13/08/1923 – #45
D’in tra i visi stracchi d’uno de’ mie’ tomi disfatti ov’ormai la carta pare più attendere che vivere, ho trovato i resti d’un fiorello compresso e vinto, ridotto a nervature dalle stagioni. Innioro ‘l momento del suo ricovero quivi, innioro perfino se fosse la mia di mano a spingerlo didentro, innioro se fosse atto o errore. Pur all’estrarne cauto i resti, fumenti vacui di Berenice s’han fatto largo, qual sagome oniriche ch’han vite e voce coll’occhi chiusi e ch’alla mane paiono evadere frettolosamente. Ella danzava ne’ dì d’altre vite, quand’anche ‘l meriggio ne durava due. Poco permane, tuttavia, che ‘n sia una nuvolosa scenetta d’in tra le panche d’un oratorio o un brandello fugace tra le seggiole d’una carrozza. Mi dimando se l’anni vissuti senza appigli ‘n memoria siano rifiuto o deposito, avanzo da serbare pur sin uso. L’ito, ‘sicché, m’apparve come materia immobile, ch’insiste sin offrirsi per vero. Il fiorello, pressato fin a perdere ogni pretesa d’aver forma, se n’è stato lìvi, sin attesa o boria, e ora mi pareva ch’avesse la sfacciataggine di voler insegnarmi tutto lo ch’avrei già dovuto. Come se Berenice, ita compagna che forse un poco di cuore m’avea incrinato, tornò com’obbligo di cogito, qual schiaffo vendicativo d’un fiorello deluso. Ella non stava ‘n ciò che rammento, bensì in lo che non riesco a fare, in lo che manca. Ì col vegetale ‘n le dita, restai a pesare s’il tempo che fu fosse vero e reale nella misura ‘n cui resiste all’anni – o se resiste soltanto quan continuo ostinato al tentare di rammentarlo.