Marco Delrio

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21/08/1923 – #54

[12] S’appannava la trasudanza da scaffale, ché tra vetri lacrimati e fiati d’olio stantìo s’addensava la salacità incotta d’un’aria che non sorvola, ché ‘l soluto di que’ corpi incistati più non sfolla ma si rapprende, si placa ‘n torbescenza e si fa frutto secco d’un’essudazione rimasta, e nel diafagno scantonato d’un’ampolla strinata su la plancetta d’un canterano abrado, rimbalzava la flocsia inarcata d’una fluorescenza da revulsione, ché ‘l brillare, lìvi, non discendea per emissione ma pe’ rigetto. Una zolla di latice fuligginoso, ficcata tra stipite e scalmiera, colava l’emanazione in trame saturate, ché la saldatura atmosferica qui si tesse in strati e si fa epilìte, pellicola da innesto, screpolatura epidermica d’un tatto che più non avviene; ché il calorico medesmo, ne’ raggiri dell’ambiente, non infonde né agglutina: decanta, s’assiede, fermenta. Sul carniccio, ‘n tessile da spalliera ortopedica si facea crosta, schienata da un’assenza ‘n decubito, ché nessuna struttura anatomica più vi s’appoggiava, e il molleme si compattava in flessione statica; sotto, d’in tra i filacci a torsione elicoide, la ciotola a becco, calcificata e striata da passaggi, facea contrappeso a ogni inclinamento, pur senza baricentro animato. Di traverso, si sentiva il battimuro ligneo ch’ei mobili, quan sono veterani e sciolti, levano per sfinimento: non grattano, si fossilizzano in vibrazione compressa. Fra flaconcini a parete raggrinzita, trasudava l’agglomero d’un odore da poltiglia cottiva: ruvido, forse oleo-resinoso, forse distillato d’un bulbo sfiatato, ché l’olfatto, se smarrito da tempo, più non interpreta,  suppone. E sul collarino scabro d’una fiala incrinata, s’affacciava lo stillo lattescente d’un diafanismo sin funzione, parvenza d’un qualché che volea dire nome, ma ‘n parlava: pendeva. E la semireflessione d’un vetrucolo sbavato non rifletteva piute, ché l’onda stessa ch’era parsa luce si facea margine di massa. Accadde che, tra la glossa dello spessore e la subduzione d’un sussurro ambientale, qualcosa si stornasse per flesso. Lìvi, in quel flesso, si fece il tutto, com’un tessuto di passaggi non percorsi e che mai, seccati, più torneranno liquidi.


[12] Nota all’entrata #57 - L’entrata si colloca il giorno dopo la #56, in cui Arthur scrive un vespro di sconforto, ammettendo di non riuscire a decidere se il suo «continuare pei dì abbia di che ser meschino nel piagnucolio afflitto» o se debba «infatuarsi della nostalgia e bracciarla sin biasimi o rimorsi». L’intero finale dell’agosto 1923 è dominato dalla figura di Valerie: la #52 è una riflessione sulla facilità con cui Arthur recide i legami, la #54 è uno sparso di chiusura asfissiante, la #55 un esercizio di saturazione sensoriale sotto la pioggia. La #56 nomina esplicitamente «Ella ed ella solamente». La #57 non la nomina. La mostra.

Il frammento è una scena d’esterni, e questo già lo distingue dalla quasi totalità degli sparsi del periodo, che si svolgono in interni domestici o in spazi percettivi chiusi. Arthur è in mezzo a una ressa, probabilmente un mercato o una fiera, e il testo ne restituisce prima di tutto la fisicità caotica: lo «sciabordare» della folla disposta in tratti, le spalle che si «attortigliavano a lembi, coturni, bisacce, menti», l’aria che «raspava sul carpo com’una garza riscalzata». L’elenco è costruito per accumulazione tattile: nulla si guarda, tutto si sfrega. Arthur non attraversa la folla, ne viene attraversato. Il corpo subisce il contatto senza filtrarlo.

L’interruzione arriva al centro esatto del frammento. Un suono, «l’ascesa d’un timbro che s’incrinava più pe’ sangue che pe’ gola»: una voce, o un richiamo, che Arthur percepisce prima con l’orecchio e poi con tutto il corpo. L’udito «slittò», l’«orbita s’arrestò», il corpo «ruotò da solo». La sequenza è fisiologica, non deliberata. Arthur non decide di voltarsi: il corpo si volta per lui. È lo stesso meccanismo della #44, dove le tre figure femminili «baltano» senza essere convocate, e della #418, dove lo scrutare dalla finestra è diventato «memoria del polso e non del verbo». Il riconoscimento precede la coscienza.

Ciò che Arthur vede, dopo la rotazione involontaria, è una bancarella «cosparsa di ciotole d’ala e pelli di sambuco» e, accanto ad essa, «ella, di profilo, col mento smussato e le dita inanellate». Le ciotole d’ala e le pelli di sambuco sono mercanzie che il corpus non menziona altrove: il dettaglio è di una specificità che suggerisce un ricordo visivo autentico, non una ricostruzione. Il profilo, il mento, le dita con gli anelli: Arthur la coglie in tre tratti, tre dettagli fisici che funzionano come un blasone, un’araldica del corpo. La #744, un anno e mezzo dopo, descriverà lo stesso tipo di apparizione: «attendendone il profilo emergere dal fugiglio del crocicchio». Il profilo è la forma sotto la quale Valerie appare nel corpus quando appare come corpo e non come pensiero.

Ma «eppur non v’era più». La frase è posta immediatamente dopo la descrizione, senza transizione. Arthur vede, e un istante dopo non c’è più nulla da vedere. Non è chiaro se Valerie fosse davvero lì e sia scomparsa nella folla, o se l’intero avvistamento fosse un miraggio prodotto dal timbro udito un istante prima. Il testo non scioglie l’ambiguità, e Solbourne ritiene che l’ambiguità sia il punto. Arthur non sa se l’ha vista o se l’ha costruita, e il frammento non offre al lettore più certezze di quante ne abbia il suo autore.

La chiusa è dove questo sparso si separa da quasi tutti gli altri del periodo. «Nel rientro, ché pur si tornò, la gola s’era sfoderata, ma 'l passo trovò forma nova. Ogni battito si fece lieve ancòra.» La gola sfoderata è la gola che ha perso il suo rivestimento, il nodo che la stringeva, lo strato protettivo: Arthur torna a casa esposto, vulnerabile. Eppure il passo «trovò forma nova», e il battito «si fece lieve ancòra». L’avvistamento, reale o immaginato, non ha prodotto il consueto sprofondamento. Ha prodotto una leggerezza. Non una guarigione, non una liberazione, ma un alleggerimento momentaneo che Arthur registra senza commentare e che, proprio per questo, pesa più di qualsiasi commento. Negli sparsi circostanti, la vista o il pensiero di Valerie produce invariabilmente contrazione, chiusura, asfissia. Qui produce, per un istante, il suo contrario. Il fatto che Arthur non tenti di spiegarselo è ciò che rende il frammento credibile come scrittura a caldo, e notevole come documento (Solbourne, 1997).