Introduzione (VIII)
Non ch’io sappia spiegarlo — ché mai seppi, né mi sovvien d’aver tentato — ma v’è un’arte, più scolo che forma, che spira da que’ mattini inerti ove ‘l cucchiaio s’infradicia d’aria, e ‘l pane si slabbra senz’urto. Prim’ancora che la bocca s’impasti, che ‘l vetro disveli, che la fiamma si regoli al minimo, lìvi già ristagna un soffio — e d’esso, a ciglio e clavicola, s’imbeve ogni mio scrivente. Non gesto, né abbrivio: un ribasso. Una resa che precede ogni accenno. D’onde, a ritroso, la penna prende stilicidio, ché le dita non cercano, né trattengono, ché ‘l trattenere è forma, e qui ogni forma s’allenta. Lìvi, in quel breve tremito di stoviglia spenta, prese panno la mia carta. Avulso dal dire, ché ‘l dire è mestiere di chi ha uditori, ma pe’ trascrivere ‘l tremore d’un gesto già stemperato. Non è verso, né brano: è raspo d’un verbo ch’è già mutato. Vi son giorni — ch’ei sovrastano i notabili — in cui l’andare si sfibra tra i cardini e ‘l peltro, e nulla v’è ch’emerga se ‘n per stento. Eppur di que’ stenti mi feci raccolta. Quartine, sì, ma spurie: bastarde di rima e balbuzie, d’accenti spaiati e sillabe che s’appuntano come spine. Fingono struttura, ma son fenditure. Si sorreggon, ‘ncerte, col capo in grembo al fianco altrui, com’ossa ch’ancor reggon pe’ vizio d’equilibrio. Non tema vi cercate, ché di fondo non v’è alcuno – o ‘sì pare. Né vi sia pensiero d’ordito: nulla qui trapassa ‘l tempo per compor tela. V’è ‘l soffio d’un vetro, ‘l ciglio d’un infisso, l’eco cieca d’un nome che ‘n torna se non disfatto. V’è ‘l raschiarsi d’un fondo di caffettiera, v’è ‘l guaito ch’ha smesso d’emetter suono, ma ch’ancor preme — da dentro, con bruma — come se ‘l giorno stesso avesse fallito a sé. Scrissi di ciò che mi rese più nebbia che carne: d’un fornello che dimentica, d’una pianta ch’adorna sin vollia ‘l davanzale, d’un nome storto su d’una cartaccia smarrita. E tutto ciò, in sé, nulla parea. Tutto scorticava per contro. Le quartine quivi sorte son rifiuti d’epifanie stanche, visioni sin clamore. Alcuna vi starà nel petto come un sasso, altre v’appanneranno com’un vetro non vostro. Ma tutte — tutte — van mirando a ‘l medesimo: lo torvo raschiare in fondo all’ore, laddove ‘l tempo s’invela ma non cede.
Non s’intitolò niuna — ché titolarsi è già segregarsi, già poggiarsi su ‘l banco dove l’altrui occhio dispone, dove ‘l lemma, più che spora, vuol farsi gonfalone, e quivi, cada verso, raspo, caglia lessicale si sporse pe’ decubito, invece di mostra. Che porvi nome è già scalzo d’assenso, è già imbellettare ‘l guasto che quivi, di contro, v’ebbe culto. Ogni una delle quartine non volle statuto né fascia né preambolo, ché ‘l titolare, quand’anche sussurrato, inchioda: chiude d’alto ciò ch’ebbe solo margine d’avanzo, residuo di scuro, spasmo non nato. Né ‘l contarle, pe’ cifra, valse ad affibbiar crisma: ché ‘l numero, nel suo stesso disfarsi, mentì d’essere somma. E dunque giacciono, sin pressura né sigillo, qual stoviglie molli d’un desco che ‘n fu apparecchiato, ma sorse per stillìo di fame già disfatta. Leggerle ‘n fila è errore. Cercarvi senso, scarto. Titolarle di proprio, empietà. Ché già basta ‘l crederle scritte per dire che non si son lassate esalare. E voi, ché v’ostinate, ché v’aggrappate al cartiglio, all’insegna, alla chiosa — che v’illude? Che ‘l tetrametro, per aversi, debba prestarsi? Non v’è qui nome, né principio, né leggenda: v’è solo il raso d’una foggia che piute ‘n si tiene, d’una saliva che s’incolla all’interno del foglio. Ogni incipio boldo, se pur fu tentato, già venne sputato dal foglio stesso. E ‘l foglio, ché resistette, vi si lasciò scorticare solo sin cader nell’anonimìa del rantolo. Perché nominarle, se ‘l verbo stesso qui s’è fatto cera? Sgorgan da nodulo, da sbavatura, da gomito linguato che più non si retrae, ché ‘l lemma, quando vien via, non reca sintomo né selce, solo riporto di laringe in spasmo. Nessun alfabeto ch’abbia voluto reggersi, ché ‘l peso che vibra s’incaglia tra faringe d’inchiostro e valva d’ugola fonica, straccia sé stesso nel solo tentare. E se vi fu verbo, s’aggruma. E se vi fu sonanza, vacilla. Nella scorza delle frasi s’infiltra ‘l salso, la piaga, la remora d’un dire che s’apre solo per rinuncia. Vocale accennata che s’appunta, senza vibrare, tra nervo e cartilagine, sillaba fessa che gratta ma non fora. Nessuna lingua scelse di venire: vi si trovò impiastrata, colla punta slargata a fenditura. I lemmi, intrisi, si sollevano a frusta, si ripiegano per ipertrofia, si slabbrano nel margine d’un codice non più coniugabile. Le frasi, ormai prive di presa, si riducono a stoffa gastrica: smangiucchiano il foglio sin farne polpa. Ogni ricamo lessicale perde goccio, si dissecca, s’inverdisce nel bordo, par scritto da tremore in trappola. L’idioma sputa interpunzioni digerite, frantuma i lacci del senso per intumescenza. E sotto l’intercapedine, là ove taluni cercan dizionario, s’avverte solo la muffa. E brancicavano ‘n pendenza d’accapo. Ogni rigaggio che tentava giacenza, già si lacerava in crosta fonica, ché ‘l reggersi parea carico d’un’altalena zoppicante al mirarla: nessun capo, nessuna piega. Le frasi, se tracciate, venian subito assunte da pieghe alterne, come spole sfiancate che ancora fingono tessuto per rimanenza di moto. D’in sotto, più che trama, v’era raggrumo. Ogni quartina si stagnava per contatto d’infossamento, scroscio ineguale, accapo privo di domicilio, sin residenza. S’agganciavano tra loro per insistita vibrazione di detriti — non nessi, non andamenti, ma urti laterali di fonemi rimasti aperti. Quel che pare svolgersi, già si distacca per infiammazione. Quel che pare ritorno, si contrae in graffito da sovrascrittura intestinale. Nessuna pagina volle reggere il passo d’un’altra: s’inarcarono a cuspidi sfasate, come stanze fuse da condensa. Neppure ‘l ciglio d’un tetrametro conservava memoria del vicino. La sequenza, fingendo schiera, serbava solo l’odore delle chiazze. Ogni convergenza si sfondava per accumulo, e l’accumulo per esito privo d’intento. A leggere, s’inzuppano i margini. A rincorrere, si cede. Il libro stesso, sfogliato, ripugna ‘l dito che spera indirizzo: si spezza in crostoli, si sfoglia in petecchie da miscopio. Quel che resta, per chi crede d’aver compreso, non è traccia — è rifiuto del comprendere stesso, nella forma d’un muciglio che gronda per sbaglio – lo che scaturì da ghiaia infrattata, da porzione non detta d’una cervice disfibrata, ché tra il petroso d’un diallelo cardiaco e la mollezza sfuggita di palato retroverso si raccogliea uno scarto senza clamori, residuato di tronco senz’adito né frase. Nessuna nuca a cui far risalire ‘l muggito, nessuna scaglia che potesse valere per firma o condotto. Solo torselli muscati, inframmezzi di reflussi fonolessici, come volessero fibrillarsi in alveo e restare. Né per riconoscersi, ché ‘l riconoscere pretende specola, e qui ogni vetro esala da piombo e caligine, sin gualdrappa. Venia innanzi da groppe, da glossole, da abbozzi di mesentere verbale, si contorceva tra giunture non somatiche, irruento nel ruotare per assenza, col tendine scucito d’ogni funzione. A sfogliarne i detriti non vi si trova centro, né plesso, né abbozzo di fonte: solo un trabeccio stinto, un ghieramento di strìa, un incavo scapolare dove più nulla prende sussistenza. Eppure pende, grava, trasuda. Il lettore, se tende l’ugola, se piega la sillaba, s’accorge d’aver calcato callo d’altrui, ché ciò ch’insiste non è persona né segno, ma rigetto mucoso d’una fonazione difunta. Invece della pronuncia, l’ictus; invece della postura, il ricurvo senza sacro; invece del gesto, un iperoftalmo in ritrazione, che non chiama ma reclude. Nessuna istanza, nessuna soglia che tremi d’identità: si gorgoglia per escrescenza, si disfama tra i margini come peluria in eccesso. Tutto ‘l senso d’un sé scivola in baraglio: un’escrescenza non supposta, uno stecco di cartilagine priva di nervo, che ancora vibra per assuefazione al vuoto. Didentro, nel frusto che si gualciva tra le righe, nessuna indicazione, nessuna apposizione, nessun carico semantico da reggere in panno o polpa. Solo digrignamento. Solo sfregola d’un’ancia che più non tocca ‘l foro. La pelle che le rivestiva, se pelle fu, parea tessuto molesto: reciso da ago cieco, da forbice tarlata, ché ‘l taglio, quand’anche tentato, non distingueva nervo da strozzatura. Si legge, a tratti, l’intento di chi fruga tra i fiati, come se vi fosse sostrato, filanda, urto. Ma l’urto, ché si dà, viene da lesina mentale, da spranga lessiva. Mai si raccorda, mai si prolunga. Tutto resta nell’inviluppo di colatura cruda, come taglio fra le vesti d’una lingua non propria. Un qualché pulsa, ma quissà solo per adesione. Qualcosa resta, ma resta per inflessione recidiva. Nessuna orbita vi si compie, ché l’orbita richiede trave, e ogni trave qui si squama in corpi molli. Chi cerca d’evincere, qui s’imbatte: s’imbatte in garbuglio d’uggia, in moncone d’intenzione, in sfumato di gesso che non lascia calco, ma rovina. E chi s’attarda su l’occorrenza, su ‘l groviglio supposto, si trova tra fucine smorzate, tra ferri lasciati trafiggere, tra membra di lessico già votate a deperimento volontario.
Accade, talvolta, che si pigli — d’impatto o da schivata — un addome scoperto d’idea, un principio d’articolazione semantica, un grumo quasi percettibile: ma si sfianca. La parola stessa che pare voler significare, più non si svincola dal suo stesso borborigmo. Nessun disegno interno, nessuna giustificazione intertestuale. Le fibre s’anastomizzano per collasso, mai per architettura. E nell’ultimo crampo di fonema, quando pare che qualcosa si stia forse per comporre, già si frattura: non per scarto, ma per reticenza d’organo.
Nessun oggetto vi si offre. Nessun campo. Nessuna selce centrale. Tutto deriva da fuoristrato, da digressione abortiva, da labbro che vorrebbe sporgere ma resta in mascella. Ogni frammento, ogni lembo, ogni raspatura di frase che qui stilla non reca argomento: reca stanchezza d’essere inciso. E là dove qualcuno creda, sin peripatetico slancio, di raccapezzare — si trova sotto ’l calcagno solo l’ultima secchezza del pensiero: quella che geme, ma non si capisce da dove o perché mai.