Non ch’io sappia spiegarlo — ché mai seppi, né mi sovvien d’aver tentato — ma v’è un’arte, più scolo che forma, che spira da que’ mattini inerti ove ‘l cucchiaio s’infradicia d’aria, e ‘l pane si slabbra senz’urto. Prim’ancora che la bocca s’impasti, che ‘l vetro disveli, che la fiamma si regoli al minimo, lìvi già ristagna un soffio — e d’esso, a ciglio e clavicola, s’imbeve ogni mio scrivente. Non gesto, né abbrivio: un ribasso. Una resa che precede ogni accenno. D’onde, a ritroso, la penna prende stilicidio, ché le dita non cercano, né trattengono, ché ‘l trattenere è forma, e qui ogni forma s’allenta. Lìvi, in quel breve tremito di stoviglia spenta, prese panno la mia carta. Avulso dal dire, ché ‘l dire è mestiere di chi ha uditori, ma pe’ trascrivere ‘l tremore d’un gesto già stemperato. Non è verso, né brano: è raspo d’un verbo ch’è già mutato. Vi son giorni — ch’ei sovrastano i notabili — in cui l’andare si sfibra tra i cardini e ‘l peltro, e nulla v’è ch’emerga se ‘n per stento. Eppur di que’ stenti mi feci raccolta. Quartine, sì, ma spurie: bastarde di rima e balbuzie, d’accenti spaiati e sillabe che s’appuntano come spine. Fingono struttura, ma son fenditure. Si sorreggon, ‘ncerte, col capo in grembo al fianco altrui, com’ossa ch’ancor reggon pe’ vizio d’equilibrio. Non tema vi cercate, ché di fondo non v’è alcuno – o ‘sì pare. Né vi sia pensiero d’ordito: nulla qui trapassa ‘l tempo per compor tela. V’è ‘l soffio d’un vetro, ‘l ciglio d’un infisso, l’eco cieca d’un nome che ‘n torna se non disfatto. V’è ‘l raschiarsi d’un fondo di caffettiera, v’è ‘l guaito ch’ha smesso d’emetter suono, ma ch’ancor preme — da dentro, con bruma — come se ‘l giorno stesso avesse fallito a sé. Scrissi di ciò che mi rese più nebbia che carne: d’un fornello che dimentica, d’una pianta ch’adorna sin vollia ‘l davanzale, d’un nome storto su d’una cartaccia smarrita. E tutto ciò, in sé, nulla parea. Tutto scorticava per contro. Le quartine quivi sorte son rifiuti d’epifanie stanche, visioni sin clamore. Alcuna vi starà nel petto come un sasso, altre v’appanneranno com’un vetro non vostro. Ma tutte — tutte — van mirando a ‘l medesimo: lo torvo raschiare in fondo all’ore, laddove ‘l tempo s’invela ma non cede.
Non s’intitolò niuna — ché titolarsi è già segregarsi, già poggiarsi su ‘l banco dove l’altrui occhio dispone, dove ‘l lemma, più che spora, vuol farsi gonfalone, e quivi, cada verso, raspo, caglia lessicale si sporse pe’ decubito, invece di mostra. Che porvi nome è già scalzo d’assenso, è già imbellettare ‘l guasto che quivi, di contro, v’ebbe culto. Ogni una delle quartine non volle statuto né fascia né preambolo, ché ‘l titolare, quand’anche sussurrato, inchioda: chiude d’alto ciò ch’ebbe solo margine d’avanzo, residuo di scuro, spasmo non nato. Né ‘l contarle, pe’ cifra, valse ad affibbiar crisma: ché ‘l numero, nel suo stesso disfarsi, mentì d’essere somma. E dunque giacciono, sin pressura né sigillo, qual stoviglie molli d’un desco che ‘n fu apparecchiato, ma sorse per stillìo di fame già disfatta. Leggerle ‘n fila è errore. Cercarvi senso, scarto. Titolarle di proprio, empietà. Ché già basta ‘l crederle scritte per dire che non si son lassate esalare. E voi, ché v’ostinate, ché v’aggrappate al cartiglio, all’insegna, alla chiosa — che v’illude? Che ‘l tetrametro, per aversi, debba prestarsi? Non v’è qui nome, né principio, né leggenda: v’è solo il raso d’una foggia che piute ‘n si tiene, d’una saliva che s’incolla all’interno del foglio. Ogni incipio boldo, se pur fu tentato, già venne sputato dal foglio stesso. E ‘l foglio, ché resistette, vi si lasciò scorticare solo sin cader nell’anonimìa del rantolo. Perché nominarle, se ‘l verbo stesso qui s’è fatto cera? Sgorgan da nodulo, da sbavatura, da gomito linguato che più non si retrae, ché ‘l lemma, quando vien via, non reca sintomo né selce, solo riporto di laringe in spasmo. Nessun alfabeto ch’abbia voluto reggersi, ché ‘l peso che vibra s’incaglia tra faringe d’inchiostro e valva d’ugola fonica, straccia sé stesso nel solo tentare. E se vi fu verbo, s’aggruma. E se vi fu sonanza, vacilla. Nella scorza delle frasi s’infiltra ‘l salso, la piaga, la remora d’un dire che s’apre solo per rinuncia. Vocale accennata che s’appunta, senza vibrare, tra nervo e cartilagine, sillaba fessa che gratta ma non fora. Nessuna lingua scelse di venire: vi si trovò impiastrata, colla punta slargata a fenditura. I lemmi, intrisi, si sollevano a frusta, si ripiegano per ipertrofia, si slabbrano nel margine d’un codice non più coniugabile. Le frasi, ormai prive di presa, si riducono a stoffa gastrica: smangiucchiano il foglio sin farne polpa. Ogni ricamo lessicale perde goccio, si dissecca, s’inverdisce nel bordo, par scritto da tremore in trappola. L’idioma sputa interpunzioni digerite, frantuma i lacci del senso per intumescenza. E sotto l’intercapedine, là ove taluni cercan dizionario, s’avverte solo la muffa. E brancicavano ‘n pendenza d’accapo. Ogni rigaggio che tentava giacenza, già si lacerava in crosta fonica, ché ‘l reggersi parea carico d’un’altalena zoppicante al mirarla: nessun capo, nessuna piega. Le frasi, se tracciate, venian subito assunte da pieghe alterne, come spole sfiancate che ancora fingono tessuto per rimanenza di moto. D’in sotto, più che trama, v’era raggrumo. Ogni quartina si stagnava per contatto d’infossamento, scroscio ineguale, accapo privo di domicilio, sin residenza. S’agganciavano tra loro per insistita vibrazione di detriti — non nessi, non andamenti, ma urti laterali di fonemi rimasti aperti. Quel che pare svolgersi, già si distacca per infiammazione. Quel che pare ritorno, si contrae in graffito da sovrascrittura intestinale. Nessuna pagina volle reggere il passo d’un’altra: s’inarcarono a cuspidi sfasate, come stanze fuse da condensa. Neppure ‘l ciglio d’un tetrametro conservava memoria del vicino. La sequenza, fingendo schiera, serbava solo l’odore delle chiazze. Ogni convergenza si sfondava per accumulo, e l’accumulo per esito privo d’intento. A leggere, s’inzuppano i margini. A rincorrere, si cede. Il libro stesso, sfogliato, ripugna ‘l dito che spera indirizzo: si spezza in crostoli, si sfoglia in petecchie da miscopio. Quel che resta, per chi crede d’aver compreso, non è traccia — è rifiuto del comprendere stesso, nella forma d’un muciglio che gronda per sbaglio – lo che scaturì da ghiaia infrattata, da porzione non detta d’una cervice disfibrata, ché tra il petroso d’un diallelo cardiaco e la mollezza sfuggita di palato retroverso si raccogliea uno scarto senza clamori, residuato di tronco senz’adito né frase. Nessuna nuca a cui far risalire ‘l muggito, nessuna scaglia che potesse valere per firma o condotto. Solo torselli muscati, inframmezzi di reflussi fonolessici, come volessero fibrillarsi in alveo e restare. Né per riconoscersi, ché ‘l riconoscere pretende specola, e qui ogni vetro esala da piombo e caligine, sin gualdrappa. Venia innanzi da groppe, da glossole, da abbozzi di mesentere verbale, si contorceva tra giunture non somatiche, irruento nel ruotare per assenza, col tendine scucito d’ogni funzione. A sfogliarne i detriti non vi si trova centro, né plesso, né abbozzo di fonte: solo un trabeccio stinto, un ghieramento di strìa, un incavo scapolare dove più nulla prende sussistenza. Eppure pende, grava, trasuda. Il lettore, se tende l’ugola, se piega la sillaba, s’accorge d’aver calcato callo d’altrui, ché ciò ch’insiste non è persona né segno, ma rigetto mucoso d’una fonazione difunta. Invece della pronuncia, l’ictus; invece della postura, il ricurvo senza sacro; invece del gesto, un iperoftalmo in ritrazione, che non chiama ma reclude. Nessuna istanza, nessuna soglia che tremi d’identità: si gorgoglia per escrescenza, si disfama tra i margini come peluria in eccesso. Tutto ‘l senso d’un sé scivola in baraglio: un’escrescenza non supposta, uno stecco di cartilagine priva di nervo, che ancora vibra per assuefazione al vuoto. Didentro, nel frusto che si gualciva tra le righe, nessuna indicazione, nessuna apposizione, nessun carico semantico da reggere in panno o polpa. Solo digrignamento. Solo sfregola d’un’ancia che più non tocca ‘l foro. La pelle che le rivestiva, se pelle fu, parea tessuto molesto: reciso da ago cieco, da forbice tarlata, ché ‘l taglio, quand’anche tentato, non distingueva nervo da strozzatura. Si legge, a tratti, l’intento di chi fruga tra i fiati, come se vi fosse sostrato, filanda, urto. Ma l’urto, ché si dà, viene da lesina mentale, da spranga lessiva. Mai si raccorda, mai si prolunga. Tutto resta nell’inviluppo di colatura cruda, come taglio fra le vesti d’una lingua non propria. Un qualché pulsa, ma quissà solo per adesione. Qualcosa resta, ma resta per inflessione recidiva. Nessuna orbita vi si compie, ché l’orbita richiede trave, e ogni trave qui si squama in corpi molli. Chi cerca d’evincere, qui s’imbatte: s’imbatte in garbuglio d’uggia, in moncone d’intenzione, in sfumato di gesso che non lascia calco, ma rovina. E chi s’attarda su l’occorrenza, su ‘l groviglio supposto, si trova tra fucine smorzate, tra ferri lasciati trafiggere, tra membra di lessico già votate a deperimento volontario.
Accade, talvolta, che si pigli — d’impatto o da schivata — un addome scoperto d’idea, un principio d’articolazione semantica, un grumo quasi percettibile: ma si sfianca. La parola stessa che pare voler significare, più non si svincola dal suo stesso borborigmo. Nessun disegno interno, nessuna giustificazione intertestuale. Le fibre s’anastomizzano per collasso, mai per architettura. E nell’ultimo crampo di fonema, quando pare che qualcosa si stia forse per comporre, già si frattura: non per scarto, ma per reticenza d’organo.
Nessun oggetto vi si offre. Nessun campo. Nessuna selce centrale. Tutto deriva da fuoristrato, da digressione abortiva, da labbro che vorrebbe sporgere ma resta in mascella. Ogni frammento, ogni lembo, ogni raspatura di frase che qui stilla non reca argomento: reca stanchezza d’essere inciso. E là dove qualcuno creda, sin peripatetico slancio, di raccapezzare — si trova sotto ’l calcagno solo l’ultima secchezza del pensiero: quella che geme, ma non si capisce da dove o perché mai.
Quomo cand’ululi sin voce,
Le nocche viola ai fianchi,
Guigni stretti, esgardo truce,
L’ira slacrima d’occhi stanchi.
Ogni alba, il farsi novi è tanto
Co’n fato destrier fiero e franco,
Sì che cangio qual serpe 'n campo
E rivolgo io s’il mondo è stanco.
Infine accetto 'l palese nulla, il “mai”
Ch’urli 'ncora, che scrivo, che penso
E finalmente ha un senso, sai?
Ha senso quest’assenza di senso.
Quell’assioma che d’un digiuno_affiora
Colla mano che ‘n saputo stendere
E comincio, infin, davvero, ad_ora
A ser lo che sempre volli essere.
Non vissi ogniddì insieme, in fondo,
Come fosse l’ultimo, unico o sublime,
Ed or mi danno a passar ogni giorno
Come fosse il primo dopo la fine.
S’alza la mane fra i bui fugaci,
Laddove il chetare diviene canto,
Alme di cartapesta sulle braci,
Divino ch’or deficita l’incanto.
Dall’aloni d’ozio piccicati alle finestre
Scruto ‘l ligio sfuggir delle genti foreste
E in ogni viso ch’appare ai crocicchi
Vo’ pittandoci sopra i tuoi occhi.
Il guardo ammezzato sbircia fuor dell’appannata
Scrutando l’angolo donde in fretta ne uscivi
E mi dimando inutilmente se la notte passata
Anch’io t’ho compagnato mentre dormivi.
M’accadeva d’inciderlo sul banco
Fuor del senno di poi ch’or vanto,
Or che son solo con chiunque fianco,
Or che son solo ‘l tuo mancato fianco.
Oltr’alle molte obbligazioni,
D’altro viso del muginare,
Poscia liriche e tenzoni,
V’è ‘l me che vedesti affogare.
Ricordami odiando i miei folli discorsi
Ch’odio soltanto quel ch’ora non siamo.
Ma tu che ne sai de’ mie’ occhi
Quando parlo all’altri di quel ch’eravamo.
Ne’ sognar ancora, tuo amar distratta,
Fronte a speme e d’una vita un pedagnolo;
Fors-è ch’andasti via troppo ‘n fretta;
Fors(e) ‘nvece ch’ancor non mi lasci solo.
Ricordo ‘ncor tutto tranne ‘l pianto
E ‘n solo risi e grazie or ì sto fermo
‘N un dì come fossi ‘ncor accanto
E come accanto resti_in eterno.
Tornerò anch’io dal me_errabondo
A offrirti li spazi tra tutt’i mie’ appunti
E siedi, allora, quinnanzi che conto
Novelle de lo che bramammo giunti.
Giungemi ‘n que’ grigi dì di festa
‘N cui è svago cianciar dell’andato
E m’estasia ‘l ver dello che poco basta
A ser chi volli ch’io sia sempre stato.
Setti lìvi, mi par fianco della nuca,
Omertosa ‘n tulle pervinca,
A mirarmi timonar la feluca
Della tua solita assenza stanca.
Ti vidi stamane, ridente,
Allo specchio cui ciarlavo.
Resti l’assenza più presente
E il cruore che bisognavo.
Qui ad ambir que’ mali, pene, risi, guai
Che lassasti meco ‘n questi corridoi
Ma già ve’ che ‘n t’aspetto più, oramai,
Ch’ora, ‘n vero, per vero, attendo solo noi.
Scivola ‘l sogno col cremisi distante
E sfuma quel bacio ‘n nuove mattine
Ma mi contento di spartir quell’istante
Di beato infinito, una cosa sola infine.
Come t’avessi ‘ncor tra le mani, pe’ i fianchi,
‘N ogni vana poesiola ch’invento all’aurora
Ma co’ fogli dinnanzi che paiono gianchi
M’accorgo che vo’ solo ricalcandoti ‘ncora.
A metà. ‘N ogni fare, ‘n ogni riso gaio,
‘N ogni schiaffo che mi debbo dare,
In questo soqquadro ch’è ‘l ginepraio
Del saper di doverti lasciar andare.
Balugina, in tra ‘l livore e ‘l tin di disìo,
La speme ch’iva ‘ngombrando le stanze
Sin discerner la differenza tra lo svanir mio
E ‘l tuo sfumare d’assenze e lontananze.
Mane di baci ingelati in le brine
Mane che zuppa pe’ bui claudica
E tu tal qual questa pioggina fine
Che, sin rumore, in fondo m’infradicia.
Fu la mia scelta migliore, per te, finora,
Mentirti e costringerti a un addio
E prego. Prego che tu non m’ami ancora
Com’ogniddì continuo ad amarti_io.
Briciole cremisi sfoglian del tetto
E una pioggina par cheta gocciolare
Ed ì colpitone sulle gote, dopotutto,
So ch’è inutile e inevitabile l’aspettare.
Chi sa qual sia ‘l senso dell’anno scorso
Ov’ì non passai giorno sin vederti fianco
Ché colle lune spiovean male e rimorso
E or resta ‘l petricore e’l canto d’un culbianco.
Un altro mattino un po’ più scuro
Per lo che sbircio_oltre le tende
E ‘n dì com’oi, ma reine, par ‘sì duro
Saper ch’è già finito ‘l per sempre.
Restan sparsi sul giallo ripiego
L’avanzi del gommino arancione
Ch’ogniddì sin pensare sfrego
Cancellando un poco ‘l tuo nome.
Quiete, solo quiete, silenzio e luce
D’una tremolante e austera lanterna
Or che non rammento più la tua voce
Ma solo ‘l quanto m’uccide sentirla.
Passeo d’ora ‘n per l’oscura stiva
Coll’arie prese ormai istintive
Poiché s’il rammentarti arriva
Mi scordo pur di come si vive.
Spiovon stagioni ‘n un sol frangente
‘N mescla di fili, poi arazzi, poi telai
Fra ‘l terrore e’l sentore d’un sempre
Ove, per vero, creo non svanirà mai.
Ogniddì par lo ch’attendo ormai da sempre
Quan lamelle di fin inverno van sbiadendo
E marzo e i mesi paion ser novi settembre
Ed ì le vite teco, serenamente, or invento.
…Ed ogniddì che càpita ‘n cui sin frette
Porrìa almanaccar di tutto lo che vollio:
D’altre vite, sciatterie, follie o favolette
Ecco, lì, vi sei sol tu, tra la man e il foglio.
Questa di marzo par una mane estiva
Fra l’afa e fresco mesclati nell’androne
E ti ricordi quand’anche ‘l mondo finiva
Nel sudore spietato sotto il piumone?
Infine, stremato da quest’insulsi bilici,
Scrivo lo ch’avrei voluto mi dicessi tu:
Perché mai dovrei smetter di viverci
Solo perché non ci vivremo mai più?
Qual come a scuola del buio dell’ultimo banco
Ch’incidevo di noi col coltello sul banco
Or che grandina_ancora sul mio ombrello stanco
E una pagina vuota sa di te anche nel bianco.
Quissà cogito ‘ncor troppo a lo ch’ho detto
E ch’hai sentito eppur per vero mai ascoltato
E quissà fu tutto un poco troppo perfetto
Pe’ finire com’entrambi aveam sempre sognato.
Vorrìa dirti ch’ì son stanco ‘n fine
D’aver di che ciarlar ‘sì affranto
Eppur palèsasi ‘na d’le mattine
D’un dì_(o)ve mi marcerai di fianco.
Sorridendomi d’un vaporoso riflesso,
‘l tuo volto sbiadisce crudele e taciturno
E sciocco, io, che m’accorgo solo adesso
Che ‘n fondo già mi rispondi ogni giorno.
Vi son que’ dì, quell’attimi sparuti, ovvero,
Ch’ì vorrìa solo bandirti d’ogni mio capogiro
E ‘n que’ momenti, poi, ove tento per vero
S’artiglia ‘ncor troppa speme ‘n ogni sospiro.
Didentro le pieghuzze d’un cogitar penato
Veo ‘l fumoso profilo filzar i mie’ occhi aperti
E te che marci sul confine sbiadito tracciato
Fra la superba lussuria e ‘l vero dannato volerti.
Fuggi e torni, d’un memorar gaio fin uno tetro,
Un poco come ‘l meteo di tal altra stagione
E “Passerà”, mi ridico fronte l’occhi nel vetro
E se ‘n passerà, chessìa, giacché aveo ragione.
Anch’oi cerco que’ termini, impuri o casti,
O le parole che dicesti a cui talvolta penso
Ma scorrendo col dito ‘l glossario che mi lassasti
Vo’ scoprendo che ‘sì tante non han più senso.
Pure ne’ bei giorni, pur in quel pago riuscire,
Quan di lo che fu resta solo un accordo,
Pur nel soqquadro di torno, nel cheto dormire,
Tutto finisce. Tutto tranne il ricordo.
Ci pensi mai ch’ancor giaccio casi desto
Cada mane al trillo dell’alba sul guanciale
A maginar lo ch’avemmo e avemmo perso
E a quanto amor sprecato v’è ‘n questo male?
Cigolan l’ossi e celeri si scavan le gote
Ed ì colle pile di rime ‘n mano rimango
E le recchie su lo che fuor attutito s’ode
Ma par l’eco d’un pianto ‘sì pur io piango.
Capita perfino ch’ì finisco a confessarmi
Che mi capita di detestarmi davvero
Pe’ le catene ch’ancor sento legarmi
Allo splendor perfetto che mai vivremo.
Chessìa ‘l pendolo tra senno ed ebbrezza
O la rorida rugiada ancor fresca ‘n viso
Ma m’è ‘sì agrodolce or la consapevolezza
Ch’oi saresti l’unica cagione del mio sorriso.
Tutto questo, questi i colli e ‘l verde
Oltre l’oblatura del mio migrar greve,
E tutte le piogge ‘n queste valli aperte,
‘Sì tanto avrei voluto scoprirle insieme.
V’è un luogo ov’anche questa bufera spiove,
Ove a zonzo moviamo tenendoci le palme;
V’è ‘n luogo, chi sa come, quando e dove,
Ov’insieme già stiamo, trecciati nell’alme.
Vorrei mentirmi_ancora ‘n un’ennesima promessa
E scriver che dimani_irò a scriver d’altri mali
Pur sapendo ch’ogni mane torna_a ser la stessa,
Pur sapendo ch’ogni mane, ‘n ogni male, rimani.
Impregni ‘l silente sgocciolar de’ giorni
Ch’or mi compagna inerte e crudele
Da questa piana brulla di sotto a stormi
Di rammarichi che san di spezie e fiele.
‘Sì sfuggi e torni e di torno saggio rabbioso
L’ultime cagioni sane ch’ì ‘ncor cullo ‘n grembo
Fin col sano corpo sparso a terra esploso
‘N un giocolar di vizi, uisge e grigio nembo.
E fors’ogniddì financo tu m’elidi un poco
E un poco_ancora quissà pur ì ti rimuovo
E pur s’in vero a rimirarlo ti par un giuoco,
Nell’etere eterno tenterò giocar di nuovo.
Setto colle spemi crociate sulle lancette
Ch’oi san di noi e di qualch’anno andato
E l’ingresso ‘n un bisbiglio m’ammette
Ch’è più tristo sin il tuo passar delicato.
Narran le membra mie delle macerie fumanti
Donde fuggisti ‘n tempo un’ultima volta
Ed ì affezionato ai ciottoli, i roveti e_i pianti
‘Ncor ne discorro, ‘n un’altra rima stolta.
E sì, so che ‘n la rammenti bene come me,
Quella mane d’aprile, le sette e trentatrè,
Che fu l’alba del tutto, fra i “ma” e_i “se”,
Quando ‘l guardo mio s’appoggiò su te.
Qui_oi v’è ‘n poco d’la bonaccia inconsueta
Ch’anelo e, di contro, pare pure che temo;
Sarà che la foschia or balbetta sconsolata,
Sarà ch’ho ‘mparato a usar la mano a remo.
Soffice il riverbero del contar sottovoce
Il tempo ch’impiega ‘l caffè a sortir nero
E di là ch’attendi sopita spersa in la pece
D’un idillio che ‘n sta_accadendo davvero.
Codesto bisbiglio ch’ancor non comprendo
Par null’altro ch’un altro contorno sciapo
E mal cubettato in cui i rebbi, mesto, affondo
Qual fossero i teneri lati del mio capo.
Ivo scrivendo meco della solita cantilena
E m’ebbi d’ammetter che di larga parte
L’unico stolto ‘ncor di nostalgia ‘n pena
È quel cumulo di ricordi ch’or son arte.
Qualch’arcigno temporale di troppo, ormai,
Va compagnando ‘l tedio d’ogni_impiccio
E le solite menzogne ‘n metrica ch’adesso sai
Distinguere tra lo ch’ancor su carta pasticcio.
D’un alveo smussato, di tant’in quando,
Van rivolando via pur quelle convinzioni
Ch’in nubi o soli han sopportato ‘l pianto
E, ‘sì ‘nfine, paion nove e intonse emozioni.
Dello stesso foro par di poco bramar d’irsi
Pur il dì ch’in fondo sin ammetter attendo,
Quel meriggio che rammenti d’odi sparsi
Ch’or saprei porgerti come volei, stupendo.
Sfumi nell’esile dissiparsi dello smog
Che sbuffo ‘n un grugnire tediato
Fra ‘l caffè bruciato e un merlot
Che mischio nel bicchiere venato.
E se a brandelli trascinassi fuori da questa casa
Un frammento di noi, giorno dopo giorno,
Scapperebbero anche le nubi che qui sopra
Tentennano commosse ‘n attesa d’un ritorno?
Oi par volontaria l’emicrania ch’ivi torna
Nel dì di tre anni dopo ‘n la stessa mattina
‘N cui ti magino nel palloncino ch’adorna
Ancor oi ogni mia stupida inutile rima.
Sarà più solitanza che la di fatto ispirazione
‘L mio banale sproloquio ‘n quartine scadenti
Sempre e solo su me, te ed ogni mio errore
Ch’al poggiar la penna già mi batte fra i denti.
Vuolsi ch’ormai vivo lo che ‘n stato
‘N risme di liriche, china e rimpianti
Ma mi promisi di lassare ‘l passato
O un tin d’esso ‘n ogni dì qui_innanzi.
‘N ogni crepuscolo affogato di lagrime di cielo
Vo’ sentendo ‘l tuo tornar discreto affianco
E ‘sì silenti col naso contro ‘l vetro, infine, cedo
E com’il cielo lagrimo sull’ombra a me accanto.
Malsane le solitanze, le chiare e la brina,
Ma sane l’epifanie che d’esse derivano
E sfrigolano i denti trattenendo le grida
Sebbene poi didentro le grida mi deridano.
Quant’altre confessioni debbo_obbligare
Per convincere ‘l muro davanti, nessun altro,
Che le nove stagioni saran silenti e amare
Nel convivere col muro davanti, e null’altro.
Cada sputo violento sulle vite gelide
Par almanaccare dello ch’il noi fu
Vuolsi pe’l tintinnìo imprevedibile
O pe’ una melodia che ‘n rammento più.
Verrà ‘l dì ch’avrò di che gioire
Della negligenza e l’ozio, nevvero,
Una mane stritto ‘n le spire
D’un’aspide sin core nero.
Giano, un volto t’affido
Ch’ho solo ‘l dinnanzi qui
Ed or mi scote ed ì rido,
Nell’ultimo dì dell’ultimi dì.
Par ch’ì mi dressi or di senno e gioia
Ed ebbro_ormai scrocio i magri arti
E sì, erro errando ma ‘sì meno mi da noia
Ch’ancor sto apprendendo come scordarti.
Bagliori tenui son palesatisi de’ dedali
Che l’ultimi anni ho mutato in ostello
E il buio passisce come ‘l grappolo di petali
Ch’ancor pende dall’appannate del tinello.
Vecchi stornelli fiochi memoran l’intrico
Di due vite ch’or non sono che resti;
Ti persi ‘l dì ch’imparai a serti amico
E mi perdesti ‘l momento tu smettesti.
Forse ch’in fondo ‘n so ben scriver d’altro
Che ‘n sia ‘l roveto d’amor e veleno
Ch’ancor scorgo inciso a foco sull’arto;
Or il gotto è mezzo pieno – almeno.
Un picco gianco vacuo e scarno,
Ei furon e tu resti, ch’ho ‘che fare?
Ché và ch’or và l’ì che di torno
Gira ‘ncora come girava iore.
Capita ch’in testa giunti torniamo
E ‘n (un) dì solo vivo l’anni che ‘n verranno;
Scrollomi di dosso, poi, l’amaro vano
Ché restan vite che ‘n resteranno.
Vo’ del timorato fin al giocondo
E d’un Natale a un settembre.
Ch’ho di che temere, ‘n fondo,
Se m’alleno a morir da sempre?
Par ch’il viaggio ‘n posi pe’ valli e scese,
Di contro ‘l mese corso di nembi cremisi,
Ma le palme_ancora su pei fianchi estese
Mi rammentan le mie parole. E di crederci.
Sdondolan sovente i dì, tra uno d’odio intriso
E ‘l pastello echeggiare dell’acri rimpianti
Ma ne verrà uno ch’al rileggermi ‘n vedrò ‘l tuo viso,
Ché m’è ‘sì semplice ormai rammentar di scordarti.
D’uopo s’ha fatto d’apprender e canoscere
L’occhi ei contorni del vecchio che mirami
Dillà dello specchio, fra l’astio e ‘l ridere,
Quissà ‘n più belli, quissà più apatici.
Mìranomi l’occhi del crepato specchio
Didietro aspre pozzanghere nero pece
Or ch’abbisogno del lor duro schiaffo
Che vien per dolere e sana tutto ‘nvece.
Chessìa de’ vini, l’anni, del venticello lene,
O d’un’altra vita che dell’acque non affiora,
Ella, sappi, avrà di che tornare, bàdisi bene,
E lassa che l’amor perduto ti rubi qualch’ora.
Bramo anch’ì l’infiniti, ed in fine eccoli,
In cada scritto c’or più t’appartiene,
Morali e schiaffi d’in tra tomi e libercoli,
Mortali lagrime, voleo_odiarle insieme.
Riva com’ogniddì il fiocare rosso
Ch’ha il di lei l’occhi, fin le movenze
E_ogni guardo che trafugo o piovo indosso
Fiora nove le d’ella pannate rimanescenze.
Carezzavo, oi, d’in tra ‘l braccio e ‘l polso,
E pensavo lieto appena al fato nostro
E ch’anche l’ultimo fiato mio un giorno
S’inchinerà all’eterno tuo inchiostro.
S’ha mostratami l’ora ‘n suo’ sagomi
Ov’ho di che mutar oltre ch’il nome
Ch’or va un terzo del presente datomi
Speso stracco da figurante istrione.
Io pur bramo d’esser d’aria come l’aria
Ch’intorno spira, ser un solo, tutto e pieno,
Sì, pur bramo issar la vista, or placa e gaia
E aver dinnanzi nulla che ‘l ciel più sereno.
La campana chiamò quatt’ore in la sera,
E coll’urli ‘l cuor mio perdette battiti,
Ma ancor spreco rime sittato ‘n lo ch’era,
E solo sto, fatto d’erri, memorie e lividi.
Meco brandelli d’un ito feroce
E innanzi le fauci de’ dì sconosciuti,
Gocciolo cremisi con un filo di voce
Retto dai mie’ deboli angeli canuti.
Or che destomi sin detestare la realtà
Paionmi_ingombranti l’altri ‘n stanza:
L’oblio e ‘l suo buio pungolano sin pietà
E ho smarrito l’antidoti dell’ignoranza.
Oi strillò pur il giacinto ch’ho colto
D’un campo fuor zona, brullo e smunto
Ove vaga il solitario orgoglio stolto
Del mio fingermi vecchio sin esser adulto.
T’animi ancora, pur se non t’afferro,
E ‘ncor ti sento, in tutto ciò che vibra
Ma par ch’un’altra beffa, agra e d’erro,
M’avvolga, e a stento il suol mi s’equilibra.
Mite ‘l tepore mi spinge fuor pian piano
Dal pioggino soave di malinconie ottuse,
Mentr’ ì litigo coi cappotti e invano
Vo’ amando ‘l caffè che ribolle sin scuse.
Abbruna il pane ch’ho_obliato la rotella,
E la bruma striscia i vetri, piana e lieve,
Parlo a nessuno pe’ ‘n po’, come per stella,
E m’accade ‘ncore, sai, ch’un nome non si beve.
Borbotta ‘n fondo ‘l tram, dietro ‘l lagrimìo d’asfalto,
S’apre la sporta a mezzo d’una rampa sghemba,
E fra ‘l vapore ch’emana dal posto ch’assalto
Trovomi ‘l fantasma delle tue cure di scempia gemma.
Si desta ‘l caffè fra tintinni e nuove cadute,
E io fin fingo ch’il vetro regga la veduta,
Vo’ rimestando ‘l mio nome tra ‘l fondo e le spute,
E mi dimando s’il cielo ha ancor tinte da paruta.
Gelida la panca, lorde le colombe, o peggio,
Arabica e macchie, un vocabolo cieco,
E se pur tra le tasche m’avanza un fregio,
Ei non basta a sbiancar la quiete ch’annego.
Smarco su ciottoli frusti tra ‘l viluppo di viti,
Lascio briciole, sì, ma fan stilla di vena,
E ‘l suo fruscìo calcami l’ossa ne’ molti giri,
E no — non so o 'n voglio disfarmi di tal pena.
Lenta la serpe ferrigna, e ‘l fumido sa d’atrio spoglio,
Vo’ con ‘l guarnel che pesa d’un silenzio sin scoglio,
Scema la lastra, sotto cupola d’ocra or disfatta,
Ed ogni miglio m’aduggia l’eco d’un’orma già sguarnatta.
L’infisso traspira, ‘l cielo par pece fonda,
Trasalano i colombi, ‘l coperchio si sprofonda,
Raggelo vo’ in sogno, ma sogno in divenire,
E strizzo l’occhi a stento, sin ch’ella voglia impallidire.
Il seggiolo scricchia, là dov’apprendea ‘l volo,
Il confine sfianca, la traccia s’è sfatta.
Veggo ancor lo zoccolo, presso l’antro a colo,
E l’urlo del gioco, or morto, m’attacca.
Sedea ove posasti la tazza smunta,
Ancor tonda l’impronta, fievola, stinta,
Polvere 'n giostra com’eco che spunta,
Quand’ogni suono s’ammuta e s’estinta.
Scatta ‘l pendìolo più greve ch’or pria,
Gracchia ‘l tavolato a mente disfatta,
Calcami ‘l vano, riguardo la via,
E pur aspetto, ché bussar non tratta.
Crepavano i rami, sudando resìna,
E ‘l gambo stillava da zolla consunta,
Spigava la mane tra mota e ravìna,
Che parve, al core, l’aurora disgiunta.
Li vegghiai favellar, senz’eco di labbro,
E le voci lor parean scrosci sfibrati,
Sorbii ‘l té, forse per sete, forse per sbaglio,
E ‘l tepore venne, senz’aver nomi dati.
Risfila l’andazzo, sfiata ‘l d’ella spiro,
Tra ciarle sfrangiate d’un tempo guasto,
Siedo sull’intonso d’un quadrello vampiro,
Che fu casa e disfatta, che fu nido e contrasto.
Giunge d’in vetrame un dì sin scrupolo
Ove ‘l piglio vien da fiacca in vece che d’osso,
E m’avvio tra ‘n canniccio frusto e ‘n tubercolo,
Su ‘l greppo che tu, ‘nvece, ‘n hai mai tosso.