Marco Delrio

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06/07/1923 – #7

Uno de’ motvi che mi tengon lontano e restìo dal traversare i cunicoli ciottolati di Lylcoin è, oltre ‘l poco interesse per l’empori decadenti e piuttosto glabri d’affari, lo strascico nostalgico che pervade ogni passo ‘n qualsivoglia direzione: scoprii ‘l paesino oramai più di quindici anni addietro, durante un mio breve viaggio personale col fine di conoscere di persona la signorina Fleur Birdborn, colla quale aveo stabilito una serie di corrispondenze epistolari di natura giocosa e interessante. Non saprei dire qual sia ‘l motivo ad oggi per cui tenda a evitare di ripiombare ne’ profumi e luoghi di codesto paesino aggrigiato dalla frenesia poiché poche, di fatto, furono l’esperienze negative che spartii con ella durante i tre anni di rapporto che condividemmo; quissà v’è un velo, pur in tale finestra del mio passato, di biasimo ne’ mie’ confronti che inconsciamente non riesco a scrollarmi di dosso. Di fatto, con ella come con tant’altri individui mi son visto lentamente mutare ‘n un essere indifferente, crudele, ostile, sin alcuna ragione razionale se non la noia d’una serie di solitanze prive delle scariche d’eccitazione che m’hanno inizialmente convinto a lanciarmivi didentro. Nell’ultimo anno con ella, già donavo promesse e superficialità a Annie e Madeleine, di poco più prossime al mio d’allora domicilio, più presenti nel mio cotidiano immaturo ma, tuttavia, prive di fondamenta lungimiranti, cosa che solo col senno di poi posso effettivamente ammettere e stabilire. Ancor transito, per caso o fato, lungo alcune viuzze che sanno di Fleur, or che fatico persino a maginarne i contorni del viso e ricordarne la voce. M’arrivò una nuova, qualch’anno addietro, ch’ella oramai era maritata, con uno o due fanciulli di pronto giunti ad allietare il nido coniugale. Mi vedo sorridere ‘sì sovente alle presupposizioni di serenità, per ‘sì dire, normale d’ogni gente che, per poco o per parecchio, ha compagnato ‘l mio crescere meco. Fleur, come quissà già ebbi cennato in precedenza, è un altro mai più che deglutisco a fatica, or che ‘l tempo ha scrostato, perlomeno in me, ogni residuo di colpa e malaffare, ogni fedifraga menzogna e ogni stupida infantilità gettata sin cagione. Tale, tuttavia, so che ‘n può capitare per l’altri con ‘sì tanta apparente facilità com’occorre a me. Ebbene, non importa. V’è un breve tocco cotonato e gentile di Fleur sulle mie guance ogniqualvolta mi vedo pronunciare il nome di ‘sto paesino ‘n qualche frase.[3]


[3] Nota all’entrata #7 - L’entrata è il primo sparso del corpus a funzionare come testo autonomo di lunghezza e coerenza comparabili a un’entrata regolare. Laddove la #4, il primo sparso, era ancora un frammento di sfogo occasionale scritto su un tabulato stropicciato, la #7 è una riflessione compiuta, strutturata attorno a un soggetto preciso: il rapporto con Fleur Birdborn e, attraverso di esso, il rapporto di Arthur con i propri luoghi e le proprie colpe.

Il frammento si apre con un dato topografico che è anche un dato psicologico. Arthur evita le strade di Lylcoin. Il motivo non è pratico, è sentimentale: ogni passo in quella direzione trascina con sé «lo strascico nostalgico» di una scoperta avvenuta «più di quindici anni addietro», quando Arthur raggiunse il paesino per incontrare di persona Fleur Birdborn, con la quale aveva intrattenuto una corrispondenza epistolare. La cronologia colloca l’incontro intorno al 1907 o 1908, un periodo anteriore a qualsiasi altro rapporto documentato nel corpus. Fleur è, cronologicamente, la più remota delle figure femminili nominate nel diario.

Il rapporto durò tre anni. Arthur lo descrive come sostanzialmente privo di esperienze negative, il che rende più significativa la sua ammissione di ciò che lo distrusse: non un conflitto, ma una mutazione interna. «Mi son visto lentamente mutare 'n un essere indifferente, crudele, ostile, sin alcuna ragione razionale se non la noia d’una serie di solitanze prive delle scariche d’eccitazione che m’hanno inizialmente convinto a lanciarmivi didentro.» È una delle autodiagnosi più secche dell’intero Libro Primo. Arthur non accusa Fleur di nulla. Accusa se stesso di aver perso interesse per un rapporto funzionante nel momento in cui l’eccitazione iniziale si è esaurita. E nel farlo, riconosce un pattern che il corpus documenterà ripetutamente: la tendenza a confondere l’innamoramento con l’amore, la novità con il valore, la scarica con il sentimento.

Il passaggio su Annie e Madeleine introduce un elemento di sovrapposizione sentimentale che aggrava il quadro. Già nell’ultimo anno con Fleur, Arthur «donavo promesse e superficialità» ad altre due donne. Non le nomina come amanti, le nomina come destinatarie di attenzioni che avrebbero dovuto restare di Fleur. La #2, scritta quattro giorni prima, aveva già introdotto Madeleine come la donna il cui rapporto si concluse «fra incomprensioni, tumulti, litigi e vergognose illazioni», con Arthur che si assume «la maggior parte de’ biasimi». Il Preambolo conferma la centralità di Madeleine nella geografia sentimentale di Arthur, citandola come uno dei primi nomi che gli viene in mente ripensando al passato. La #7, dunque, non documenta solo la fine di un rapporto con Fleur: documenta l’inizio del meccanismo seriale che porterà Arthur da Madeleine ad Allison, da Allison a Valerie, e da Valerie al vuoto.

La parte centrale del frammento registra l’erosione della memoria. Arthur «fatica persino a maginarne i contorni del viso e ricordarne la voce». Il Preambolo dichiara esplicitamente che Arthur non possiede «una buona memoria pe’ lo ch’ho vissuto 'n carne», e la #7 ne è un’illustrazione precoce. Fleur è diventata un fantasma sensoriale: non c’è più un volto, non c’è più una voce, c’è solo un «tocco cotonato e gentile sulle guance» che Arthur avverte quando pronuncia il nome di Lylcoin. La memoria si è ridotta a una carezza residua, che non appartiene più a una persona ma a un toponimo.

La notizia del matrimonio di Fleur viene accolta con un sorriso che Arthur stesso qualifica come ambiguo: «Mi vedo sorridere 'sì sovente alle presupposizioni di serenità, per 'sì dire, normale d’ogni gente.» Non sa se sorride perché è felice per lei o perché la normalità altrui gli conferma la propria anomalia. La formulazione «serenità, per 'sì dire, normale» contiene già il germe del rapporto conflittuale con la convenzionalità che attraverserà l’intero diario.

La chiusa è dove il frammento raggiunge la sua densità massima. Arthur definisce Fleur «un altro mai più che deglutisco a fatica». L’espressione è brutale nella sua concretezza: il «mai più» non è un pensiero, è un boccone che va giù male. E la concessione finale — «so che 'n può capitare per l’altri con ‘sì tanta apparente facilità com’occorre a me» — rivela la consapevolezza che la propria capacità di archiviare le persone non è normale, non è condivisa, e non è interamente un merito. L’«ebbene, non importa» che segue non convince nemmeno chi lo scrive. E l’ultima immagine — il tocco di Fleur sulle guance ogni volta che Arthur pronuncia il nome del paesino — è la prova che l’archiviazione non è mai completa. Il corpo ricorda ciò che la mente ha sfumato, e lo ricorda attraverso un gesto di tenerezza che Arthur non ha meritato e che tuttavia persiste, cotonato e gentile, al margine di ogni frase che contiene la parola Lylcoin (Solbourne, 1997).