E tutti i fondi del caffè? Ancora caldi e pressati nel filtro della moka. E lo sgretolarsi dei mozziconi di sigaretta, a migliaia nelle buche del marciapiede. Chi dimentica gli ombrelli rotti, lasciati sopra i cespugli, e chi, nel fondo di tasche bagnate, arrovella fra le dita certe briciole di ricordi, foto spiegazzate e pastelli; un guizzo, l’ombra sulla pozzanghera? Forse del piccione, adesso ben aggrappato al cornicione scalcinato, che sporge un po’ il becco per guardare il formicaio in mezzo alla piazza, si direbbe che osservi con rabbia, e qualcuno là sotto direbbe: con invidia? No, forse con paura? Magari non è sicuro di volare bene. Oppure con rimorso? Nostalgia? Se non fosse per nessuna di queste ragioni, ma tutte quante fuse insieme, se non guardasse davvero gli esseri che camminano, ma il loro camminare. Lo scivolare via, inquieto, tra le buche e le pietre aguzze di rimorsi, di colpe, di errori che non si possono più livellare col terreno.
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Maree Oniriche
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Vanno via tutti, mi siedo sul tenue
Sorriso che nonostante vesto
Chiedendomi se son desto
M’alzo, volo, cado e resto
Con foglie di carta essiccate al sole
Di quell’ultimo mese d’inverno
Dal quale rubo umore e parole
Fredde per descrivere l’inferno
Che qui passeggio come aiuole
A passo lento e quasi fermo
Per non calpestar le viole
Seminate con speme e ritegno.
Sorprendimi e fingi di amarmi,
Restare in piedi e posare le armi,
Restare fermo alle urla d’allarmi
Stringere i pugni, imparare ad alzarmi
Come nei tanti film di cui parli,
Quelli in cui piangi e speri che guardi
Forse ché anche se mostri riguardi
Vorresti solo star ad abbracciarmi,
Forse ché sono uno dei tanti:
Cinico, solo e con troppi rimpianti,
Forse è la folla lassù dagli spalti
Che come colla s’attacca agli accordi
E sbaglio con classe e vivo di stenti,
Mi risveglio in classe tra gli studenti,
Nel banco di fondo coi ripetenti
E il santo di turno che passa gli appunti
Su come si vive dopo i vent’anni,
Ci si divide senza contar danni
E mi bocceranno ché non vado avanti
Senza un favore dagli insegnanti
Ché passano gli anni e vivo d’affanni
E sanno che so che non saprei impegnarmi
E forse è più vero di quanto capisca,
Quando mi coniugo solo al presente,
Sbirciare i nomi della sua lista
E saper che la vita mi rimanda a settembre.
La testa pesante, sul corpo sospesa
A festa addobbata, in trepida attesa
Sta mesta appoggiata al vetro gelato
E sembra distante, io fermo e spaesato.
Ti aspetto da ore, il cappotto mi scalda,
Nel petto il fragore di uomini a caccia
E invento parole, la mente rimbalza
Sul vetro ora al sole, e fermo la stanza.
Le mani mie tremano, volti assonnati
Tra i cani che tirano, gli occhi abbassati
Dal vetro gelato sulla piazza de’ caduti
Se arrivi si chiudono, gli occhi miei stanchi.
Lividi e macchie, di botte e caffè,
Ti vidi in macchina intorno alle tre,
Girasti gli occhi e compresi allor che
Mi basta l’idea che conservo di te.
Aspetto dal pozzo la notte di pioggia,
Nel petto si ammazzano i cani di caccia
E al vetro mi piazzo, la vita s’affaccia,
Portando rispetto, alla gente giù in piazza.
Rimane soltanto il ricordo del giorno,
Del pane raffermo nascosto nel forno,
M’assale il rimpianto confuso tra stormi
Di lacrime amare su cui ti soffermi
E mi vesto di nero, lo sguardo più assente,
E sono sincero riguardo al presente
Se dico che vedo tra tutta la gente
Lo sguardo tuo serio scappare distante.
Lancette tonanti sul mio comodino
E ricette letali con semi di lino,
Con quanti discorsi parlammo del niente
A tutta la folla che ancora non sente
E mi vesto di male, se parlo ti spegni,
Tra mille zanzare, coriandoli e ragni,
E forse ora leggi quello che scrivo.
Se fossi rimasta sarei ancor vivo.
Anna sognava d’esser diversa
E aver qualcosa per cui gridare,
Rinchiusa nella casa al mare
A pitturarsi sulla testa.
Anna voleva vedere il sale
Lasciare i segni sulla finestra
E trascinar la mano destra
Sopra il segno del suo respirare.
Anna sapeva quanto costa
Avere un sogno troppo grande
Ed un cassetto di mutande
Troppo bianche per la festa
E conosceva bene il vanto
Di chi ripete tutto Dante
Ma arrossiva coi cantanti
Che parlavan dell’incanto
Delle donne come Anna, o quasi,
Perse sotto un temporale
Stese ferme ad aspettare
Un cavaliere con giuste frasi.
Anna non temeva il male
Se il male metteva le basi
Per qualcosa di migliore, fasi
Di stabilità mentale.
Anna sognava un nuovo domani
E aver qualcosa da custodire,
Una vita intera da capire
Una vita scritta con le mani.
Ricomincio dalle ceneri ancor calde
Di un fallimento prevedibile,
Le speranze un po’ meno salde
E le risposte un po’ più satiriche.
Sono nato per perdere, per fingere
Che vada bene, che non sia stupido
Ma che sappia trovar conforto nel ridere.
Sai ch’ogni classifica necessita l’ultimo.
Si, son io, sempre io, teso
A ricercar ragioni e colpe,
Ad indagar su chi possa aver preso
Il mio trono dorato nel golpe.
Ricomincio dal fondo ancor macchiato
Degli errori che a fiotti scappano,
Il morale appena ammaccato,
Le speranze che di nuovo esplodono.
Fu una sera come troppe ormai,
Lasciai
Il lavandino pieno ancora
Per un’ora
Prima di affondar nel pile.
Lo sai,
Da quando son solo è la storia
Di noia
Di sempre: tu da qualcuno,
Un nessuno
Migliore, con meno parole.
Ci vuole
Più di uno sguardo bruno
E cupo
Per conquistar il tuo sapore.
Dolore
Sia, allora, dannata sera,
Mera
Monatta tra strade e pensieri.
Se ieri
Parevi messaggera
Ora
Sembri mille boia austeri.
T’osservo crescere
Più forte di quanto non sia mai stato io
Che sorretto soltanto da pane e illusioni
Ho da offrirti soltanto monologhi noiosi.
Anche fossi la stella tra i migliori professori
Non t’insegnerei mai a dire addio
Ché sei già più importante di quanto
Non sia mai stato io,
Anzi, non sia mai stato Dio.
Allento la camicia per pensare
Come se potessi quasi scegliere
Univoche conversazioni meno amare
Con paranoie che non so spegnere.
Almeno l’inchiostro può calmare
Tutti i mari, per un’ora, con l’odore
Di mandorle tostate e sale;
Quasi ne sento tra le guance il sapore.
Opaco e freddo il tavolo sa stare
Tra la testa e il pavimento,
Forse l’unica cosa ch’evita al morale
Di crollare a terra spento.
Sono ancora le stesse canzoni
Che incidevamo sui banchi di scuola
A farci credere più maturi e buoni
E pieni di scopo, forse anche gioia
Ma sentirle ora, dopo eoni
Dall’ultimo metro della mia suola
Verso il cancello e il mondo fuori,
Mi si contorce lo stomaco, uccide
Più lentamente del tuo tabacco.
Vorrei ancora condivider le ferite,
Almeno un giorno, sul tuo terrazzo,
Un’ultima volta, come da piccoli
Quando ci sentivamo grandi
Mentre grandi non saremmo mai
Ché grandi vengon solo i tormenti
E le conseguenze, e già lo sai.
E chissà dove appoggi il bicchiere
Ora che hai cambiato casa,
Ora che ancora ti posso vedere
Dalla finestra della mia stanza.
Con le mani in tasca vado
Carezzando tutti i muri
Ché non m’evitano loro
E san celar i mie’ segreti.
Lasciata la cortesia
Nell’armadio delle sciarpe
E chino scivolando via
Voglio consumar le scarpe.
Bianco il marmo non risponde
Alle domande che mi pongo,
Nella ghiaia si confonde
Ed un saluto serio porgo
Mentre muovo le mie gambe
In una piazza troppo grigia
Ché in inverno è troppo grande,
A luglio sta in una valigia.
E lì un vecchio amico adesso
Vende frutta e pomodori
E non mi parla più del sesso
Della sera prima fuori
Ma le mani tagliuzzate
Dal maestrale e il compensato
San discorrere di Schumann
Come un dì fosse passato.
Quanta gente qui non passa,
Quanta non lo vuole fare,
Fissiam fuor dalla finestra,
Un tizio passa con il cane
E quanto volevam un tempo
Un dì scappare da ‘sto posto
E ora io non me la sento
E tu mi dici “Io non posso”.
Striscio verso il fiume secco
Ché non piove da due mesi,
S’alza un grave battibecco
Tra una sciura e quattro preti.
Io li scanso a orecchie basse
E scendo sull’acciottolato.
Bisticciavano su tasse,
Moralismi e triumvirato.
Qui da giovane correvo,
Il fiume aveva ancora l’acqua,
Un troppo timido sentiero,
Odore di sterco di vacca.
Io, altri, forse siam dieci
Che sappiamo quanto manca
Quella tanfa n’le narici,
Quella scura acqua stanca.
Attendo un ordine dal cielo
Per un paio di minuti,
Sposto un masso e mi ci siedo
E conto gli anni ormai fuggiti.
Quanto costa far tesoro
Delle cose più piccine.
Quanto poi ti senti solo
Dopo mille e più mattine.
Tra le crepe un geco dorme
E la parietaria ostile
Gioca sopra le mie ombre,
Sporca il mio meditare.
E mi sono perso dentro
Ai ricordi, un buio grumo,
Lento accarezzo il filtro
E sparisco dietro il fumo.
Conto i passi fino al marmo
E canto una canzone in prosa
E forse sono un po’ più calmo,
Un po’ più vecchio e torno a casa.
Senza sonno preparo il divano,
Sulla guancia calcata una mano,
Sulla pancia appoggiato il cuscino
E fiabe di noia mi stringono piano
Ma la luna l’attendo un po’ invano
Mentre il sole sarà ormai lontano,
Sogni e fede rinchiusi in un vano
E un bicchiere di vino ancor pieno
E mi chiedo se non sia malsano
Parlare di Dio ma citando il Corano
Tra un quadro di Klimt e un busto di Giano
Ché ora odio l’aria che respiravamo
E lo canto schiacciando l’avorio del piano.
Ma stare da soli qui dentro fa strano
E sarà l’odore del tuo vecchio profumo
Che intriso tra i fogli mi sembra più amaro.
Ho cento canzoni per dir che t’amavo
Eppure vorrei mi vedessi più sano
Non molto. So, intanto, che stai a Milano
O forse a Canberra o forse sul Nilo;
La Terra mi pare soltanto un puntino.
Ti voglio cercare ma sono già andato
E grido allo specchio, al riflesso di un uomo
Che né io né te conoscevamo.
Sbadiglio, la mente si ferma, fa scalo,
Chissà, forse è più comodo il suolo
Per il rottame che son diventato.
Aveva di nuovo ragione mio nonno.
E vado di nuovo a dormir senza sonno.
Perdi le ore su un altro mio errore,
Mi accorgo di te dal mio freddo balcone
Ché tutto da ieri ha già perso calore
Ma, sai, rimaniamo le stesse persone.
Come diventa più facile odiarsi
Dopo i millenni passati ad amare,
Forse sarà che siam solo più stanchi
Dell’unica cosa per cui vale lottare.
Perdo le ore su un altro canale,
Ti accorgi di me dal silenzio tombale
Che avvolge i tuoi passi e il tuo cellulare
Ma, sai, rimaniamo le stesse persone:
Io un solito e instabile scarso poeta
Con tasche di rime e di fiabe;
Tu anima candida e cheta
A cui continuo a far troppo male.
Il formicaio urla di mattina,
Sembrava presto dal mio cornicione.
Il professore osserva la formalina
Abbracciare un bulbo oculare
Poi lo vedo scender lento le scale
Con risme di carta in mano.
Da quassù vedo le strade
Del formicaio, ingorgo disumano.
Dalla spessa finestra di un piano
Due uomini spenti sul parquet:
Una macchia cremisi sul divano
E due ancor fumanti caffè.
Il formicaio si sporca di nero
E lo fisso un po’ triste, poi penso
Se sia lecito giudicarmi severo
A giudicarmi migliore
Ma son pur sempre un piccione.
Sara, che cambia un altro anno ancora
Dopo tutti quelli che hai già preso?
M’hai reso diverso, un’altra persona
Ma forse qualcuno che temo
E parlo del niente con mille discorsi
Vivendo un presente di lieti ricordi,
Di te che m’ignori e io non molto meno,
La coda dell’occhio ti stringe la mano.
Pioveva a settembre, di nuovo, da sempre
Anche sotto l’ombrello che ho rotto nel vento
Eppure m’ha fatto più male un istante
Con te che fin troppi anni in buio silenzio.
Sara, che cambia se ora non parlo
Se cambio nazione o se cambio la faccia?
Sara, come mi levo da dentro il tarlo?
Sara, che vuoi che io faccia?
Sì, è strano, fa buio alle quattro,
Ti stringi sul tè avvolta in un vizio,
Il fumo sugli occhi del gatto,
Io, in tuta che accenno un comizio;
Tu non m’ascolti ma senti
Quanto da un mese e qualcosa
Restiamo insieme ma sempre distanti,
Io le spine, tu la rosa.
Sì, è strano, ancor buio alle quattro
E ti stringi su me e sopra un “no”,
Io fumo e mi perdo sul tetto,
Tu dentro ai tuoi album retrò
E io non ascolto ma sento
Quanto da dopo stasera
Saremo un soffio nel vento,
Niente mai più come era.
Come le onde sul caffè giro a vuoto
Filosofando a tempo perso sul mondano
Tra la mia vecchia agenda in cuoio
E muri di carta e poliuretano.
Non basta una fiamma a fare un fuoco
E non un diluvio per fare un lago.
A volte mi sento in gabbia, un topo
Che sogna d’essere animale raro
E forse in gabbia starei comunque
Con l’illusione di esser speciale
Come le mie poesie senza un dunque
Perché forse non c’è da spiegare.
Cadono anche i rami in questo mese
Che trascorro tra sbarre d’ori e pani,
La chiave nascosta tra le pieghe
Di pagine e rime tutte troppo uguali.
Ho divelto lo sterno per prendere aria.
Al preambolo muore il poeta di turno
Sebbene il pianissimo ora non varia:
L’orchestra si scalda e s’illumina a giorno,
Ripeto il copione, sbagliando le frasi,
Risponde il teatro battendo le mani,
Da dietro le quinte sguinzagliano i cani
E sono già carne per stampa e scrittori.
Divento diverso, di versi non campo.
All’epilogo vogliono un corpo in un campo
Sebbene mi vestano bianco da santo
Rimango tra i vermi e pannelli di amianto.
Mi scordo il copione, improvviso da capo,
Risponde il teatro alzandosi in piedi,
Dal palco una freccia di luce, poi parlo
“La vita ti supera quando ti siedi.”
Ho stropicciato gli angoli delle scarpe
Per tornare un altro giorno
Sui miei passi
E fare finta di sapere
Come rimediare agli errori.
Le polaroid di questo istante
Le tengo chiuse in forno
In attesa che passi
L’inverno crudele
E non congeli i miei ricordi.
Ti conservo, comunque, nell’alone sul muro
Di quando alla festa fin troppo hai bevuto
E la china era un grumo nella tua mano
E un segno sotto il mio poster di Castro.
Ma sono solo pensieri di vita che muore
Che dici ho troppo timore di dimenticare.
Mi è così facile isolarmi per la rabbia
Che a volte non parlo giorni interi.
Ho messo il fossato anche al castello di sabbia
E spero che piova sui castelli vicini.
Che poi, nemmeno io so perché sto male
A volte, sarà solo un’ossessione?
Sono anche un fastidio da guardare,
Le nocche biancastre dalla frustrazione.
Credevo che scrivere avesse uno scopo
Che non sia la mera modestia svanita
Ma lasciar pareri, paesaggi, una foto
Di vita vissuta, amata e tradita.
Credevo che il tempo passasse più lento
Eppure a trent’anni mi stringo al cuscino
A fingere ancor di non essere stanco,
A parlare col buio, aspettare il mattino.
Eppure siamo la privilegiata gente
Che ancora parla persino in rima
Il cui tormento o sconfitta più grande
E’ il mal di testa alla mattina.
Eppure abbiamo tutto e niente
Oltre alle dieci casse d’Aspirina
E digrigniamo i denti, sempre,
Persino contro la postina.
Mi è così facile isolarmi ormai
Che a volte non parlo con me stesso
Ed il peggiore dei miei guai
A volte è soltanto l’uomo nello specchio.
E gira la stanza dal tappeto
E il mondo è fermo anche stasera
Ad osservarmi, stupido e inquieto
Mentre bestemmio alla luna piena.
La tempia alla portiera pulsa
E il tempo questa sera passa
Più lento, ho la pittura in tasca
E un pennello, ho già nera la testa:
Confondiamoci, ti prego, con la notte,
Non ho voglia di pensare ai tuoi domani
Ma di ridere e pisciare sui lampioni
Coi barboni che minacciano le botte.
Sono anni che non scappi dal tuo letto
E troppi altri che non fumi uno spinello,
Sono anni che mi tieni zitto in stallo
E che mi preghi “Almeno oggi fai l’adulto!”
Ma che cambia se ti porto via una sera
Se domani ti rituffi negli armadi?
Dubbia sui Cavalli, sugli Armani,
Non ti accorgi manco della primavera.
Ti parlavo dei decenni della vita,
Quella vera, con una bandana in fronte
E qualche insulto da gridare troppo forte
In faccia a stronzi come noi ma in divisa.
M’insegnavi dei poeti più felici
Anche se in fondo forse non ne conoscevi
Ma era facile arrossire stando in piedi
Ore immerso in quello che ora non dici.
Confondiamoci col nulla per due ore
E poi ti lascio ritornare sul ciliegio
Levigato dal tuo braccio e dall’impiego
Senza anima che ti ha dato tuo padre.
Forse, anzi davvero, lo sapevo già da casa
Che oltre me anche il tuo senno stai perdendo,
Io che t’amavo sopra ogni altra cosa,
Dopo dieci anni mi sa ch’ora io m’arrendo.
Oggi non ho vissuto, cara,
Ho speso il tempo con la gola
Che m’ha trascinato ancora
Sotto casa tua, a vaneggiare.
Ho un aeroporto interno di cera
E so che non sei più sola
Ma perdonami stasera
Se ho l’impulso di gridare
Anche se già l’aliante plana
E dalle ali colla cola,
Il tuo respiro come bora,
Non so più dove atterrare.
Oggi ho fallito ancora, spara,
Ché ho un aliante che non vola
Ma se a caso ti rincuora
Ho una tua foto sopra il cuore.
Siamo a sei passi dal mare più sporco,
Immaginando la neve d’ottobre,
Una petroliera al largo del porto,
Su tutti i balconi danzan bandiere.
E forse mi manca affacciarmi sul grigio
Di mura sporcate dai bus e dal sale,
Da quelle persiane che sanno di fumo
Su cui me ne stavo a guardarti dormire.
Avevo vent’anni, di vizi e cervello
E tu qualche in meno ma non lo dicevi
Ma già mi pentivo di dirti è più bello
Il mondo da quando con me camminavi.
Se avessi modo ancora adesso
Di prenderti a parte e confessare:
Sì, è vero che il mondo non era lo stesso
Ma, amore, l’avevi già reso peggiore.
M’urta sempre quando parti,
Quando so che tutti i dubbi
Che riporto sui diari
Sono stupidi ed inutili.
A te basta un giorno appena
A ricordarmelo giocando
O quando dormi sulla schiena
E io ti guardo e non ti parlo.
Scorre ignaro il tuo vagone
Del forziere che trasporta
E passo un mese e una stagione
A ricercare la tua porta
Ché niente neanche è colpa tua
Eppur ti biasimo talvolta
Quasi per ipocondria
Temo sempre qualche svolta
E mi dimostri poi il contrario
E sdrammatizzo nello specchio
Col diploma onorario
Di folle rimesso in sesto.
Quanti giorni passeranno
Tra il cortile e la mansarda,
Io che canto del mio affanno
A gente che nemmeno guarda.
Quanti versi ancora scrivo
Senza aver niente da dire
E quel che devo non lo dico
Oppur non voglio sentire.
Sono anni che t’aspetto
Eppure eri già arrivata.
Il mio problema l’ho corretto:
Ora la posso chiamar vita.
La stanza ha i muri storti
E sotto il peso di un respiro
Si chiude sopra i morti
Stesi ad aspettar un destino
Che già li ha traditi una volta
Quando, fuorviati dalle promesse,
Han varcato ignari una soglia
Ov’oltre attese non son concesse.
Il piede nudo arranca nel suono
Di ossa e polvere bisbigliante.
Insetti neri nel sottosuolo
E muffa alle pareti un tempo bianche.
Al fondo un altare d’oro e sangue
Spicca fiero dalla pila di corpi
La quale sussurra ora senza lingue
E l’avverto avvicinarsi ai polsi
Sì che mi fiondo sul bancone
E afferro un candelabro ebreo,
Sullo sfondo si sveglia un adone
Di marmo, dal volto di Perseo.
Striscio il bordo dell’altare e vado
Verso il largo, dietro l’organo
Eppure in bocca si squaglia il fato
Appena vedo i morti che seguono
E corro, lento, le cosce piombate
E il corpo un àncora sull’altare
Sbattuto da quell’adone più forte
Che su di me sento ansimare.
Cala il frastuono del silenzio
E poi la scarna folla ruggisce;
Mi coprono il corpo di anice e assenzio
E una lama precipita, il sogno svanisce.
Che senso ha dividersi
Se i bivi fino a ieri non c’erano?
Se neanche i muri sono limiti,
Se ciò che manca è solo il fegato
Di saltar la parte di fiume
Più larga senza il timore
Di bagnarsi le scarpe o il costume
Di Carnevale che indossi da ottobre.
Dalla vecchia stazione dei treni
Ti aspetto, all’uscita dalla tua
Scorciatoia che ancora prendi
Come quando scappavamo dalla polizia;
Dalla dedica che t’ho fatto a penna
Sull’annuncio pubblicitario sbiadito
Delle gomme gusto fragola e panna
Che non abbiamo mai comprato.
La chiglia lacerata sugli scogli
Beve sale, pesci e catene.
Il mio forziere di talleri e sogni
Si adagia, malconcio, sul fondo del mare.
L’ignoro, il timone ora fa da barca
Mentre tutti gli atolli son lontani
E ho perso un remo e una scarpa,
Stringo i denti e fatico le mani.
L’oceano che brilla di rosso si apre
E mi inghiotte lasciandomi asciutto
Ma l’acque mi pungon come spade
E m’aggrappo a un albero rotto
In attesa di un’onda improvvisa,
Titanica, se un dio esiste,
Che mi sbatta sulla prossima riva
Anche lasciando le membra esauste.
Con la schiuma intorno agli occhi
Creo contorni d’ombra e pianti
E due figure dai contorni sporchi
Dopo un giorno m’afferrano i fianchi;
Uno è colui che non sono mai stato,
Onesto e impavido anni addietro,
L’altro magari un me invecchiato,
Le mani magre, pupille di vetro.
M’arriva l’aria nel petto di nuovo,
Le dita che anelano il vecchio timone,
Poi apro gli occhi, mi muovo
Di scatto, le gambe di marmo in terrore.
Uno mi scruta, mi veste di bianco
E l’altro l’addocchia seduto su un sasso
Con l’anima pacata sul mare, stanco,
M’indica poco più avanti un fosso.
Devo morire, di nuovo, nevvero
Per poi ritornare appena migliore.
Il giovane ascolta, accende un cero,
Il vecchio affila una debole scure.
La spiaggia mi parla scrosciando,
Restiamo in silenzio, non penso
Mi alzo, poi stiamo già andando
Ai bordi del fosso, io cerco un senso.
Il gruppo si fonde, il sole mi brucia
La mano che stringe sul legno,
Mi chiedo perché per forza con l’ascia
Se neanche del manico son degno.
Ma dal bosco appare un’aurora
E perdo l’arma, cedo all’inchino.
Prende forma una signora
Di pelle chiara e capello corvino.
Mi parla con bocca serrata
Di cose che so ma che non conosco
E torno a guardarla, a me prostrata
Ora, m’avvicino, tremo e m’accosto
A cercar uno sguardo suo amico
Che spieghi risposte e vele
Sperando che l’isola ove son finito
Non sia la cornice del pozzo del male.
Il volto suo s’accenna piano
Ma all’altezza del mio fissare
Tutto vien nero, una fitta allo sterno
Mi stringe in ginocchio a imprecare.
Quel senso di vuoto alle spalle
Fa perder dal masso l’appiglio
E un tuono, l’urlo di un folle
Dipingo nel buio e mi sveglio.
Il letto ancor madido e caldo
E tu che riposi, non qui vicino,
Ti cerco nell’etere, m’alzo
E decido d’aspettar mattino
Sul bordo del mondo che già ti cantavo
A vent’anni o qualcosa di meno,
Quando volevo viver di svago
E’l bicchiere sempre mezzo pieno.
Ma come sempre le leggi fisiche
Mi fan scartar le idee illogiche
Così parlo di noi solo nelle mie liriche
E tu parli di noi nelle maree oniriche.
Dicono che non sono solo,
Siamo mille bastardi,
Uno dei tanti senza il talento
Per fare i miliardi.
Dicono che non sei un poeta
Se non usi Twitter
E vedo che non è più una meta
Saper discorrere di Schopenhauer.
Se ti rinchiudi come me
In una conchiglia d’arroganza
A vomitar papier-mâché
E quattro accordi di canzone
Avremo sere come questa,
Birra bianca e supponenza
E qualche inesperta
Ed effimera illusione.
Dicono che alla fine
La laurea non serva a niente
Se non hai il cognome
Di una casata importante.
Dicono che ormai tutto
Stia andando a puttane
Eppure scioperano in lutto
Sul divano, in mutande.
Se ti rinchiudi come me
In una conchiglia d’arroganza
A bestemmiar col vin brulè
Senza sentirmi il più coglione
Avremo sere come questa
Senza un dio o una credenza
Ma solo briciole di carta
E troppa ragione.
E non mi serve Kurt Cobain
O un manoscritto di Baudelaire
Per dipingere
La rabbia dentro me
Perché arrivo a fine mese
Risparmiando sul caffè
E mi dicono di non piangere
Ché sembro gay.
Cosa vuoi che sia?
Ho solo appeso ritagli di giornale
Intorno alla fotografia
Di noi sorpresi da un temporale
In un giorno di follia,
Quando non mi volevi male
Scappando dall’esame d’economia
Per ripassare lingue sulle scale
Di casa mia.
Ricordi che te n’ho parlato già
Delle complicazioni implicite
Che sottindende la gravità
Trattando dei voli pindarici
Quando non ascoltavi mai
E come un monaco buddista
Ammiravi il mio bonsai
Dalla chioma dadaista?
Eppure io non m’adiravo
Ché era tanto averti in casa
E t’accorgevi che pensavo
Al tuo vestito da sposa.
Tra i lembi crepuscolari
Ti mostravo fiero il fiume
Districarsi tra i binari
D’alghe marce e di bitume
E tu lo guardavi affranta
Un po’ gelosa, un po’ stupita
Della mia vita spenta
Da pantafolaio eremita.
Sai che non l’ho mai capito
Come umano amatoriale
Che anche se parlo forbito
Non smetto d’esser asociale
Ma forse siamo più opposti
Di quelli che s’attraggono,
Dovremmo star nascosti
In una cella del pentagono
Ché non le conto più
Le rime che t’ho scritto
Affogando nel tiramisù
Sul bordo del mio letto
Dove lasciasti la vestaglia
Intrisa di un blu leggero;
La brezza a volte la sfoglia
Come frecce su un cimiero.
Chissà se posso, poi, mancarti
Ora che il trolley t’accompagna
Dentro tutti gli aeroporti,
Dall’Australia alla Spagna.
Chissà dove devo incidere
Le parole che comunque
Non saprei nemmeno scrivere
Ma che scriverei ovunque
Tanto è oltre che palese
Ormai a ogni mio lettore
Ch’anche senza dir il paese
Ti verrebbe a cercare
Per pietà o empatia,
Forse più per compassione
Ma tra duemila una poesia
Nemmeno parla del tuo nome.
E non ho più il bonsai nel vaso,
A dirla tutta neanche il balcone:
Il conto in banca m’ha persuaso
A una breve epurazione.
Ho comunque il tuo sorriso
Dipinto ai bordi delle ciglia.
Giallastro di fumo e narciso,
La dodicesima meraviglia.
E tiro avanti, il giorno inizia
Sempre bestemmiando alla mattina
Poi gomme alla liquirizia
E cerotti alla nicotina
Ché son debole, lo sai bene
Da prima che me ne accorgessi,
Amo l’odor del cherosene
E gongolare nei successi,
Schivo il dialogo coi grandi
E le responsabilità
Come compiere gli anni
E mostrare umiltà.
Ammetti che m’amasti infine
Quando già m’ero stancato
Delle tue grigie parigine
E del tuo viso immacolato.
Era sempre colpa mia, sì,
Lo sapevo lì all’istante
Ma aspettare di abbracciarsi
Mi lasciava dolorante
E forse eri troppo lenta
E io correvo come un matto,
Tu ancora alle fondamenta,
Io a fumare sopra il tetto.
Chi lo dice poi che è un male
Aver diversa prospettiva
O passo, anche l’eclissi solare
Ogni tanto si fa viva.
Fai tesoro degli sbagli, cara,
Delle mie complicazioni
Anche se poi nella bara
A poco servon le lezioni
Che rubavi e non volevi,
Come neve sopra un ramo.
Sbagliai io, su due piedi
Il primo giorno a dir che t’amo.
E’ ancora presto per sdraiarmi
Anche se la vista è opaca,
Vorrei starmene seduto all’ombra
A immaginarti parlarmi
O vagabondare per la stanza
E sceglier una delle armi
Che già ti ho piantato nella schiena,
Incorniciarla con diamanti
E mostrartela una sera
Che non avrò niente da dirti.
Biasimo ancora la primavera
Di Praga per tutti i miei furti.
Ora ho un busto del Cristo sulla mensola
Che uso per giocare a freccette
Ché non fu manco granché come favola.
So che t’incazzi per le cose appena dette.
Le gambe a loto sul plaid scozzese,
Pastelli di cera e calze di spugna,
Colori un cammello di rosa e turchese,
Io mangio il fondo d’uno yogurt alla prugna.
Piove anche in casa, per tutto il paese
Il tenue abbioccarsi dell’una ristagna
E stiamo per terra, le braccia distese
A prendere a calci i resti d’una pigna.
Tra i suoni e i colori, sorrido e mi perdo
Nella televisione che non sai spegnere
E anche se ancora non coniughi un verbo
Sei tu quella che mi guarda crescere.
Tutti avvolti sotto il temporale
A voler parlar senza pensare,
A creder d’esser l’eccezione,
L’unico umano immortale
Ma col cambiare delle stagioni
Cambiano idee come maglioni
E tutti i punti di vista migliori
Svaniscono in frasi da calciatori
E sotto l’ombrello cambia l’umore,
Le strade impregnate di sogni e d’odore
Di zolfo, un fiume che crede d’essere mare
E tutti ch’azzardano previsioni
Sui gradi, sul sole, nuvole e monsoni,
Che non ci son più le mezze stagioni
Che ad agosto ci si rompono i coglioni
E sbava la vita dai cornicioni
E tutti che temono l’alluvione
E tutti che pensano come persone,
Un gregge di umide contraddizioni
All’ombra del bar della stazione,
Bestemmie al vino, sale e nocciole,
Le frasi soltanto per conversazioni
Che non hanno luogo, motivo né suoni
E si parla del tempo alla televisione
E di televisione con l’apericena
E tutti ch’anelano l’attenzione
E fuori diluvia e si copre il rumore
Con risate di plastica e ventiquattrore.
E’ il rumore del mondo che sale,
Dal debole fiore ai grilli cantare.
Sdraiati per ore sull’erbe bagnate
A fare l’amore in castelli di carte.
Mi parli di Kant, di Freud e di Hegel,
Ti parlo del punk in maniera formale.
Mi sposti più in là verso il bordo del mare
E ridiamo il la ai rumori nell’aere.
E’ il dolore del mondo quello che senti
Quando in silenzio mi afferri e pretendi
Che ti spieghi quale dio possa permettere il male
Ma, cara, non c’è proprio niente da spiegare.
Siede il sole di marzo sui ciuffi marroni
Della mimosa che nessuno vuole
E si spegne su stanchi ubriaconi
Attaccati alle panche delle scuole.
Canta il sole di fine settimana
Tra la frutta lucente di via Martiri
Dove passeggia la mia figura aliena
Spiata dai passanti madidi
Ma il vento che vive qui intorno
Non teme le rime di disgusto
Che rumino durante il suo affondo
Tra i capelli che sposto e risposto.
Il sole qui è timido e stanco
Tra i rami sorretti dal niente
E sul mandarino appeso, già bianco,
Che del suolo resta indifferente.
Vociare di vite da coltivare
Dopo un regal sentiero di mattoni,
L’odore di chi sa immaginare
Il senso e i profumi di queste canzoni.
Quante volte ci sta accanto il mito
Che una volta raccontava il vento
Tra le rocche sporche di capre e mirto
Fin dove l’eco sua muore in cemento.
Avevamo troppi anni per capire
Che ne bastavano meno per ridere
Delle storie mormorate in cantine
Di nonni fin troppo bravi a vivere.
Quante volte ci tornava in mente
Il passato irrisorio e strano
Quando i vecchi con candele spente
Parlavano invano dell’Impero Romano
A noi che solo volevamo il vino
E avevamo l’età giusta per saperlo
E sì ch’ora preferirei un cuscino
Ad una botte di mare color merlo.
Ma quante volte ci ripenso e piango
Quando torno nella baita di mattoni,
Tra le falci cremisi ed il fango
Senza il timore di sporcar i calzoni.
Avevamo tempo dinnanzi ancora
Ma forse non lo sapevamo
Quanto ne porta via la scuola
E quanto poco ne resta nella mano.
Quanto pesava il mogano ieri
Sul lastricato sporcato dalla neve
Quando un torrente di volti seri
Ti dava un saluto un po’ troppo breve.
Quanto hai saputo sapere da vecchio
Senza studiare dei grandi poeti,
Tirando su case e memorie a occhio
E lasciando stare le fiabe dei preti.
Avevamo un tesoro di grezzi diamanti
Smussati soltanto dalla pazienza
Ma quanto li vedo adesso distanti,
Quanto ne sento ogni dì la mancanza.
Forse di questo campano i grandi:
Dolori strazianti, ricordi e fato.
Ora allo specchio a lavarmi i denti
Guardo il vecchio che son diventato
E il mogano forse è la scelta corretta,
Avessi modo di chiederti ora
Di prender in prestito la motoretta
E portarti con me a sceglier la bara.
Quanto è banale la pietra che mostri
Ché manco hai voluto frasi d’addio
E gl’altri le statue, l’alloro e gli sfarzi,
Tu un marmo grigio che voglio anche io.
Avevamo qualcosa di noioso
Che contro il senso dà malinconia
Ora che sul tuo muschio riposo
E ammiro la nostra vita scivolar via.
Ci va bene restare nel tetro
Assopirci davanti a storie di fate
E stregoni, avvolti solo dal freddo
Silenzio di frasi d’affetto non pronunciate
Come se avessimo un’altra occasione
Per rimediare alle cazzate,
Come se non avessimo ragione
E motivo per ricominciare.
Soffice e scura ci attende la notte,
Forse fatidica. Forse di sonno.
M’allungo sulle colpe, l’ossa rotte,
Aspettando ch’arrivi il giorno.
Tu che rileggi di Hume e guardi
Con gli occhi distratti la schiena
Che bianca ti porgo tra i ricordi.
Una notte. Ogni notte. La stessa scena.
E io che da grande volevo fare l’adulto
Su una sedia in pelle, con penne d’avorio,
In ufficio, magari in osservatorio,
Con scale di marmo, passeggiare colto.
Io che volevo scoprire la Storia di nuovo,
Riscriverla filosofando sul male
Tra i vecchi insegnanti delle mie scuole;
Io che da grande volevo far l’uomo
Ma l’uomo cos’è, nell’istante in cui scrivo,
Se quando mi fissi ancor trema la voce,
Se mostrarmi cresciuto è ancora la croce,
Se resto ancor stupido, vuoto, schivo?
Io che da grande volevo invecchiare
E vedere una via col mio nome
Ma sto al davanzale a invidiar le persone
Che sanno già di che morte morire.
Tramontano le voci dietro il monte Ursino
Mentre tiro su la lenza dallo scoglio;
Le otto meno venti, neanche un branzino,
L’acqua è calda, rifletto, mi spoglio.
Dal blu un po’ più scuro è più bello
Il barlume cremisi dipinto nel cielo
Tra nubi coatte che vorranno l’ombrello
E una luna a falce coperta da un velo.
Quanto sbagliamo noi mortali
Senza nemmeno capirlo, vero?
Ciechi, egoisti, sciocchi animali
Che cercano mele sotto un pero,
A preferir un muro quando colti
Nell’error capita poi ammettere
La colpa, il trofeo degli stolti.
Lascerò il giudizio ai posteri.
Chi sa di non sapere niente
Ma dà voce anche ai sogni
Da despota, giudice e infante,
Negligente d’altrui bisogni.
Chi non sa di non saper e tace
Ma non comprende il giusto e il male
E pure a un cristo sulla croce
Negherebbe un tozzo di pane.
Chi è bianco, verde, nazionalista
E addestra squali in un fossato
Di clausole, cavilli non a vista
Per tener in scacco un rifugiato.
Chi pecca di gola perché ha finito
L’altre penitenze del girone
E non esita a puntar il dito
Sui santi, ma sporco di mascarpone.
Chi vive studiando, chiuso in casa
E predica letame a sproposito,
Rinnega Dio, Satana e la chiesa
Ma scarta gli amici e sceglie il logico.
Chi amici ne ha troppi ma non ricorda
Nemmeno un nome solo al mattino
E nel cassetto tiene una corda,
Due foto e una bottiglia di vino.
Chi ruba anche alla morte
Ha fame ma non mangia alla sera
Ché domani a girar sarà la sorte,
E forse è truccato il poker della balera.
Chi assume e non paga, guida distratto
Con gli occhi posati sul nuovo cantiere,
La penna sul fac-simile d’un contratto
Che lo fa sentire un imperatore.
Chi come me è un po’ di tutto
E un po’ troppo poco per le pene di Dante
Ma quando al mio posto una fascia da lutto
Trovate, parlate d’altro più importante
Chè tanto non sento dal fondo
Del campo di grano che ho scelto.
Lasciatemi scivolare nel profondo
Delle belle parole che non ho detto.
E sono egocentrico, stronzo e deviato
O come diciamo noi umani: normale.
Forse è quello che ho sempre odiato,
Saper di saper di non esser speciale.
Ma che domenica triste col sole
E le gocce di sale portate dal vento.
Ho uno scudo coriaceo di banali parole
Chè ho già scritto mille volte, forse cento.
Guardo l’ore rallentare dietro il vetro
Opaco e sporco del pendolo in cucina.
Vuoto d’appuntamenti il calendario di San Pietro
E nell’aria un forte odore di maggiorana.
I vicini pare dormano a mezzogiorno
E noi svegli dalle sirene dell’alba,
Dieci minuti, poi metto il pollo in forno
E penseremo a come odiare questa calma.
Ma che triste domenica d’inverno
Tra le liti e le finte frasi da pacieri.
Forse oggi è solo un debole perno
Tra i domani un po’ peggio di ieri.
Le campane echeggiano nei caruggi
E sembrano più tristi di noi
Che attendiamo un lauto pasto, mogi,
Io vestito da ufficio, tu da cowboy.
Che mese triste da passare insieme,
Che fastidio l’ombrello alla porta.
Ti parlo del tempo, mi fissi, vuoi uscire
E forse servirebbe per la mia luna storta.
Neanche il calcio guardo in televisione
Ché all’ozio e alla noia oggi mi limito.
Forse ti porto a vedere una prigione
Di mancati ricordi che tu chiami scivolo.
Mi manchi più quando sei con me
Ché penso a quanto sono stato distante
Quando anni ne avevo circa ventitré
E promesse ancora non ne ho mantenute.
Che triste giorno per parlarne,
Domani avrei già perduto il filo;
Di nuovo in ufficio a parlare di carne,
Tu che vivi il tuo mondo d’asilo.
E m’insegni quanto può far bene
Perdere tempo sdraiati per terra
A nascondere sotto il tappeto le pene
D’una vita come grata che su me si serra.
Che domenica inutile ai vivi
Eppure forse ho capito fin troppo
Ché ora m’ammiri, su un foglio scrivi.
Quanto mi piace chi va con lo zoppo.
Lascia che ti ricordi come ora
Che piango osservandoti in noi immerso,
Con la cosa colorata d’aurora
E le calze di spugna di colore diverso.
Mi uccide davvero più in fretta
Vederti farti largo nel mondo dei grandi
Che soffocare dietro a una sigaretta
E un caffè allungato con Sambuca e Brandy.
Anche in questa domenica noiosa cresci
Tra gli scarabocchi e le bucce del temperino
E sono io che t’insegno a contar fino a dieci
Ma tu ricordami chi dei due è il bambino.
Tanto non so scrivere poesie
Diverse dal mio schema costante
E le frasi perfette non son manco le mie
Ma le ho rubate senza dir niente
Ed è difficile parlare delle giornate
Sempre uguali, dimostrar ciò che si vale
Dipingendo la noia a grandi pennellate;
E’ paradossalmente arduo descrivere il banale.
Noi che mestieri non ne abbiamo imparato
Ché nonna consigliava l’università
Ma era ancorata al Duce e a Battiato
E a studiare ancora non so come si fa.
Che poi, in tanti tra di noi siam colti
Abbastanza per votare o forse no
Visto che il mese scorso eravamo molti
Ma si finisce sempre con un ministro retrò
E io che mi dicevo adesso cambia
Ma la bandana di Guevara non so dov’è
E i poster punk e goth della mia stanza
Son chiusi in un baule color caffè.
Non abbiamo ancora appreso la rivoluzione
O forse non siamo noi ad arrivarci
Ma tanto a stare qui la pensione
Non viene a bussare, meglio imbarcarsi
Ma nonna mi diceva di non andare
E tutto il mondo la contraddiceva
Avevo i soldi appena per il mio fumare
Ma dalla Francia mi sembrava tutta discesa
Ma tanto non so scrivere canzoni
Che non parlano di quanto male fa
Amare una ragazza e non i milioni
Che le hanno promesso in eredità.
Sì che partii senza lasciare casa
Quando nonna si scordò come cantare
E scrivo ancora in rima, forse per una sposa
Che probabilmente deve ancora arrivare.
Intanto scrivo libri e non li leggo
Ma i figli, sai, la carta non la mangiano
Ed al trentesimo colloquio oggi mi seggo
A parlare ai muri che non m’ignorano.
Tanto ancora non so vivere giusto
E sono ancora cinquanta chili appena,
Sempre più debole, mi rimetto in sesto
Col mio far troppo e niente sulla schiena.
Chissà se avessi dato quegli esami,
Chissà se avessi preso un treno dopo
Quanto pane mi avrebbero dato i diplomi
E quanto sul niente avrei filosofato.
Gli amici miei sorridono solo in foto
Anche se forse amici non ne ho avuto mai
E mai vestiti, donne, mai una moto,
Solo mezza lattina di lager nella Sprite.
E so che non dovrei osar lamentarmi
Considerato il mondo e tutto il resto
Ma a fine mese a boccheggiar senza risparmi
Mi prendo il lusso anche di fare il fesso.
E nonna che mi dice ancora adesso
Che i tempi cambiano e le persone no;
Guardiamo il busto luccicante in gesso
Di suo marito che tiene sul comò
E forse avrei voluto star con voi
Nel sessanta a caricare i Tir
E non conoscere gli U2 o i Backstreet Boys
Ma collezionare orrendi souvenirs
Ché tanto non avrei saputo scrivere,
Ché tanto a voi nemmeno mai è servito:
Non servono versi ad ammazzare vipere;
Dei salmi non importa lo spartito.
Aveste due decenni in meno ora
Avrei due settimane intere di domande
Da farvi fino a oltre tarda sera
Sull’arrangiarsi per non restare in mutande.
Non so nemmeno scrivere un romanzo
Oltre il prologo, forse due capitoli
Ché poi solo al pensiero mi stanco
E un libro muore in ritornelli frivoli
E quanto vorrei dire quando dormo
Ma la mattina mi prende poi a pietrate
E poi il lavoro, figli, banca, tasse e porno
E una politica d’ombre e cazzate;
Non mi servirebbe mai citar gli stronzi
Per farvi capire chi non merita canzoni
E se mi contraddico menzionando Renzi
E’ solo ché non ho abbastanza fogli per Berlusconi.
Ma nonno lo votava sorridendo
Ed è l’unico a cui non dissi mai
Ch’era per quello che il suo cuore stava cedendo
E non le braghe larghe, il rap o il wi-fi.
Se avessimo stagioni da sprecare
A dialogare su quanto io abbia sempre torto
Sarei poi io, l’ultimo a partire
Ché non te ma un altro merita d’esser morto.
E quanto non ho detto a chi dovevo
E quanto dico ancora a chi non devo
Da quando nel confessionale mentivo
Ad ora che so Dante e che non bevo.
Sarà che non sappiamo fare i grandi
Ed è sempre troppo semplice esser piccini,
Sarà che siam cresciuti con i santi
Ma forse sarebbe stato meglio con Guccini.
Almeno avremmo poi capito i divieti
Sbattendoci la faccia o la coscienza,
Non come ora che discorro a modi desueti
Della mia vita mai vissuta in Provenza
Eppure manco so parlar francese
E forse lì nemmeno si parla più
Ma potrei cenare almeno con le luci accese
Senza bollette da cento euro in su.
Almeno saprei scrivere anche in rima
Senza vergogna delle parole o di un fiasco,
Almeno avremmo libri di cucina
Con più poesia e grazia di un Liga o un Vasco.
Sarà che m’han cresciuto gli scrittori
Che a scuola non ci davan da studiare,
Saranno i bulli o forse gli schiaffoni.
A saperlo comunque ve lo vorrei consigliare
Ché nonostante tutto rido ancora
A volte troppo, per qualcosa che non si fa
Sebbene riguardando la nostra storia
Forse ho speso tempo amando la civiltà.
E non si fa una statua senza scalpello
E forse devo smettere di scrivere
Ché tanto, come tutti, sul più bello
Mi scorderò di tutto, anche di vivere.
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