08/07/1923 – #9
Mi capita di rado, a ser onesto, di vedermi tirare righi sopra dell’impegni che fisso sulla mia agendina ‘l dì addietro o, per solerte ossessione, la settimana antecedente. Eppure capita, ‘n dì com’oi ove ramingo pe’ le mura tiepide d’April Street mi dimando e favello d’incomprensioni e inattuabilità de’ mie’ piani odierni. ‘Sì che slavina via anche la sberla fulminante che usa cogliermi al fin del meriggio quando osservo lo ch’aveo programmato ser terminato. E tronfio scartabello l’archivi de’ mie’ raziocini in cerca d’una scusa che possa reggere ‘l confronto col disappunto ch’ostento verso me medesimo; casi paion due tizi, sovente, dinnanzi la lastra specchiata della toeletta, ‘n tali perdizioni sin fine cui mi lasso lentamente e sin per vero reazioni trascinare. Chi sa ch’in vece, tuttavia, non dolga più ‘l biasimo che sto quivi pastrocchiando di su’n fogliaccio ov’alcune code di lo che par un elenco ancor si dimenano mezze sbiadite. Qual sia ‘l motivo per cui ‘n stia afferrando ‘l libello ch’ho designato pe’ tali vaneggiamenti, non saprei dire, quissà pe’ principio, qualsiasi cosa codesta conclusione possa per vero significare. Permarrà all’istoria come completamente vacuo, quissà per certi versi fin inutile, codesto dì d’alienazione dall’obbligazioni, di fuga da lo ch’ormai ha scheggiato ‘l legno della porta dal bussare ‘sì fragorosamente. Mi contento d’un sconsiderato vomito di coscienza su questa carta unta, d’un paio di chiare stiepidite da quella che par essere un’estate perenne, torrida e spietata, fin dentro_ogni grugnito ch’accompagna ‘l mio dover vivere. Quissà l’ozio istupidito sin cagione ch’ho abbracciato oi è un’evasione temporanea dall’avverso cotidiano. Eppure dimani si paleserà novamente ‘sì affamato e ì avrò di fondo solo un dì ‘n meno pe’ le mie urgenze e un dì ‘n più da chiamare, quasi sfacciatamente, esperienza.[5]
[5] Nota all’entrata #9 - L’entrata è il quinto sparso del corpus. Segue la #8, in cui Arthur si interrogava sul senso della numerazione e chiudeva con l’immagine del fantoccio piantato nel campo, e precede la #10, che aprirà una nuova direzione. La #9 non apre nulla. Non chiude nulla. Stagna. Ed è proprio questa stagnazione a renderla significativa.
Il frammento è scritto di sera, alle 20:15, dall’appartamento di April Street. Arthur ha passato la giornata a non fare ciò che avrebbe dovuto: le obbligazioni sono rimaste «scheggiando ‘l legno della porta dal bussare ‘sì fragorosamente», e lui le ha ignorate. È un giorno di ozio non scelto ma subìto, e Arthur lo sa. La parola chiave è «ramingo»: Arthur vaga per le stanze del proprio appartamento come un estraneo, discutendo con se stesso dell’«inattuabilità de’ mie’ piani odierni». Non è fuori, non è al lavoro, non è in fabbrica. È in casa sua e non sa cosa farne.
L’apertura contiene una delle prime occorrenze della pratica che il corpus documenterà ossessivamente: l’agenda. Arthur fissa impegni, li programma con «solerte ossessione», li scrive il giorno prima o la settimana prima, e poi li cancella tirando righi sopra le parole. Nella #9, la cancellazione non produce colpa immediata ma una sequenza di reazioni a catena: la «sberla fulminante» a fine giornata, poi la ricerca di scuse nei propri «archivi de’ raziocini», infine lo sdoppiamento davanti allo specchio. «Casi paion due tizi, sovente, dinnanzi la lastra specchiata della toeletta»: Arthur vede se stesso come due persone, una che accusa e una che si difende, e la «lastra specchiata della toeletta» è il tribunale dove il processo si svolge. È la stessa dinamica della «piana riflettente» della #4, dove Arthur si guardava «coll’ira tra i canini ma la coda tra le terga», e della scena del muro nella #380, dove le pugna vengono porte contro se stesso. Ma qui, nella #9, il tono non è furioso. È stanco. I due tizi davanti allo specchio non combattono: si trascinano «sin per vero reazioni» in «perdizioni sin fine». La violenza si è spenta in inerzia.
Il centro del frammento registra una consapevolezza metascritturale. Arthur nota di stare scrivendo non sul «libello ch’ho designato pe’ tali vaneggiamenti» — il diario vero, l’agenda che tiene in ordine — ma su «'n fogliaccio ov’alcune code di lo che par un elenco ancor si dimenano mezze sbiadite». Scrive su un foglio di scarto, sopra i resti di un elenco precedente, e non sa perché non stia usando il quaderno giusto. Il fatto è in sé minore, ma nella logica degli sparsi è rivelatore: la materia del supporto racconta lo stato dell’autore. Nella nota dell’autore premessa al corpus, Arthur descriverà gli sparsi come testi nati «su cartoncini frusti, sopra margini strappati di moduli dismessi, oppure tovaglioli ruvidi a grana spessa». La #9 è uno di questi: un foglio unto, un elenco mezzo cancellato, e sopra di esso un «vomito di coscienza» che non ha trovato il contenitore giusto.
L’immagine del «vomito di coscienza su questa carta unta» è tra le più fisiche del primo periodo. Arthur non scrive: vomita. E ciò che espelle si deposita su una superficie già sporca, già usata, già segnata. Accanto a lui ci sono «un paio di chiare stiepidite», le birre che nella #6 chiedeva ad Ada di comprare. L’estate è «perenne, torrida e spietata», e penetra «fin dentro ogni grugnito ch’accompagna 'l mio dover vivere». Il grugnito non è animale nel senso della bestialità della #4: è il rumore di fondo dell’esistere quando l’esistere non ha più un programma.
La chiusa è costruita su un’oscillazione che riassume l’intero frammento. L’ozio di oggi è «un’evasione temporanea dall’avverso cotidiano». Ma domani tornerà, «'sì affamato», e Arthur avrà «solo un dì ‘n meno pe’ le mie urgenze e un dì 'n più da chiamare, quasi sfacciatamente, esperienza». L’ultima parola è caricata di un’ironia amara. Il giorno perso non è un giorno perso: è un giorno di esperienza. Ma l’esperienza di cosa? Di nulla. Dell’inerzia. Del non fare. E Arthur sa che chiamarla «esperienza» è una sfacciataggine, un trucco retorico per non dover ammettere che il giorno è stato vuoto. Eppure lo scrive, e nello scriverlo lo rende, di fatto, qualcosa. Il foglio unto con il vomito di coscienza sopra è la prova che anche un giorno vacuo produce materia. Non materia utile, non materia bella. Materia (Solbourne, 1997).