Marco Delrio

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07/07/1923 – #8

La mane s’è dispersa pe’ le valli di Overknow ‘n una maniera parecchio imprevedibile: son riuscito sin fatiche di sorta a ser più produttivo de lo ch’aveo divinato ier sera coricandomi, quissà pe’ un accumulo di motivazione che di qualche parte in fine deve pur uscire. Conto, tuttavia, di spengermi una mezzora scarsa visti l’impegni del meriggio ove, tra l’altre cose, debbo incontrare l’altri membri del circolo letterario e frontare un paio di quistioni gestionali. Mi sto dimandando sovente, ‘n questi dì, fin dove si spingeranno le numerazioni ch’appongo in capo all’entrate di queste paginette oltre che [illegibbile] sin perdere questi brandelli ov’appunto tutto lo che mi scorre pe’l cervello, sin pensare per vero molto prima di scrivere. Credo sia palese, di fatto. Una parte medi anela a un costante aumento d’esse, a modo di testimoniare l’effettivo impegno che m’ho imposto ‘n tale impresa, ove persino ‘l centinaio parrebbe, credo, un qualché di cui andar fiero; l’altra parte di contro brama silente un’interruzione sin preavviso, un lampo nel nulla del cotidiano, una grandinata sul volto che mi farebbe ripartire dall’uno. E credo ch’un lettore eventuale capirebbe lo ch’affibbio alla grandinata metaforica. Quant’anni può ‘l cor mio, trasandato e stolto, attendere ch’un intervento provvidenziale ne coccoli l’ematomi prima ch’esso stesso mi si rivolti contro pretendendo le dovute attenzioni dall’unico individuo che dovrebbe garantirne la sicurezza e l’eccellenza? Par sia questo ‘l vero esperimento che risuona didietro d’ogni numeretto apposto in cima. Par crudele, per vero, al confino coll’autolesione, per dirlo in vero. Oppure, d’altro punto di vista, par anco la sfida finale che debbo superare per vantarmi, un dì ch’ha da venire, della scorza coriacea che s’è andata ad avvolgere di torno del mio organo pulsante proprio grazie a codesto esercizio di resistenza, costanza, reminiscenze; un ventaglio di lame nel petto, insomma. Ma sto divagando ancora. Un quadrante del mio ego didentro si dimanda ove conservare questo fazzoletto di pensieri, un altro mi prega di serrare l’occhi e dimenticare l’universo intero per qualche minuto; un altro vorrebbe continuare a scrivere fino che le mani non rispondano più o l’inchiostro di codesta boccetta sia tutto spalmato sulla carta. L’altre parti che mi parlan didentro il cranio, ancor non le comprendo, ancor paiono solo caciara, soffi di libeccio sin particolare scopo se non lo di scomodare il disagio dello spaesamento. Mi verrebbe di che urlare, ‘sì tanto spesso, macari ritto di mezzo un largo campo umido appena arato, lassato a respirare all’alba, in preda all’appetito dei corvidi, noncuranti de’ fantocci malandati appostati di vedetta. O, per lo che vale, delle mie grida stesse. Di fondo, mi verrebbe di pensare ch’essi penserebbero d’aver trovato solo un ennesimo fantoccio; per vero, uno ch’urla i suoi dolori al nulla del sole nascente ma pur sempre solo un altro fantoccio. [4]


[4] Nota all’entrata #8 - L’entrata si legge a una settimana dall’inizio del diario, e Arthur è ancora nella fase in cui il gesto stesso di scrivere è il soggetto della scrittura. Laddove la #4 si interrogava sul senso di scarabocchiare su un tabulato e la #6 lasciava affiorare il ricordo di Valerie tra un elenco della spesa e un grido notturno, la #8 si pone una domanda che nessuno dei frammenti precedenti aveva ancora formulato: a cosa serve numerare le entrate?

Il frammento si apre con un dato operativo. Arthur ha avuto una mattinata produttiva nelle valli di Overknow, una zona che nel corpus è associata costantemente al lavoro: fabbriche dell’Activa Corp., tragitti inventariali, collaborazioni con le sedi di Alveynn e Lakebird. Nel meriggio deve incontrare i membri del circolo letterario. Il contesto è dunque duplice: lavoro al mattino, vita culturale al pomeriggio. Ma è in mezzo ai due, nella pausa che Arthur conta di concedersi per «una mezzora scarsa», che il testo devia.

Arthur si domanda «fin dove si spingeranno le numerazioni ch’appongo in capo all’entrate di queste paginette». La domanda è apparentemente pratica, quasi contabile. Ma Arthur la traduce immediatamente in conflitto interiore. Una parte di lui vuole che i numeri crescano, perché la crescita «testimonierebbe l’effettivo impegno» e «persino 'l centinaio parrebbe un qualché di cui andar fiero». L’altra parte «brama silente un’interruzione sin preavviso, un lampo nel nulla del cotidiano, una grandinata sul volto che mi farebbe ripartire dall’uno». Il lettore che ha attraversato il corpus sa che i numeri cresceranno ben oltre il centinaio. Ma Arthur, alla #8, non lo sa. Sta soppesando la possibilità di smettere, e la possibilità di smettere prende la forma di una catastrofe desiderata: la grandinata che azzera tutto.

La «grandinata metaforica» viene esplicitata subito dopo, con una lucidità che sorprende in un frammento così precoce. Arthur chiede: «Quant’anni può 'l cor mio, trasandato e stolto, attendere ch’un intervento provvidenziale ne coccoli l’ematomi prima ch’esso stesso mi si rivolti contro pretendendo le dovute attenzioni dall’unico individuo che dovrebbe garantirne la sicurezza e l’eccellenza?» La domanda è rivolta a se stesso e riguarda se stesso: il cuore è maltrattato, coperto di lividi, e l’unica persona che dovrebbe curarlo è Arthur, che invece lo ignora. La numerazione delle entrate diventa, in questa luce, non un esercizio di disciplina ma un «esperimento» che «risuona didietro d’ogni numeretto apposto in cima»: l’esperimento di quanto il cuore possa resistere alla scrittura quotidiana di ciò che lo ferisce. Arthur lo definisce «al confino coll’autolesione» e immediatamente ne rovescia il segno: è anche «la sfida finale», quella che produrrà la «scorza coriacea» intorno al cuore, «un ventaglio di lame nel petto». L’immagine è violenta e al tempo stesso cavalleresca: le lame non uccidono, corazzano.

La seconda metà del frammento è una mappatura delle voci interne. Arthur enumera i «quadranti» del proprio ego, ciascuno con una richiesta diversa: uno vuole sapere dove conservare il foglio, un altro chiede di chiudere gli occhi, un altro vorrebbe scrivere fino allo sfinimento. Le restanti voci sono «caciara, soffi di libeccio sin particolare scopo». Il libeccio è il vento del sudovest, caldo e umido, che nel lessico meteorologico della Britannia Latiromica è associato al disagio e al disorientamento. Arthur non capisce cosa dicano quelle voci, ma le sente.

La chiusa è l’immagine più potente del frammento e una delle più riuscite dell’intero Libro Primo. Arthur vorrebbe urlare «ritto di mezzo un largo campo umido appena arato, lassato a respirare all’alba, in preda all’appetito dei corvidi, noncuranti de’ fantocci malandati appostati di vedetta». Il campo è quello che si prepara per la semina: arato, esposto, vulnerabile. I corvidi ci camminano sopra senza curarsi degli spaventapasseri. E Arthur si identifica non con il contadino, non con il seme, ma con il fantoccio. «Per vero, uno ch’urla i suoi dolori al nulla del sole nascente ma pur sempre solo un altro fantoccio.» Il fantoccio urla, ma nessuno lo distingue dagli altri fantocci. Il grido non cambia la sua condizione: resta piantato nel campo, braccia aperte, senza voce vera, esposto ai corvidi come tutti gli altri. È un’immagine di impotenza totale che Arthur, nella sua consueta oscillazione, non trasforma né in resa né in rivolta. La lascia lì, nel campo, all’alba. E chiude (Solbourne, 1997).