Marco Delrio

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20/07/1925 – #751

Ho tentato più volte d’incipire la scrittura d’una novella lunga o un qualché di simile, sempre con quel fervore breve che m’assale quan un’idea, ancor informe, mi si para innanzi come cosa vasta e promettente. In principio tutto pare reggersi discretamente: l’assunto, i caratteri, certi snodi che paion gravidi di senno. In fine, al mettermi a bozzare, nel momento medesmo ‘n cui la frase prende parvenza di corpuscolo, ogni cosa va’ smorzandosi. Ciò che poco addietro m’era parso saldo diviene a tratti_infantile, già udito, dannatamente povero ‘n tutto. Il vocabolario mi suona leggero, l’immagini abusate, e l’insieme m’appare qual rimaneggio stanco d’idee altrui, travestite maldestramente sotto un ordine nuovo. Mi dimando, di seguito, se vi sia ancora alcunché di che inventare, o s’ogni tentativo ‘n sia ch’un riciclo più o meno consapevole di quant’altri han già detto - e detto meglio. Tal flusso di coscienza, quand’anch’io lo respinga, torna ostinato e m’inceppa le palme più della mancanza d’idee stesse. Non è ‘l vuoto a frenarmi, ma ‘l sospetto ch’ogni parola che tal vuoto affolla venga dopo troppe altre, e che ‘l tempo della narrazione sia oramai satollo, chiuso a nove pretese. In tali frangenti, m’assale un disìo diverso, più dimesso e quissà più onesto. Vorrei poter disporre del tempo e della libertà che l’impiego mi nega, per dedicarmi alle fughe or fisiche, all’ire via sin urgenza, e fare di ciò cronaca de’ luoghi traversati. Annotare calli e vie, soste, visi incontrati e l’uomini ad essi contingui, sin l’obbligo d’inventare mondi, limitando o concendendomi lo registrare ciò che già ha forma. Penso ch’in tal esercizio porrìa trovare una scrittura che ‘n mi paia menzognera o derivata, sendo fondata sull’osservazione e non sulla pretesa. Anche questo, eppure, resta, per ora mi dico, nel campo de’ propositi. I dì appassiscono nel lavoro, e l’ore che avanzano non bastano a dar corda a tal’intenzioni.