09/07/1923 – #10
Un giro di torno al sole addietro, in pe’ l’erbacce d’Eggville, passeggiato fra ‘l torrido scorrere dell’ennesima ora sin meta o contenuto, ecco lo che rammento di tale ‘dì del calendario, oramai. Il guardo ballerino fra la parietaria e le balle di fieno secco, deriso dai mosconi metallici, l’ovatta della caciara d’un festino ‘sì futile quanto necessario al consolidamento delle tradizioni. E l’abisso di dosso, dressato ‘n colori saturi, secchi e spigolosi; la sua mano ghiacciata poggiata fra il mio collo e l’inizio della spalla colle dita lunghe e dinoccolate che s’insinuano sotto ‘l primo strato di pelle pallida e fendon i rami ossuti fin a rivare all’altrove mio intimo, laddove s’accocolano i timori, le più puerili insicurezze, gli strascichi d’ogni singola ferita ch’ha smesso di sanguinar per di fuori e resta col grido mozzato didentro, spersa fra tutte l’altre. Fumaccio e bollicine come palliativi psicosomatici mentre ‘l tristo farsi largo dell’abisso s’arresta ‘n dove alberga anch’ella, oramai, priva di materialità, priva di voce, speme, senno. Stringe. Stringe finché una pallotta d’aria residua mista a cruore s’aggrappa alla gola e annerisce i contorni della campagna d’intorno. Che fare, or che l’abisso vuol ser me ed ì non ho motivo per esser qualcosa di diverso d’esso? Lassarsi andare, quissà, sarebbe il miele più dolce che potessi trovare quel dì, sarebbe la quiete ch’anelo fin da che ho memoria. E poi? Fluttuare sin movimento nel buio d’un’ultima decisione, trafitto per tutti l’infiniti che verranno dall’ultima scarica di pensierucoli corrotti, di biasimo, rammarico, incapacità… Inutilità. Spegnersi in fine. Spegneri e non rammentare più. Spegnersi e non rammentarla più. No, tetro abisso goloso, lo che di fondo mi rende dissimile del tuo consueto avventore impantanato fra i tuoi sussurri è l’idillio ch’in fine riesco a dissotterrare da queste macerie fumanti di agonia e disperazione. Divincolai ‘l mio core della sua mano sbigottita e lo consegnai quel dì stesso alla dottoressa Nauer, spaurito, solo, divelto. Un respiro. Un respiro soltanto tra me e ‘l cosmico niente di pace e silenzio. Compresi, allora, ch’ì preferisco lagrimare accoltellato dalle paure e dall’urla sofferenti del mio io, piuttosto che lassar trionfare quell’abisso ghignante, assetato solo de’ mie’ battiti furiosi. Un solo respiro di distanza. Quant’appresi quel dì.[6]
[6] Nota all’entrata #10 - L’entrata è il sesto sparso del corpus. È anche il più importante. Arthur scrive il 9 luglio 1923, ma il frammento non riguarda il presente. «Un giro di torno al sole addietro»: un anno fa. L’evento risale dunque all’incirca al luglio 1922, un anno prima dell’inizio del diario, in un periodo di cui il corpus non possiede entrate ma che il Preambolo, il testo stesso della #10 e l’entrata #935 del gennaio 1926 contribuiscono a illuminare. Il fatto che Arthur scelga di tornare su quell’episodio alla decima entrata del diario, a nemmeno due settimane dall’inizio della scrittura, dice quanto profondamente quell’evento sia radicato nella ragion d’essere dell’intero progetto diaristico.
La scena si apre con un’immagine di campagna estiva. Arthur è a Eggville, tra le erbacce, nel caldo torrido, passeggiando «sin meta o contenuto». La parietaria, le balle di fieno, i mosconi metallici, la «caciara d’un festino» in lontananza: il paesaggio è concreto, assolato, indifferente. Arthur non è al centro della scena. È un corpo che attraversa un fondale. E il fondale è descritto con una precisione quasi pittorica che ha lo scopo di preparare il contrasto con ciò che segue.
«E l’abisso di dosso.» La frase irrompe senza transizione. L’abisso è «dressato 'n colori saturi, secchi e spigolosi», il che ne fa non un’oscurità ma una presenza visiva, un’entità che ha forma e colore. E ha una mano. «La sua mano ghiacciata poggiata fra il mio collo e l’inizio della spalla colle dita lunghe e dinoccolate che s’insinuano sotto 'l primo strato di pelle pallida e fendon i rami ossuti fin a rivare all’altrove mio intimo.» L’abisso non è dentro Arthur: gli si è posato addosso e lo sta penetrando dall’esterno, attraverso la pelle, attraverso le ossa, fino a raggiungere il luogo dove si accocolano «i timori, le più puerili insicurezze, gli strascichi d’ogni singola ferita ch’ha smesso di sanguinar per di fuori e resta col grido mozzato didentro». Arthur descrive il proprio interno come un deposito di ferite silenziose, ferite che non sanguinano più verso l’esterno ma gridano verso l’interno, e l’abisso le raggiunge, le trova, le stringe.
Il passaggio su «fumaccio e bollicine» introduce l’unico dettaglio materiale dell’automedica: il tabacco e le birre, «palliativi psicosomatici» che Arthur sa essere tali e che nomina con un’ironia clinica che non attenua la gravità del contesto. L’abisso si arresta «‘n dove alberga anch’ella, oramai, priva di materialità, priva di voce, speme, senno». L’«ella» non viene nominata, ma la sua collocazione nello stesso luogo dell’abisso, là dove i timori e le ferite si accumulano, ne fa una presenza che non è più persona ma residuo, traccia svuotata di voce e di speranza. Il pronome basta a evocarla.
La stretta dell’abisso è descritta fisicamente: «Stringe. Stringe finché una pallotta d’aria residua mista a cruore s’aggrappa alla gola e annerisce i contorni della campagna d’intorno.» La ripetizione di «Stringe» è il battito di un’urgenza che non si formula in pensiero ma in pressione. L’aria mista a sangue è l’ultimo residuo di vita che resta in gola, e da lì Arthur guarda il paesaggio che si annerisce ai bordi, come una fotografia che brucia dai margini verso il centro.
La domanda che segue è la più nuda dell’intero corpus: «Che fare, or che l’abisso vuol ser me ed ì non ho motivo per esser qualcosa di diverso d’esso?» Arthur non sta pensando alla morte come ipotesi astratta. Sta constatando che non c’è ragione per non essere l’abisso. Non c’è un argomento contrario. E ciò che segue non è un ragionamento ma una resa tentata: «Lassarsi andare, quissà, sarebbe il miele più dolce che potessi trovare quel dì.» La dolcezza attribuita alla resa è ciò che la rende pericolosa: Arthur non la teme, la desidera. «Fluttuare sin movimento nel buio d’un’ultima decisione.» «Spegnersi in fine.» La ripetizione di «spegnersi» in tre varianti — «spegnersi e non rammentare più», «spegneri e non rammentare più», «spegnersi e non rammentarla più» — è un’erosione progressiva del soggetto. Il refuso «spegneri» non è un errore: è il testo che si sfalda nel momento in cui il pensiero raggiunge il suo punto più basso, e il passaggio dal «non rammentare più» generico al «non rammentarla più» specifico rivela che anche nel fondo dell’abisso c’è lei, il ricordo di lei, il dolore di lei, e che spegnersi significherebbe anzitutto cessare di ricordarla.
Il rovesciamento arriva come un «No» pronunciato direttamente all’abisso, che Arthur apostrofa come «tetro abisso goloso». È una personificazione che trasforma l’abisso da condizione in interlocutore, il che permette il rifiuto. Ciò che rende Arthur diverso dal «consueto avventore» dell’abisso è «l’idillio ch’in fine riesco a dissotterrare da queste macerie fumanti di agonia e disperazione». L’idillio non è specificato: potrebbe essere la vita stessa, potrebbe essere un ricordo, potrebbe essere la possibilità di scrivere. Il frammento non lo chiarisce, e l’assenza di chiarimento è essa stessa un dato: Arthur non sa cosa lo tiene vivo, sa solo che qualcosa lo tiene.
L’atto concreto che segue è la consegna di sé alla dottoressa Nauer. «Divincolai 'l mio core della sua mano sbigottita e lo consegnai quel dì stesso alla dottoressa Nauer, spaurito, solo, divelto.» Il cuore viene strappato dalla mano dell’abisso e portato a una professionista. È l’atto fondativo dell’intero percorso terapeutico che porterà, circa un anno dopo, alla raccomandazione del diario. Il Preambolo conferma il legame: la dottoressa Nauer «più d’un anno addietro, m’ha consigliato vivamente di registrare tutto lo che reputo necessario su qualche foglietto». Nella #935, Arthur dichiarerà esplicitamente che «le numerazioni» delle entrate «ne derivano proprio dall’abisso ch’ho fuggito». Ogni numero apposto in cima a ogni pagina è un contatore di distanza da quel giorno a Eggville.
La chiusa è costruita sulla misura di un respiro. «Un respiro. Un respiro soltanto tra me e 'l cosmico niente di pace e silenzio.» Arthur quantifica la distanza tra la vita e la non-vita: un respiro. Non un pensiero, non una decisione, non un atto di volontà: un respiro, l’atto più involontario e più vitale di tutti. E l’apprendimento è questo: «ch’ì preferisco lagrimare accoltellato dalle paure e dall’urla sofferenti del mio io, piuttosto che lassar trionfare quell’abisso ghignante». Arthur sceglie il dolore. Non lo risolve, non lo supera, non lo guarisce. Lo preferisce al nulla. «Un solo respiro di distanza. Quant’appresi quel dì» (Solbourne, 1997).