24/08/1923 – #57
Sbandava tra guizzi e maglie lo sciabordare d’una ressa disposta in tratti, ché l’andirivieni s’intrecciava sin torciglio, e le spalle s’attortigliavano a lembi, coturni, bisacce, menti, ché nulla sfiorava senza deformarsi, e l’aria, or tesa, raspava sul carpo com’una garza riscalzata. Nel mezzo, d’in fra ‘l brulichio, montò d’improvviso l’ascesa d’un timbro che s’incrinava più pe’ sangue che pe’ gola, e l’udito ne slittò, ché parve un richiamo ma fuggì nel timbro, e l’orbita s’arrestò, ch’il corpo ruotò da solo. La bancarella, cosparsa di ciotole d’ala e pelli di sambuco, stava in fondo allà, e v’era ella, di profilo, col mento smussato e le dita inanellate, eppur non v’era più. Nel rientro, ché pur si tornò, la gola s’era sfoderata, ma ‘l passo trovò forma nova. Ogni battito si fece lieve ancòra.[13]
[13] Nota all’entrata #180 - L’entrata #180 appartiene alla categoria degli appunti sparsi e, come tale, va letta secondo le coordinate che Arthur stesso fornisce nella sua nota preliminare: non cronaca, ma «scarabocchi d’alma», materiale espulso con urgenza e reinserito a posteriori nel flusso diaristico. Tuttavia, anche all’interno di questa sottospecie testuale, il frammento in questione occupa una posizione singolare, e merita qualche osservazione.
La prima riguarda il soggetto, o meglio la sua sistematica dissoluzione. Nei sparsi più tipici — si vedano le entrate #51 o #887, per restare su esempi già noti al lettore — Arthur conserva un ancoraggio, per quanto precario, a un io che osserva, che cammina, che raccoglie un foglio dal selciato. Qui il soggetto grammaticale è presente ma deprivato di ogni volizione: «slargava i calcagni», «svincolava sin trazione, non per andare ma pe’ spostare 'l peso». L’azione è puramente meccanica, e ogni verbo di moto viene immediatamente neutralizzato da una clausola che ne nega la finalità. Arthur non si alza: cede alla verticalità. Non cammina: redistribuisce un peso. L’intero frammento è costruito su questa grammatica della sottrazione, dove il gesto esiste solo nella misura in cui fallisce come gesto.
La seconda osservazione è d’ordine sensoriale. Il tessuto percettivo dell’entrata è straordinariamente coerente nella sua opacità: lo scendibotta è «viscido», la trama è «madida d’assillo», la broda gira «in giravolta d’amarume, senza vampa né imbocco», la luce trapassa il filato con «sbavatura d’ocra» paragonata a un «fermento d’orciuolo dimenticato». Ogni stimolo — tattile, visivo, gustativo — è degradato, reso stantio, privato della nitidezza che consentirebbe di ancorarlo a un presente vivibile. È un mondo di residui: il calore è «stitico», il barlume è «l’ultimo», il mobilìo appartiene ad «altri». Arthur costruisce un intero ecosistema percettivo del rimasuglio, dove nulla è fresco, nulla è proprio, nulla è intero.
La terza, che ci preme segnalare, è strutturale. Il frammento non possiede né incipit né chiusa nel senso consueto. Comincia in medias res con un’azione già in corso e termina con una frase — «Solo il lasciarsi reggere da cosa calda bastava a fingere un principio» — che è, a rigore, una dichiarazione di non-inizio. L’ultima parola del testo è principio, eppure tutto ciò che la precede ha lavorato a demolire la possibilità stessa di cominciare qualcosa. È una struttura circolare al negativo: il testo si chiude dove avrebbe dovuto aprirsi, e quel «fingere» denuncia la consapevolezza che anche il gesto minimale — tenere in mano qualcosa di caldo, presumibilmente una tazza — non costituisce un vero avvio, ma soltanto la sua simulazione.
Va infine notata la data: 26 dicembre, il giorno dopo Natale, ore 8:30 del mattino. Arthur non menziona la festività, non fa alcun cenno a compagnia, visite, auguri ricevuti o dati. Il silenzio è eloquente, e si allinea con quanto sappiamo della sua condizione in quel periodo. La solitudine dell’entrata non è dichiarata: è inscritta nella sintassi stessa, nell’assenza totale di un «tu», di un nome, di una voce che non sia quella opaca e riluttante del corpo che si trascina verso nessun luogo.