Marco Delrio

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21/08/1923 – #53

Ho consumato l’intera giornata ‘n un tedioso e scomposto girovagare pelle strade di Bolinthos e de’ suoi contorni, ottemperando, un’appresso l’altra, alle bisogne sparse della Kryomont, ch’ha talento singolare nel frantumare l’urgente sin renderne gravoso ogni ricongiungimento. Il caldo, già dalla mane presta, s’è fatto greve e vischioso, piccandosi alle carni e allo spiro, talché ogni transito parea esigere uno sforzo doppio e ogni sosta ne sortiva breve quanto necessaria. Le vie polverose, i piazzali abbacinati e l’interno delle fabbriche, satollo d’aria stantia e d’olezzi ferrigni, s’alternavano con una monotonia che presto mutava ‘n spossatezza. In tale irevenire ho contrato molti visi, coll’alcuni ho trecciato quel tanto di parola che basta a condurre ‘n porto l’incombenze sin attrito. Nomi già obliati, strette di mano fugaci, esplicazioni reiterate, appunti frettolosi: un fluire continuo di figure che mi scorreano innanzi sin lassare impronta. Pochi sono coloro che m’impressionano al primo guardo, e ancora più rari lor che riescono a fissarsi nella memoria oltre ‘l breve spazio d’un colloquio. La maggior parte svanisce non appena varcata la soglia seguente, come s’il loro volto fosse tracciato con segno troppo lieve pe’ resistere all’urto d’altri incontri. L’eco di Valerie, in tal ragionamento, m’ha compagnato con una costanza ch’‘n so dire se molesta o divinabile. L’affaticamento e la ripetitività dell’opere diarie han lassato varco a quel ritorno silente che s’insinua quan la mente, privata d’ogni diversione più nobile, volgesi a ciò che le è divenuto consueto nel rimorso. Ella ricompare qual sagoma persistente, che s’adagia dissopra de’ pensieri e n’altera ‘l passo, insinuando un disordine cheto che resiste ai vari tentativi d’argine. Scòpromi, tornando all’individui del dì, ‘n tali frangenti, quanto mi riesca agevole ostentare un’affabilità che, a ben guardare, non m’appartiene per vero. Ben so mostrarmi cordiale, sollecito, perfino partecipe, e ‘n ciò sono divenuto abile quanto basta a render docili l’ore e scorrevoli le trattative. Dissotto di tale superficie permane una distanza che raramente còlmasi. Par allenamento perpetuo di adattamento che mi compagna sino al vespro e mi riconsegna, al rientro, un senso d’esaustione che ‘n deriva soltanto dalla fatica fisica, ma da tale scarto fra l’apparire e l’essere. Con addosso la polvere e l’arsura del dì, ho sentito più acuto ‘l peso di tale dissonanza al termine del meriggio. Bolinthos, col suo viavai industriale e le sue urgenze minute, m’è parsa un ingranaggio sin pietà, ov’ogni individuo è intercambiabile e ogni gesto replicabile. Quissà per questo pochi permangonmi impressi, e chessìa per questo che l’ombra d’ella riesce ancor a farsi strada: di mezzo a tanta omogeneità, un’eccezione che continua a esigere memoria.