20/08/1923 – #52
Ho passato alcune ore della mane con Florence, ‘n un tempo ch’è scivolato via colla naturalezza che si palesa solo pelle presenze consuete e ‘n invadenti. Nulla di che tramandare, a dir vero, e quissà proprio per tale viso degno d’esser un poco trattenuto. Abbiamo ciarlato sin meta, alternando motti a silenzi che ‘n domandavano d’esser colmati frettolosamente, e ‘n codesto avvicendarsi v’era una quiete piana e rara ne’ miei dì più fitti. Florence possiede la virtù di stare sin premere, di condividere sin reclamare, e ciò rende la di lei compagnia una sorta di tregua mobile, che ‘n pesa e ‘n distrae. Rientrato ‘n April Street, mi son trovato a rimuginare sul numero esiguo delle mie conoscenze intime, e su quanto tal ristrettezza m’abbia sempre parso più agevole che gravosa. Recidere un legame è, per vero, operazione celere e sin pieghe: basta cessare d’esserci, diluire la presenza, rinviare, e lassare ch’il tempo compia in vece nostra, sinché ‘l filo, or smunto di tensione, si sfibra e cede sin strepito. Ho spesso fatto ricorso a tal modo, persuadendomi ch’in esso vi fosse una forma di dominio, qual gesto pulito di sottrazione, capace di risparmiarmi l’attrito del confronto e l’incomodo dell’esplicazioni. E per un tratto, confesso, ciò m’ha recato sollievo. Quissà ancora n’elargisce. Pure, se ‘l taglio riesce facile, assai più arduo è reggere ciò che ne seguita. La nostalgia, quan ancora ‘n si è in grado di sufficiare a sé medesmi, assume un peso che sorprende e disarma. Torna a posarsi dissopra delle giornate con passo sommesso, e tende a trasformare l’assenze ‘n stregamenti ostinati. Ciò che si credea risolto ricompare ‘n forma d’eco, e l’animo, privo d’un assetto saldo, amplifica ogni mancanza oltre ‘l vero suo valore. Ebbene, se fossi in vero ‘n pace colla mia solitudine, tali risonanze si smorzerebbero sino quasi a dileguare. Di contro, finocché permane una certa incompiutezza nel trato con me stesso, ogni legame disciolto lassa didietro sé un vacuo deserto che s’espande più del bisognato. Scòpromi ‘sì a riconoscere una fragilità che mal s’accorda colle convinzioni cui ho fatto appello per lustri. Ho sempre creduto nell’autosufficienza come virtù primaria, pur accettando perfino l’ipocrisia nello scriverlo col senno dello che ben sanno tanti, e nondimeno m’avvedo quant’essa richieda una disciplina interiore ch’ancora ‘n possiedo. Perlomeno, non colla maestria ch’aggrado. L’amico, in tal senso inteso per carenza di motti migliori, mi par meno un bisogno ch’un correttivo, una maniera pe’ contenere l’eccesso di ripiegamento che m’è consueto, un argine contro quel fruscìo di fondo che nasce quan il pensiero ‘n trova poggi esterni e si moltiplica su sé medesmo. ‘Sì resto sospeso un poco fra ‘l disìo d’indipendenza e la constatazione che la presenza altrui, quand’è discreta e ben misurata, alleggerisce ‘l tratto dell’ogniddì. Florence, colla sua compagnia piana, me ne reca prova sin ulteriori filippiche. Ma ben so altresì che tal sollievo è transitorio, e che la vera fatica resta la d’imparare a reggere per intero il mio da solo chiudermi, sinocché ogni silenzio cessi di mutarsi ‘n perversa nostalgia. In ciò, temo, avrò ancora di che malmenarmi ‘n lungo e paziente esercizio.