21/07/1925 – #752
Orora attendo Ada, confidando che la di lei presenza possa pungolarmi a un rassetto ch’è divenuto più che necessario ne’ quarti dell’appartamento. L’ambienti quivi han preso, nell’ultime settimane, quell’aria di trascuranza che ‘n nasce da vera sciatteria, ma d’una sorta d’accordo tacito fra me e le cose di torno: ì le lasso disporre come vogliono, ed esse mi concedono di fingere che l’ordine sia un accidente trascurabile. Patto fesso, ben lo so, sopra di tutto pe’ le mie ossessive manie alla geometria, e tuttavia comodo, poiché mi solleva dal frontare incombenze minute che mi paiono sempre soverchie rispetto al groviglio che porto nel cranio. Ada, ‘n ciò, è d’altra tempra, come ben narrato varivolte: ella giunge, osserva, decide, e nel volgere d’una manciata di minuti riesce a render pristino ciò che, a me solo, pare sempre eccessivamente logorante, disagevole, e carico di pretesti. Nel mentre che l’aspetto, m’adopro a compiere alcune letture d’attualità, quel tanto che basta pe’ ‘n divenire del tutto ignaro del mondo circostante. Ho da tempo ridotto tali notizie al minimo indispensabile, non pe’ superbia d’isolamento né per spregio della realtà, ma p’una bisogna più semplice e insieme più grave: preservare un tratto di recchie che ‘n sia immediatamente invaso da giudizi, allarmi e sentenze d’altri. Quand’ero solito perdermi, anni addietro, fra quotidiani e rimasugli di cronaca, mi ritrovavo a portarmi in dosso ragionamenti ch’‘n erano miei, confondendoli per verità solo perché stampati con perizia e autorità. Oi preferisco una consapevolezza scarna, una cognizione di superficie, sufficiente a orientarmi fra le bisogne pratiche e le ciarle comuni, ma non tale da colonizzarmi l’umore e l’andamento del dì. Ho appreso, con un ritardo che mi pesa, che sovente l’opinione ‘n informa soltanto, ma indirizza e suggerisce. Ì già ne possiedo di mie, di paure e d’indignazioni, sin bisogno d’assumerne di preconfezionate. Tale margine di silenzio che ‘sì ricavo lo dedico, per lo più, a dar ascolto a ciò che mi traversa ‘l cranio sin troppa interferenza. Pure, anche quivi v’è un inganno che ‘n posso fingere di ‘n vedere. Poiché, se d’un lato tale sottrazione concedemi più tempo pe’ pensare ai mie’ progetti attuali, d’un altro mi costringe a riconoscere quanto poco di questo tempo riesca in vero a tradursi ‘n opera compiuta. Ben so ch’ì porrìa far meglio, spingere oltre e oltre certe idee or stantie, ordinare con maggiore rigore ciò che continuo a produrre a scatti, ma avverto, con una chiarezza che m’infastidisce, di ‘n essere ancora disposto a darvi la completezza di me. Manca un assetto mentale che regga la continuità, manca quella severità cotidiana che ‘n sia fervore momentaneo ma solitanza radicata. Mi scopro così a indulgere ‘n dilazioni che conosco or troppo bene: la stanchezza, l’incombenze, il deseo di schiarire ancora l’idee. Pretesti ch’adopero con zelo e che, se d’un lato mi sollevano nell’immediato, or dell’altro mi rigettano, a sera, ‘n un senso d’incompiutezza che pesa più della fatica evitata. Forse Ada, giungendo, vedrà anche questo, oltre le sedie spaiate e i plichi ammassati sullo scrittoio. Forse no. D’ogni modo, l’attenderla mi costringe a rammentare ch’una parte di ciò che rimando ‘n è impossibile, ma solo scomoda. E di scomodità, in verità, vivo già ‘n abbondanza.