11/07/1923 – #12
Viene sin preavviso in le mani ov’ì paio più desto dell’ore di sole, prima de’ suoni indaffarati delle calli quivi sotto che sanno già di fretta e monotonia. Incastrate fra soffici lenzuola che colla notte si son costumate all’abbracciarmi, sparute e brevissime immagini mi punzolano ai fianchi e m’afferrano ‘l core a due mani. Presso l’uscio d’April Street, ella che mai più bella fu, dressata nell’abiti leggeri che tanto elogiai ed ì ch’al mirarla d’un secondo più a lungo mi destai nelle briciole dell’assenza. Mi dimando, ‘n tali occasioni, quant’ancora debba rimuginare l’inconscio sulle solite pitture oniriche prima ch’il soggetto de’ mie’ reconditi desei cangi per sempre. Quissà lo fa sovente; la differenza resta nella memoria ch’ho di codeste intrusioni nel mio buio e, probabilmente, che cementifico ‘n frasi e liriche quand’ancora nemmeno ‘l dì ha iniziato. Che vuole dirmi tutto ciò? Nulla che non sappia, mi rispondo sin dubbio alcuno, datesi le innumerevoli volte che mi son osservato a studiarne ‘l più oggettivamente possibile ogni prospettiva riguardo. Tuttavia mi veo di modo ancora grappato a un’illusione sempre più affievolita dall’ovvietà e dall’inesorabile frusciare della clessidra de’ giorni e, ‘n essa, ripongo ogni serbatoio di speme e vagheggi che non so come direzionare verso altri paesaggi. Capiterà ch’esaurirò anche la voglia di star qui settato a scrivere e scrivere contentandomi d’un lampo immaginato. Quissà fra mesi, anni, troppi anni ancora. Oppure no. Se vi sia un limite o una data di scadenza per tale spirale di disperazione silente credo che l’andrò scoprendo toccandolo con mano. Chi sa s’a quel punto ‘l tutto d’ella sfumerà come cada insulsa memoria di nulla, nel nulla, per l’anni che rimarranno.[8]
[8] Nota all’entrata #12 - Il frammento è scritto alle 06:07, prima dell’alba, prima che i rumori delle calli di sotto comincino a segnalare il giorno. Arthur è ancora a letto, «incastrate fra soffici lenzuola che colla notte si son costumate all’abbracciarmi». L’ora è decisiva. Il momento in cui le immagini arrivano è lo spazio liminale tra il sonno e la veglia, quello in cui l’inconscio ha ancora la presa e la coscienza non ha ancora i mezzi per respingere. Arthur lo sa, lo ha già documentato nella #32, dove descrive le «stimolazioni incontrollabili della sfera onirica» che sfumano «con ogni sorso di caffé». Qui il caffé non è ancora arrivato. L’immagine è intatta.
Valerie compare «presso l’uscio d’April Street», nel punto più domestico e più doloroso del corpus: la porta di casa. «Ella che mai più bella fu, dressata nell’abiti leggeri che tanto elogiai»: Arthur la vede com’era in un giorno preciso, in quegli abiti specifici che aveva lodato, e la precisione del ricordo è ciò che lo ferisce, perché dimostra che l’immagine non si è consumata. Il dettaglio degli abiti leggeri è sensoriale, estivo, coerente con il luglio in cui Arthur scrive, e produce l’effetto di una sovrapposizione temporale: la Valerie del ricordo e la stagione del presente coincidono, il caldo è lo stesso, la luce è la stessa. «Ed ì ch’al mirarla d’un secondo più a lungo mi destai nelle briciole dell’assenza»: un secondo di troppo dedicato a guardarla, e il risveglio arriva come frantumazione. Le «briciole dell’assenza» sono ciò che resta quando l’immagine scompare e il letto è vuoto.
La riflessione che segue è tra le più lucide del primo periodo. Arthur si domanda «quant’ancora debba rimuginare l’inconscio sulle solite pitture oniriche prima ch’il soggetto de’ mie’ reconditi desei cangi per sempre». La formulazione è rivelatrice: Arthur non chiede quando smetterà di pensare a Valerie. Chiede quando l’inconscio cambierà soggetto. La distinzione è fondamentale. Arthur ha già accettato di non poter controllare il pensiero diurno, ma conserva la speranza che almeno il sonno, col tempo, trovi un’altra materia su cui lavorare. La risposta che si dà è onesta: «Quissà lo fa sovente; la differenza resta nella memoria ch’ho di codeste intrusioni.» Forse l’inconscio sogna anche altro, ma Arthur ricorda solo i sogni di Valerie, perché quelli sono i sogni che «cementifico 'n frasi e liriche quand’ancora nemmeno 'l dì ha iniziato». Il verbo «cementifico» è di una precisione brutale: Arthur prende l’immagine fugace e la fissa in parole, la solidifica, la rende permanente. Il che significa che la persistenza del ricordo non è solo un fatto psicologico: è un fatto letterario. Arthur alimenta ciò che lo tormenta ogni volta che ne scrive. L’atto stesso che dovrebbe liberarlo — la scrittura, lo scarico, la pratica consigliata dalla Nauer — è anche l’atto che cementifica la ferita.
La seconda metà del frammento abbandona l’analisi e sprofonda nella constatazione. Arthur si vede «grappato a un’illusione sempre più affievolita», e in quell’illusione ripone «ogni serbatoio di speme e vagheggi che non so come direzionare verso altri paesaggi». La metafora idraulica è precisa: c’è un serbatoio pieno, e non c’è un canale per deviarlo altrove. Tutta la speranza, tutti i sogni, confluiscono ancora verso Valerie, e Arthur non sa come ridirezionarli. L’immagine della «clessidra de’ giorni» che fruscia aggiunge un’urgenza temporale: l’illusione si affievolisce, il tempo la corrode, eppure Arthur non ha nulla con cui sostituirla.
La chiusa pone la domanda che l’intero corpus, per centinaia di entrate, tenterà di rispondere: «Se vi sia un limite o una data di scadenza per tale spirale di disperazione silente credo che l’andrò scoprendo toccandolo con mano.» Arthur non sa se la spirale abbia una fine. Sa solo che la fine, se esiste, arriverà per esaurimento, per contatto diretto col limite, non per decisione. E l’ultima frase introduce un dubbio che è anche un desiderio e anche un terrore: «Chi sa s’a quel punto 'l tutto d’ella sfumerà come cada insulsa memoria di nulla, nel nulla, per l’anni che rimarranno.» Il giorno in cui Valerie sfumerà sarà il giorno in cui Arthur sarà guarito. E Arthur non sa se quel giorno sia una promessa o una minaccia, perché sfumare significherebbe perdere anche l’ultimo residuo di ciò che ha sentito, e ciò che ha sentito, per quanto lo tormenti, è la prova che ha vissuto. La #6, pochi giorni prima, chiudeva con «Bramo di lagrimare a codesta maniera pur l’anni che verranno». La #12 chiude con la possibilità che le lacrime finiscano. E la possibilità fa più paura delle lacrime (Solbourne, 1997).