Marco Delrio

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25/08/1923 – #58 · 05/10/1923 – #98

Ricostruzione congetturale del periodo #58–#98
(25 agosto – 5 ottobre 1923)

Tratto da: Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)

I. La natura della lacuna

Fra la #57 del 24 agosto 1923, un appunto sparso scritto alle 21:19, e la #99 del 6 ottobre 1923, il corpus presenta un vuoto di quarantuno entrate. È la lacuna più ampia dell’intero Libro Primo. Quarantadue giorni senza una sola entrata regolare, senza un solo sparso reinserito, senza nemmeno uno di quegli scarabocchi frettolosi che Arthur, come documentano le note dell’autore, soleva gettare “sopra qualche brandello di carta d’occasione”.

Le ipotesi sulla natura del vuoto sono due, e non si escludono a vicenda. La prima è che Arthur abbia semplicemente smesso di scrivere per cinque settimane. La seconda è che abbia scritto e che il materiale sia andato perduto, distrutto o deliberatamente eliminato. Il corpus offre evidenze a favore di entrambe.

Nel Preambolo, scritto nel giugno 1924, Arthur ammette l’esistenza di periodi in cui “il processo di registrazione delle mie vicissitudini cotidiane mi parea sin utilità, non forniva nemmeno la piccola dose di gratificazione ch’oramai, di contro, mi pervade al pormi allo scrittoio e completare un paragrafo”. Aggiunge che “molteplici entrate l’ho recuperate quasi per caso dal cassetto ove celavo ogni deturpato foglietto” e che “vi son state settimane o mesi” di questa inerzia diaristica. Il periodo compreso fra la #57 e la #99 cade in piena estate, nel cuore di quella che Arthur stesso definisce “la deriva psicologica che fin d’inizio anno m’avea costretto a perusare professionisti a riguardo”. È plausibile che l’inerzia abbia prevalso.

D’altra parte, nella #926 del gennaio 1926, Arthur riconosce che fra gli sparsi e le entrate del periodo iniziale del diario vi sono “artigliate 'n volto e core ch’ho sovente omesso, più per ozio che per effettiva assenza d’una priorizzazzione”. Omesse, non mai scritte. E nella medesima entrata confessa che gli sparsi sono “concepiti 'n la maniera più tortuosa possibile p’evitare d’esser compresi”, aggiungendo che tale oscurità è intenzionale. È dunque possibile che parte del materiale delle settimane perdute sia stato scritto in forma di sparso, giudicato troppo diretto o troppo compromettente, e scartato durante le operazioni di riordino che Arthur compie periodicamente. Ciò che non ha superato il vaglio dell’archivista non esiste più per noi.

La mia posizione, che espongo come ipotesi di lavoro e non come certezza, è che il vuoto sia il prodotto di entrambi i fattori: un rallentamento reale della scrittura diaristica, esacerbato dalla condizione psicologica di Arthur in quel periodo, combinato con la perdita o l’eliminazione dei pochi materiali che furono effettivamente prodotti. Il risultato è lo stesso: cinque settimane di silenzio nel punto più vulnerabile del primo anno.

II. Lo stato dell’uomo alla vigilia del silenzio

Per comprendere ciò che il vuoto contiene, occorre esaminare ciò che lo precede e ciò che lo segue.

Le ultime sei entrate prima della lacuna, dalla #52 alla #57, coprono i giorni dal 20 al 24 agosto 1923 e documentano un Arthur in condizione di crescente isolamento emotivo. La #52 è una riflessione sulla facilità con cui Arthur recide i legami umani, innescata da un meriggio trascorso con Florence Calvin. Arthur vi riconosce una “fragilità che mal s’accorda colle convinzioni cui ho fatto appello per lustri” e ammette di non possedere ancora la “disciplina interiore” necessaria per reggere la solitudine che si è costruito. La #53 descrive una giornata di lavoro per la Kryomont nelle fabbriche di Bolinthos, dominata dall’ombra di Valerie che “ricompare qual sagoma persistente” ogni volta che la mente si svuota di occupazioni. La #54 e la #55 sono sparsi di una densità percettiva asfissiante, catalogati da Solbourne come esercizi di “saturazione sensoriale” (Solbourne, 1997). La #56 è un vespro di sconforto esplicito: Arthur scrive di vivere “d’ossimori e contraddizioni” e si chiude con un “Onnò” che nel corpus è formula di resa. La #57, l’ultimo sparso prima del silenzio, è la scena dell’avvistamento, reale o immaginato, di Valerie in un mercato, e si chiude con un’inattesa leggerezza: “ogni battito si fece lieve ancòra”.

La sequenza è significativa. Arthur sta attraversando il punto più basso dell’estate 1923: la solitudine è oggettiva, il pensiero di Valerie è ossessivo, la scrittura stessa sta diventando un esercizio di resistenza più che di espressione. La #57, con la sua chiusa inaspettatamente luminosa, potrebbe essere letta come il momento esatto in cui la tensione si è spezzata, nel bene o nel male. Il battito si fa lieve, e poi il silenzio. Come se la leggerezza, anziché annunciare un miglioramento, avesse esaurito le ultime riserve di un uomo che da settimane scriveva per non crollare.

III. Lo stato dell’uomo alla ripresa

La #99, datata 6 ottobre 1923, è la prima entrata dopo il vuoto. Arthur scrive alle 08:26 del mattino, un orario relativamente presto che indica una veglia decisa, non un risveglio casuale. Il tono, tuttavia, è quello di un uomo che non si è mosso da dove lo avevamo lasciato. Parla di “inerzia”, di “procrastinazione dimostrati 'n giorni trascorsi”, di una “palude vischiosa” che avviluppa ogni gesto. Non c’è nessun riferimento alle settimane precedenti, nessun commento sulla propria assenza dal diario, nessuna spiegazione del perché abbia ripreso a scrivere proprio quel giorno. È come se il silenzio non fosse accaduto, o come se Arthur non lo riconoscesse come tale.

La #100, scritta il giorno dopo, è più rivelatrice. Arthur menziona “consolidazioni decenti nell’importanti relazioni lavorative che tanto latitano di recente”. La formula è retrospettiva e indica che durante le settimane perdute qualcosa è cambiato sul fronte professionale. Le relazioni lavorative “latitavano”, il che suggerisce un periodo di stallo o di assenza dal lavoro, ma ora si stanno ricostituendo. Nella stessa entrata compare per la prima volta il nome di Stewart Barweight, un superiore o referente lavorativo con il quale Arthur intrattiene un “colloquio protratto inutilmente in convenevoli e inutilità”.[14] L’apparizione di Barweight è brusca: nessuna presentazione, nessun contesto. Arthur ne parla come di una figura già nota al lettore del diario, il che suggerisce che i primi contatti siano avvenuti durante il periodo non documentato.

La #101, una domenica, mostra Lily presente in April Street: “Lily sogna ancora profondamente, come merita 'n questa domenica”. La #102 registra il rientro di Lily a Gersburg e introduce le obbligazioni per la “sede centrale di Polyem” e le “quote di vendita di carburante vegetale”, doveri imposti dal signor Barweight. La #103 menziona la “distribuzione dell’ultimi pamphlet della Milkalis Corporation” a Naught Port. Entro una settimana dalla ripresa del diario, Arthur è dunque impegnato in un ventaglio di attività lavorative, fra Polyem, la Milkalis, la Kryomont e le fabbriche delle varie contee, che nel periodo precedente al vuoto non comparivano con questa articolazione. Il quadro impiegatizio è mutato.

IV. Ricostruzione dell’attività lavorativa

Il cambiamento più significativo riguarda il ruolo di Arthur all’interno della struttura di vendita. Prima della lacuna, le entrate del luglio e agosto 1923 mostrano un Arthur che lavora perlopiù in autonomia per la Kryomont, con trasferte nelle fabbriche di Bolinthos e dintorni e contatti sporadici con colleghi e superiori. Il signor Tinsteel è già presente come figura di riferimento, ma Barweight non è mai stato nominato. Dopo la lacuna, Barweight è un superiore operativo che assegna compiti, impone quote di vendita e richiede aggiornamenti. La Kryomont non è più l’unico cliente: si aggiungono la Milkalis Corporation, la Goodhouse Inc e le attività presso Polyem.

La spiegazione più probabile è che durante le settimane perdute sia avvenuta una riorganizzazione interna alla Frontprice Services che ha ridefinito la catena di comando e ampliato il portafoglio dei clienti assegnati ad Arthur. Dalla scheda biografica di Stewart Cauque sappiamo che nel 1923 Cauque fu “convinto da Chester Tinsteel a tentare la sorte in qualità di venditore di servizi presso la Frontprice Services”. Non è possibile datare con precisione l’ingresso di Cauque nella Frontprice, ma il fatto che nelle entrate di ottobre Arthur lavori già con una struttura più articolata, che include la figura di Barweight e molteplici clienti, suggerisce che la riorganizzazione sia avvenuta fra settembre e inizio ottobre, ossia nel cuore della lacuna.

Va aggiunto un dettaglio topografico. La #104, dell’11 ottobre, descrive la prima visita documentata di Arthur a Wedgeville, dove incontra la signora Armyn Savin alla fabbrica dell’Activa Corp. Wedgeville diventerà, nei mesi e negli anni successivi, una delle contee più frequentate da Arthur per le obbligazioni inventariali. L’apertura di questo nuovo fronte geografico è coerente con l’ampliamento del mandato lavorativo che ipotizzo sia avvenuto durante la lacuna.

V. Ricostruzione delle dinamiche relazionali

Il Preambolo fornisce un elenco di rapporti che Arthur dichiara di aver modificato nel corso del primo anno di diario: “l’esilio forzato dai rapporti con Allison, con Susan, la demarcazione d’un finito recinto con Samuel e Dalila, sin menzionare l’elisione di Theodore dalle funzioni inerenti”. Non è possibile datare con precisione ciascuno di questi eventi, ma la loro collocazione nel Preambolo, all’interno di un ragionamento sul percorso annuale, suggerisce una distribuzione lungo l’intero primo anno piuttosto che una concentrazione in un singolo periodo.

Tuttavia, la condizione emotiva documentata nelle entrate precedenti al vuoto, con la presenza ossessiva di Valerie e la riflessione sulla facilità con cui Arthur recide i legami (#52), rende plausibile che almeno alcune di queste “operazioni chirurgiche” relazionali siano state compiute o avviate durante le settimane perdute. In particolare, la rottura definitiva con Susan Rommer, che la scheda biografica descrive come un “tagliare ogni sorta di comunicazione” avvenuto dopo “una breve relazione piuttosto problematica”, potrebbe collocarsi in questo periodo. Nella #49, datata 17 agosto, Arthur ancora “vagheggia” su Susan con un’intensità che suggerisce un rapporto non ancora chiuso. Quando il diario riprende in ottobre, Susan non viene più menzionata fino a molto più avanti nel corpus, il che è coerente con un distacco avvenuto nel frattempo.

Per quanto riguarda Allison, la #50 del 18 agosto 1923 è l’ultima grande riflessione su di lei prima della lacuna, quella in cui Arthur scrive che “l’assenza richieda una sorta d’apprendistato” e che non gli è “mai stato insegnato al solitare 'n una vita 'n cui Allison non figura”. L’“esilio forzato” citato nel Preambolo potrebbe essere stato formalizzato, se di formalizzazione si può parlare, proprio nelle settimane successive, quando il peso della solitudine descritto nella #52 e nella #56 ha raggiunto il punto in cui la decisione diventa inevitabile.

Queste rimangono congetture. Il corpus non offre conferme dirette. Le offro come ipotesi di lavoro per chi vorrà, in futuro, incrociare queste date con eventuali materiali epistolari o documenti esterni al diario.

VI. La fondazione della Fox Reprise

Uno degli eventi più rilevanti che con ragionevole certezza si colloca nel periodo della lacuna, o immediatamente a ridosso di essa, è la fondazione del circolo letterario Fox Reprise. La prima menzione esplicita della Fox Reprise nel corpus compare nella seconda metà di ottobre 1923, dove Arthur scrive: “riunione co’ la Fox Reprise, soggetto del quale non credo d’aver parlato ancora in queste pagine”.[15] La formulazione implica che il circolo esiste già da qualche tempo, abbastanza perché Arthur possa averne taciuto fino a quel punto, ma non tanto da rendere l’omissione clamorosa.

Dalla scheda biografica di Stewart Cauque sappiamo che la Fox Reprise fu fondata “insieme ad Arthur Parker” e che Cauque vi si dedica “agli aspetti più tecnici, materiali e propagandistici del circolo lasciando l’aspetto creativo al collega e socio”. Dalla scheda biografica di Florence Calvin sappiamo che ella “contribuisce costantemente dal 1922 al circolo letterario Fox Reprise di cui è membro fondatore”. Il 1922 come data di contribuzione di Florence pone un problema cronologico apparente: se Florence contribuisce dal 1922, il circolo esisteva in qualche forma già prima del periodo che stiamo esaminando. La conciliazione più probabile è che la Fox Reprise sia passata attraverso una fase embrionale, forse limitata a incontri informali fra Arthur, Florence e pochi altri, prima di essere formalizzata come circolo strutturato nel settembre o nell’ottobre 1923, in concomitanza con l’ingresso di Stewart Cauque nella Frontprice e con il consolidamento della rete sociale di Arthur.

L’assenza di qualsiasi menzione della Fox Reprise nelle entrate precedenti alla lacuna, dal luglio all’agosto 1923, è coerente con questa ricostruzione: fino ad agosto il circolo è un progetto informale che Arthur non ritiene degno di cronaca, e la formalizzazione avviene durante il vuoto.

VII. Il passaggio stagionale

Un elemento che non va trascurato, per quanto apparentemente banale, è il cambiamento di stagione. La #57 cade il 24 agosto, nel pieno dell’estate. La #99 cade il 6 ottobre, in autunno inoltrato. Arthur attraversa il vuoto passando dal caldo di Bolinthos, descritto nella #53 come “greve e vischioso”, al “primo fresco inusuale del fine stagione” che comparirà nella #103. Il corpus è sensibile ai cambiamenti meteorologici: Arthur vi dedica attenzione costante, e il passaggio dall’estate all’autunno è, nel suo sistema metaforico, un passaggio dal tormento alla chiarezza, dall’oppressione alla malinconia. Nella #103 scriverà che “l’impellente autunno spennella ogniddì qualche sbuffo in più di crepuscolarismo e ovatta. E ne son ghiotto”. L’autunno, per Arthur, è la stagione della scrittura, della solitudine produttiva, del ripiegamento che non è ancora disperazione. È possibile che la ripresa del diario in ottobre non sia casuale, ma sia legata al ritorno di una stagione che Arthur associa alla capacità di scrivere.

VIII. Ciò che resta

Di quarantadue giorni non abbiamo nulla. Nessun foglio, nessun brandello, nessuno degli “scarabocchi d’alma” che Arthur dichiara di produrre compulsivamente. Il vuoto è totale e, per un diarista che nel Preambolo si vanta di non aver “mai mancato un singolo dì”, è una contraddizione che merita di essere presa sul serio. O Arthur mente nel Preambolo, e i giorni mancati sono più di quelli che ammette, il che è possibile ma non dimostrabile; oppure il materiale esisteva e non è sopravvissuto, il che è altrettanto possibile e altrettanto indimostrabile.

Ciò che possiamo affermare con ragionevole sicurezza è il seguente. Durante le settimane perdute, Arthur ha continuato a vivere la sua vita a Lylcoin e nelle contee circostanti. Ha mantenuto il rapporto con Lily, che nella #101 è presente in April Street senza che la cosa venga trattata come una novità. Ha continuato a lavorare, sebbene probabilmente con una frequenza e un’intensità ridotte, dato il riferimento della #100 a “relazioni lavorative che tanto latitano di recente”. Ha assistito, o partecipato, a una riorganizzazione del proprio ruolo nella Frontprice che lo ha portato sotto la supervisione di Barweight e gli ha assegnato nuovi clienti e nuovi territori. Ha probabilmente compiuto alcune delle operazioni di distacco relazionale che il Preambolo documenta in forma retrospettiva. Ha contribuito, in forma ancora da chiarire, alla formalizzazione della Fox Reprise come circolo letterario strutturato.

Ciò che non possiamo affermare, e che onestamente dichiaro come lacuna della mia ricostruzione, è come Arthur abbia attraversato queste settimane dal punto di vista emotivo. Le entrate precedenti al vuoto documentano un uomo al limite. Le entrate successive lo mostrano in una condizione non dissimile ma con un orientamento leggermente diverso: la “palude vischiosa” della #99 è stagnazione, non caduta. Arthur non è precipitato ulteriormente; si è fermato. E dalla stasi, lentamente, ha ricominciato a scrivere. Il primo battito dopo il silenzio è fiacco, incerto, privo della forza propulsiva che aveva la #1 del 30 giugno. Ma è un battito.

Il resto, per ora, appartiene al vuoto.


[14] Nota all’entrata #292 - L’entrata si colloca il giorno dopo la #291, il cui scritto si interrompe a metà frase. La #291 è l’ultima entrata regolare prima di un periodo di silenzio diaristico che Arthur stesso documenterà nella #308, attribuendolo al collasso simultaneo degli orari stravolti dal progetto Kryomont, alle difficoltà finanziarie e a una crisi psicologica che ha richiesto sedute prolungate con la dottoressa Nauer. La #292 è dunque il primo sparso scritto dall’interno di quel collasso, la sera stessa in cui il diario regolare ha smesso di funzionare.

Il frammento è interamente privo di soggetto dichiarato. Nessun «ì», nessun «mi», nessun pronome. I verbi ci sono — sbrinava, schiudea, ricacciava, spingea, grattava, girava, stazionava, tenea, udiva — ma sono tutti assegnati a oggetti: la scopa, l’andito, il setolato, il fango, l’altoparlante, il grembiale, la tunica. Arthur non è scomparso dalla scena, è diventato la scena. È uno dei rarissimi sparsi in cui il diarista si cancella dal proprio testo e lascia che lo spazio domestico parli al suo posto. L’effetto è quello di un inventario di gesti minimi che continuano a compiersi in assenza di chi dovrebbe compierli: qualcuno sbrina un battente, ma quel qualcuno non è nominato e il battente «non schiudea verso ma ricacciava in giacitura». L’azione domestica, anziché aprire, respinge. La scopa spinge detriti «sin cantuccio», cioè verso l’angolo, verso il margine, mai fuori. Il fango non viene rimosso, «si grattava co’ bottoni d’una giacca appesa sin scusa». L’intero ambiente è un sistema di spostamenti senza espulsione.

La stanza che Arthur costruisce è fatta di oggetti che hanno smesso di servire al proprio scopo. La scopa è un «setolato stanco», la soglia è una «pedagna franata», la tunica non è stata scelta ma è «lascito d’un corpo che più 'n anela vestimento». Ogni oggetto porta il segno di un’usura che non è semplicemente fisica, è funzionale: le cose restano al loro posto ma hanno cessato di essere utensili. Sono residui, esattamente come il corpo che le abita. L’altoparlante, «sguainato tra la cornice e 'l traversone», emette una litania «già scalza», cioè ridotta all’osso, spogliata di qualsiasi solennità. La nenia si ripete con lo stesso ritmo del flusso di qualcosa — acqua, aria, tempo — senza che il testo specifichi cosa fluisca. Il suono è meccanico, non voluto, non ascoltato.

Due dettagli meritano attenzione particolare. Il primo è il grembiale «chiazzato di zolfo», che introduce nel frammento un elemento chimico specifico, inconsueto nel lessico degli sparsi, e che suggerisce un’attività di laboratorio o di preparazione di sostanze. Arthur, che lavora a stretto contatto con il mondo dei carburanti e degli stabilimenti, conosce lo zolfo come materia industriale; ma qui lo zolfo è su un grembiale domestico, in una scena d’interno, e la sua presenza non viene spiegata. Il secondo è la chiusa: «E il recipiente d’oppio su la credenza restava dove 'l dito l’avea scartato.» La frase è costruita con una precisione gelida. Il recipiente non è stato aperto, non è stato usato: è stato «scartato», cioè spostato con un dito, messo da parte. Ma resta «dove ‘l dito l’avea scartato», cioè non è stato né riposto né nascosto. La possibilità rimane esattamente dov’è stata lasciata. Il gesto che ha allontanato l’oppio non l’ha eliminato, l’ha solo spostato di un dito, e quel dito è tutto ciò che separa Arthur — o chiunque abiti quella stanza — dall’uso. Si consideri che l’entrata #290, scritta due giorni prima, documenta esplicitamente una «spirale autodistruttiva» legata all’«eccesso etilico e di tabacco» e un proposito di smettere. La #292 non dichiara nulla. Mostra un recipiente d’oppio su una credenza e un dito che l’ha scartato. La differenza tra le due entrate è la differenza tra il diario e lo sparso: il primo analizza, il secondo esibisce.

L’intera entrata funziona come una natura morta. Non una natura morta nel senso pittorico del termine — composizione ordinata di oggetti belli — ma nel senso letterale: una natura che è morta, un ambiente che continua a esistere dopo che la vita che lo abitava si è ritirata. L’ultimo periodo conferma questa lettura: «Cada folata che pigliava la mente, la piegava per vagheggiamento appena e per svuotamento.» La mente non pensa, viene piegata. Non elabora, viene svuotata. E lo svuotamento, nel contesto di questo frammento, non è metafora. È la descrizione esatta di ciò che succede in una stanza dove tutto è rimasto al suo posto e nessuno è più davvero presente. (Solbourne, 1997)

[15] Nota all’entrata #379 - L’entrata si colloca nel cuore di una sequenza anomala. Dal 7 al 15 luglio 1924, il Libro Secondo registra una concentrazione di sparsi pressoché ininterrotta: sette in nove giorni, intervallata soltanto dalla cronaca della #377 sulla morte di Cecil Treeper. È una densità senza precedenti nel corpus. Ciò che colpisce, tuttavia, non è la frequenza ma la progressione emotiva della serie. La #376 è un pianto, la #378 è un corpo a corpo con il ricordo di Valerie, la #381 sarà una delle entrate più nere dell’intero diario. La #379 si trova nel mezzo di questa spirale e ne rappresenta, per un istante, la sospensione.

Il frammento si apre con un rovesciamento percettivo. Le calli, viscide e ostili «dianzi», restituiscono ora un «riflesso cotonoso». Arthur non dice che le strade sono cambiate. Dice che gli lasciano qualcosa: «quant’abbisogna pe’ distinguere 'l passo dal precipizio sin guida». È un’espressione calibrata con una precisione insolita per gli sparsi. Non c’è luce piena, non c’è chiarezza. C’è il minimo necessario. E nel sistema parkeriano, dove la dismisura è la norma, accontentarsi del minimo è già una posizione filosofica.

Il passaggio sul bivio introduce un concetto che Arthur non formulerà mai altrove con altrettanta nitidezza. Il bivio non chiede scelta immediata, chiede «presenza e presenziamento». La distinzione è operativa: la prima è condizione, la seconda è atto. Arthur sta descrivendo lo sforzo di restare fermi a un incrocio senza farsi sopraffare dall’urgenza di correre «colla viseruola». La formula che ne discende, «educazione lentata al permanere», è una delle più dense dell’intero corpus. L’educazione non è al fare, è al restare. Al «lassare ch’il tempo sgusci sin doverlo bullizzare 'n una manifestazione degna di cronaca». Si pensi a quante entrate regolari del diario sono dominate dall’ansia del rendiconto, dalla lista delle cose fatte e da fare, dall’ossessione per le mire annuali e il loro compimento. Qui quella logica viene sospesa, e la sospensione è dichiarata come un apprendimento, non come una resa.

La «giubba cremisi» merita una nota. Nel corpus, il cremisi compare in sole quattro occorrenze. Nell’entrata #286, tre mesi prima, è attributo del «sasso cremisi» che Arthur stringe nel pugno dopo essersi dichiarato rinato, pronto a scaraventarsi nel precipizio della sua trasformazione. Nell’entrata #438, settembre 1924, è il colore della chioma di Valerie in un sogno. Nell’entrata #739, un anno dopo, la giubba cremisi torna identica e accompagna Arthur verso le valli a settentrione. Qui, nella #379, la giubba riceve la sua definizione più esplicita: non è riparo dal freddo, è «insigna d’un patto nuovo, meno severo, stipulato colla propria durata». Indossarla equivale ad accettare tre cose che Arthur enuncia con cadenza quasi liturgica: che il corpo preceda il pensiero, che il calore arrivi prima del giudizio, che il cammino non debba giustificarsi. È difficile non cogliere il passaggio dal «sasso cremisi» della #286, stretto nel pugno con furia volontaristica, alla giubba che qui «lieve sul dorso» si appoggia senza pretendere nulla. Lo stesso colore, da oggetto da impugnare a oggetto che avvolge. Tre mesi, e la presa si è allentata.

La chiusa si concentra sul riflettente, lo specchio. Arthur vi scorge «schiaffi d’altre stagioni», pieghuzze, opacità, ma per la prima volta non c’è urgenza di cancellarli. Quei segni vengono definiti «resti legittimi d’attraversamenti mandatori». La parola chiave è legittimi: non tollerati, non sopportati, autorizzati. Si confronti questo con il rapporto feroce che Arthur intrattiene con lo specchio in decine di altre entrate, dalla furia del Preambolo al disgusto della #938, dove il riflettente gli «ghigna» addosso. Qui il vetro restituisce e Arthur accetta ciò che restituisce. L’ultima frase sigilla: «è tant’arduo a fare quant’a comprendere». Il pensiero è arrivato. Il corpo non ancora. Arthur non finge che saperlo basti. (Solbourne, 1997)