Marco Delrio

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10/07/1923 – #11

Ada m’ha sempre tentato d’insegnare che lo che v’è dentro la testa va trattato com’un quarto dell’appartamento: v’è da scotere lo spiumino una volta al dì, da rassettare le sedute e le cartacce ‘n giro, da svuotare i cestini e lucidare le superfici come se d’un momento all’altro dovesse entrarvi un plotone di supervisione per mettere un voto allo stato di nettatura. Ed ì tento sempre di tenere a mente tale consiglio sin altri fini se non lo di augurarmi un po’ di chete laddove l’urla paiono sortirmi dall’occhi e dal guardo e finire in viso alle persone con cui colloquio ogniddì. Eppure, dolce Ada, come fare? Come attuare tale metodo quando per ogni cartaccia che volto, afferro e getto in un sacco destinato alla discarica, due nuove s’offrono di volteggiare pe’ la stanzetta che tengo fra le tempie, quasi come s’un soffio di vento attenda solo ch’ì mi mova ‘n tal quarto? Ed ì mi ci ostino, ‘sì tanti dì ché pur ella mi vide arruffato in fra le mie cose colla speme di mostrarle quattro mura linde e ordinate, scrutate dal di qua de’ mie’ occhi; e mi ci ostinerò ancora e ancora, per chiaro, ch’ella in fondo, dal suo rurale venir su ‘sì egregia, al modo opposto della dottoressa Nauer, m’espone li stessi discorsi. Mi fido e vi tento, ‘sì tante volte ancora fino quando un nulla d’un nonnulla basta pe’ soverchiare l’apparente stato estetico e zittito del mio monolocale cerebrale. V’è un qualché che non funziona come dovrebbe, quissà? Ebbene, sì è lo che m’han risposto entrambe e positiva è perfino la mia di risposta quando piegato colla fronte al vetro della toeletta piglio l’ultimo boccone d’aria disponibile per arrestare le lagrime. V’è un qualché che non si move come nell’altri ma, a differenza di lo che posso pensar io, esse mi ribadiscono ch’è cosa buona. Che possiedo la creatura più rara e preziosa dell’intero globo ma, ad ora, è imbizzarrita, confinata nel mio teschio. E debbo solo addomesticarla. Un dì alla volta. Uno solo alla volta. Sin premure. Santo cielo quanto ringhia, però.[7]


[7] Nota all’entrata #11 - L’entrata è costruita intorno a una metafora domestica che Ada, la fantesca di Arthur, gli ha fornito e che Arthur tenta di applicare a se stesso con risultati che il testo documenta nel loro progressivo fallimento. La mente è un quarto dell’appartamento: va spolverato, rassettato, svuotato, lucidato «come se d’un momento all’altro dovesse entrarvi un plotone di supervisione». Il consiglio è di una semplicità disarmante, e Arthur lo riconosce come tale, lo attribuisce al «rurale venir su» di Ada, alla saggezza pratica di chi ha imparato a mettere in ordine le cose prima di tentare di comprenderle. Nella #22, Arthur conferma che la dottoressa Nauer considera l’appartamento come «un’estensione della psiche» di Arthur. Ada arriva alla stessa conclusione per la via opposta: non dalla psiche all’appartamento, dall’appartamento alla psiche.

Arthur tenta di seguire il consiglio. Raccoglie le cartacce, le getta nel sacco. E per ogni cartaccia rimossa, due nuove «s’offrono di volteggiare pe’ la stanzetta che tengo fra le tempie», come se un soffio di vento attendesse ogni suo gesto di pulizia per reintrodurre il disordine. La metafora regge e si espande: il monolocale mentale non si lascia rassettare perché il vento che lo disordina è interno all’inquilino, è Arthur stesso che produce i rifiuti che tenta di eliminare. L’ostinazione prosegue — «mi ci ostinerò ancora e ancora» — con una caparbietà che il frammento presenta senza eroismo, come un’abitudine della fatica.

Il passaggio centrale accosta le due figure femminili che orientano il percorso di Arthur in questo periodo: Ada e la dottoressa Nauer. Arthur le pone in parallelo e in contrasto. Ada, rurale, le dice le stesse cose della Nauer, ma dal versante della vita pratica. La Nauer le dice dal versante clinico. Entrambe convergono su un punto che Arthur riporta in discorso indiretto: «V’è un qualché che non funziona come dovrebbe.» E Arthur, con una sorpresa che il testo registra senza enfasi, concorda: «positiva è perfino la mia di risposta quando piegato colla fronte al vetro della toeletta piglio l’ultimo boccone d’aria disponibile per arrestare le lagrime». La scena è fisica: Arthur piange davanti allo specchio della toeletta, la fronte premuta contro il vetro, e nell’istante in cui il pianto lo soffoca, ammette che sì, qualcosa non funziona. L’ammissione arriva nel punto di minima resistenza, quando il corpo non ha più le forze per negare.

La chiusa è dove il frammento cambia registro. Ada e la Nauer gli dicono che ciò che ha dentro «è cosa buona», che possiede «la creatura più rara e preziosa dell’intero globo» che al momento «è imbizzarrita, confinata nel mio teschio». La creatura non viene identificata. Potrebbe essere la sensibilità, l’intelligenza emotiva, la capacità di sentire troppo che attraversa l’intero corpus come un filo rovente. Ciò che importa è l’istruzione che ne deriva: «addomesticarla. Un dì alla volta. Uno solo alla volta. Sin premure.» La ripetizione rallenta il tempo del testo fino a renderlo istruzione ritmica, quasi un mantra. E l’ultima frase — «Santo cielo quanto ringhia, però» — rovescia la solennità in un’esclamazione colloquiale che è tra le più umane dell’intero Libro Primo. Arthur ha appena costruito un’architettura di metafora, confessione e programma, e la chiude con un grugnito di resa comica. La creatura ringhia. Arthur lo sa. Ci convive.

L’entrata è significativa nella sequenza per la posizione che occupa. La #10, scritta il giorno prima, è il racconto dell’abisso di Eggville, il momento più vicino allo spegnimento che il corpus documenti. La #11 arriva il giorno dopo e parla di spolverini, di cestini, di cartacce, di Ada che insegna a tenere in ordine la testa. La distanza tra le due entrate è la distanza tra il fondo e il primo gradino: minima, quasi ridicola, eppure sufficiente a cambiare direzione. Arthur non è guarito. Sta spolverando (Solbourne, 1997).