11/08/1923 – #43
Longhe l’ore postemi nanzi, paio casi contarle quivi lineate ritte in la gianca ovatta d’un dì che vole ser più d’altri addietro. Una d’elle, la prossima, la ch’or scruta dal pulver posato, ciarla d’asciolvere e cicche rare, di netti quarti e ‘n dresso che m’è d’uopo pur oi ch’il reposo deveria sovranare. Adempio alle d’ella dimande e paziento ‘l verbo dell’altre didietro ch’han di che far delle ruine novo empireo. E intanto ‘l lume, fioco, s’attarda sulli margini del tavolo, ove ‘l legno sputami la memoria di palmi stanchi e d’ogni posa rimandata. L’ore, quivi, s’addensano, e ciascuna reca ‘n grembo un litaniare che ‘n osa farsi voce. L’aere puzza di stantio e di cenere fredda, e ‘l respiro stesso pare misurarsi a passi cauti, sì qual temesse di rompere l’assetto già precario della mane. Quella ch’io seguo con più fede è greve e mansueta ad un tempo, promette fine e non compimento. Pòrgemi ‘l conto d’ogni gesto minimo, del gotto sciacquato a mezzo, del pane mozzato con cura, del silenzio che si slunga d’in tra ‘n battere di ciglia ell’altro. Lìvi mi fermo, e lasso che le mani apprendano l’arte lenta del nulla operare. Ma l’altre, di contro, impazienti, fremono salivando sullo sfondo, sussurrano d’impalcature e martelli, di polvere che cade e subito reclama una qualsivoglia forma, di nomi ‘ncor non usati da incidere su mura già sbrecciate. L’ascolto senza dar segno, ché so quanto pesa ‘l concedere loro anche solo la parvenza d’un varco. ‘Sì sto, tra ‘l compiere nulla e ‘l rinviare, sospeso in la vigilia d’una mane che ‘n promette alba, ma solo un indugio un poco più nitido dell’ore appena ite.