerire la certezza ch’ella non tornerà a figurare se non in queste righe. Mi sorprendo sovente a constatare quant’ella occupi ancora spazio nelle mie vicissitudini, non come presenza viva, quanto eco persistente, qual trama sospesa e sottesa ch’il pensiero pretende di ricalcare. Quissà non sarei ciò che sono, mi dico, s’anche questo cotidiano rimorso e questa nostalgia sottile e intrinseca oltrecché palese non avessero finito pe’ farsi parte integrante delle mie produzioni, del mio modo d’osservare, in fine del mio tratto con le cose varie. V’è un che di scomodo nell’ammettere ch’una mancanza possa divenire impalcatura, e tuttavia sento ch’in me ‘l contrario sarebbe menzogna. Ella persiste non per ciò che fu, oramai, ma per lo ch’avrebbe potuto essere, e che tale opzione sfuggita continui a reclamare spazio com’un debito mai saldato. Ho tentato più volte di relegare Valerie ‘n quella zona opaca del memorare ch’avrebbe di ch’accogliere ciò che non ha avuto seguito, pur ogni sforzo in tal direzione s’è rivelato effimero. Nei momenti di quiete, quan il dì allenta la presa e l’occupazione cede ‘l posto al pensiero, ella ritorna ‘n concatenazione d’eventi interrotti, simile a disegno troncato che la mente tenta invano di ricomporre. Chessìa proprio tale incompiutezza a renderla ‘sì tenace, ché nulla è più resistente di ciò che non ha trovato chiusura. M’avvedo, con un certo fastidio, ch’in questo tornare vi è anche una comodità segreta. L’indugiare dissopra d’un dolo noto è più agevole ch’esporsi a nuove costruzioni, a nuove possibilità di scacco. In tal senso, la memoria di Valerie m’offre un rifugio e un terreno già ben esplorato sul quale movermi sin rischio d’ulteriori fratture. Ebbene, mentre riconosco tale indulgenza, non riesco a strapparla via, come s’una parte di me temesse che, venendo meno anche codesta ombra, resterebbe troppo scoperta una regione interna già priva di difese. ‘Sì continuo a scribacchiarne, pur sapendo che nulla di ciò che traccio potrà mutare il corso de’ fatti. Stalla soltanto la consapevolezza che codesta palude, lungi dall’essere scoria passeggera, s’è fatta tessuto, abitudine, e intruglio diario. Se davvero non sarei quello che sono senza d’essa, restami da comprendere quanto di ciò che reputo identità non sia invece il frutto d’una perdita mai ricomposta. Ma anche tale interrogativo, temo, finirà per depositarsi accanto all’altri, in attesa d’un chiarimento ch’ho timore d’enunciare.