12/08/1923 – #44
Baltano a tre di volta, fesse d’alcuni ‘stanti, sovente quan li fumi delli vizi van pe’ ganasciar le tempie pria e poscia le palpebre. L’una immonda ch’ancor bramo e conto, coll’incipio maiuscolo ché mi fa cieco e stolido, qual fossi falana contra i luciar alti delle calli. L’altra inniora ch’il cor mio ben sa crollarsi della cuticagna della priora musa e meglio ancora staria leco, pur sciutto della fede ch’ì ruinai 'sì tant’anni ormai che fueron. E 'n coda la che sa e cui ammisi, la che 'n capo schiara e quissà videmi come niuna prima, la che 'n sorte ancora delli vaghi. Paion tre sonni e tali stanno, in vero, ch’inil silenzio, si la reggia prostro, perfino sentomi vaticinare del di loro sgretolarsi bieco, sin fretta o clemenza. Quivi, l’ir loro ‘n segue rota né legge ma s’avviluppa qual fumo che si morda da sé. L’immonda torna prima ch’io l’abbia lassata, reca seco ‘n luccichìo di verbo appicciato e di fame vetusta, e m’inceppa il giudizio al punto medesmo ove credetti d’averlo temprato. In ella cada pensato s’ingravida ed ì, stolto qual sempre, vìmi piego qual chi sconfonde la brace p’un lume benigno. L’inniorante s’insinua di contro per sottrazione. Ella riconducemi a ciò ch’ì dissi di ‘n volere e pur volli, denùdami dell’alibi ch’aveo chiodato in dosso, e lassa l’atrei spogli sotto la memore corteccia. Léco, ogni mio dire si slaccia, ché sa ch’ha fàttosi menzogna sbiascicata tarda, e 'l tempo perduto ‘n domanda scusa. Ché mai dorrìa? La che 'n coda dimora consùmami piute d’ogni assalto. Il suo guardo ‘n ferisce pe’ dinamica, bensì per stasi, ch’ei mi mantiene saldo nel punto ove piute ‘n posso evadere. ‘Sì le tre non si spartiscono ma s’addensano didentro e lo che di me buono avea di che maturare, or dimàndomi s’un poco ‘n ognuna esso s’abbia iscosto.[11]
[11] Nota all’entrata #44 - L’entrata #44 è uno degli sparsi più enigmatici e strutturalmente compiuti del primo periodo diaristico. Si colloca nel cuore dell’agosto 1923, un mese di densità lirica eccezionale per il corpus, in cui gli sparsi si susseguono quasi quotidianamente e le entrate regolari si diradano fino a scomparire. Arthur, in queste settimane, scrive poco di lavoro, poco di quotidiano. Scrive quasi esclusivamente di dentro.
Il frammento è costruito attorno a tre figure femminili che non vengono mai nominate, ma enumerate per posizione: «l’una», «l’altra», «e 'n coda la che». Tre presenze che «baltano a tre di volta», si alternano a intervalli di pochi istanti, in particolare quando i fumi del tabacco e dell’alcol allentano le difese. Non è possibile stabilire con certezza assoluta l’identità delle tre, ma il corpus offre indizi convergenti che meritano di essere presentati, senza pretesa di chiusura.
«L’una immonda ch’ancor bramo e conto, coll’incipio maiuscolo» possiede i tratti che Arthur attribuisce costantemente a Valerie nel corso dell’intero diario: l’iniziale maiuscola che la distingue dalle altre (il Preambolo ne parla sempre con una sorta di reverenza riluttante), l’effetto accecante e paralizzante («mi fa cieco e stolido»), il desiderio che sopravvive al giudizio. L’aggettivo «immonda» non è morale: è la parola che Arthur usa nel Preambolo per descrivere ciò che Valerie ha fatto di lui, «un involucro immondo», e che ritorna nella #378, scritta un anno dopo, con le stesse esatte connotazioni. È la donna che lo inceppa «al punto medesmo ove credetti d’averlo temprato», quella in cui «cada pensato s’ingravida»: il pensiero non viene chiarito dal contatto con lei, viene appesantito, fecondato di materia che non riesce a espellere.
«L’altra inniora ch’il cor mio ben sa crollarsi della cuticagna della priora musa» è la seconda, e l’espressione «priora musa» ne fissa la cronologia sentimentale: è venuta prima di Valerie. Il cuore sa scrollarsi di dosso la prima per cadere nella seconda, il che suggerisce un rapporto di successione e sostituzione. Arthur dice che «meglio ancora staria leco, pur sciutto della fede ch’ì ruinai»: starebbe meglio con lei, anche privo della fiducia che lui stesso ha distrutto anni addietro. L’appellativo «inniorante», che Arthur ricicla dall’aggettivo inniora (ignorante, ignara), indica una donna che opera «per sottrazione», che lo riporta a ciò che disse di non volere e invece volle, che lo spoglia degli alibi. Questi tratti convergono con il profilo di Allison, dalla quale il Preambolo documenta un «esilio forzato» e con la quale la rottura è stata causata, per ammissione di Arthur, dalla sua «stolida incuria egocentrica». L’entrata #45, scritta il giorno dopo, introdurrà Berenice, un’altra figura del passato; ma Berenice è esplicitamente nominata, e il tono è elegiaco, non lacerato. L’«inniorante» della #44 è qualcosa di diverso: è una presenza che denuncia.
«La che 'n coda dimora» è la terza, e Arthur la descrive con attributi che la separano nettamente dalle prime due. «La che sa e cui ammisi»: è qualcuno a cui Arthur ha confessato qualcosa. «La che 'n capo schiara»: qualcuno che gli fa chiarezza nella mente. «La che quissà videmi come niuna prima»: qualcuno che lo vede come nessuna l’ha mai visto. E soprattutto, «la che 'n sorte ancora delli vaghi»: non è ancora emersa dalla vaghezza, dal non-detto. Questa terza figura è la più difficile da identificare con sicurezza. Potrebbe trattarsi di Florence, con la quale Arthur intrattiene un rapporto di profonda affinità intellettuale che nel corso del corpus non si risolve mai in una dichiarazione esplicita. Potrebbe essere la dottoressa Nauer, alla quale Arthur ammette cose che non ammette ad altri e che il diario descrive ripetutamente come colei che lo comprende. Non è escluso che si tratti di una figura composita, o di qualcuno che il corpus non nomina altrove. Ciò che importa, ai fini dell’analisi, è la funzione: questa terza donna non ferisce per dinamica ma «per stasi», lo inchioda nel punto da cui non può più evadere.
La struttura del frammento è quella di un trittico che si rifiuta di restare tale. Arthur dichiara che le tre «paion tre sonni», ma nel prosieguo del testo i confini si dissolvono. Le tre «non si spartiscono ma s’addensano didentro». La chiusa è tra le più amare del primo periodo: «lo che di me buono avea di che maturare, or dimàndomi s’un poco 'n ognuna esso s’abbia iscosto». Il bene che Arthur sentiva poter ancora maturare in sé, ora sospetta di averlo disperso, depositato in ciascuna delle tre senza che nessuna lo restituisca. Non è una dichiarazione di perdita. È una dichiarazione di dispersione, che è peggio: il bene non è scomparso, è frammentato in luoghi ai quali non ha più accesso.
Va infine segnalato il rapporto con l’entrata #43, scritta il giorno precedente, che presenta una struttura analoga: una serie di figure femminili — «una d’elle, la prossima», «quella ch’io seguo con più fede», «l’altre» — disposte in sequenza e in conflitto, in un contesto di immobilità mattutina. Le due entrate funzionano quasi come un doppio tentativo di messa a fuoco dello stesso soggetto, con la #43 che lo affronta in modo più obliquo e la #44 che lo nomina con una brutalità lessicale inedita. (Solbourne, 1997)