22/08/1923 – #55
Sgocciava tra sfili e rampolli l’orlatura d’una cimasa sfibrata, ché ‘l cadìo quivi ‘n s’avverte, si trasuda; l’infisso, già molliccio in guaina flessa, scolava da un’imbibizione da chiusura, e ‘l nerofondo del selciume pareva disincerato, ché più non tingeva: spolpava; ogni frangia d’asfalto si facea crosta traspirata, ché l’addentramento non penetrava, colmava. E dallo sbalzo del soprabito, laddove ‘l tessile s’era slentato da impuntura e tenuta, scivolava un rinfaccino d’umore stantio, ché ‘l tatto non si segnava, si spargeva; né vibrazione, né rimescolo, ché l’andatura stava da parte, raggricchiata in posizione d’attesa; ed era il trafilo stesso a impaccarsi, a farsi addensato, ad allinearsi ‘n strati di compattura che più non fuggivano, ma rimasero appesi, in trasmigrazione da interstizio che non trapela, e grava.