Sembrerebbe, a prima lettura, che Marco abbia privilegiato la forma e il ritmo a discapito della resa delle emozioni. In altri termini, si ha l’impressione che alcune parole siano state usate al solo scopo di mantenere il ritmo in ogni quartina per ottenere ad ogni costo la rima. Ma, se proviamo a rileggere sgombrando il nostro modo di associare, in un vincolo di logica abituale, il senso delle parole alle emozioni, otterremo nuove immagini che si muovono, direi meglio, fluttuano, nello spazio, ora libero, della nostra sensibilità.
Ed è allora che ci accorgiamo che Marco ha accoppiato le parole in modo tanto originale da distorcere la visione della realtà creando così lo stupore di un’attesa…
…E mi piace questo crepuscolarismo
Di grigio, di felpe e parole
E quel debole ottuso ottimismo
Che possiede la neve al sole.
…mentre rimaniamo attratti dalla musicalità dei versi che l’autore esalta con l’uso frequente della sincope e degli apostrofi fino al punto da “azzoppare” le parole, costringendoci a completarle mentalmente, provocando una partecipazione, per noi stessi inaspettata.
Vivo. Ancora/Immobile.
Tagete fra viole,
Cremisi e nobile
A scansar suole.
L'erba di marz'è vile
Sì son miè rimorsi
E'l tatto e stile
I' mostrai'n trascorsi.
Agio, v'è nel fosso,
Ov'un avvoltoio schivo
Mi sbava dosso;
Deriso, derido e vivo.
Scopriamo anche dietro questo autore, apparentemente svagato e quasi disturbato dalla propria fantasia, l’uomo che prende coscienza dei propri limiti di fronte all’amore, al rumore del mondo, all’inutilità della parola che nasce e muore senza che i molti se ne accorgano.
Tra oceani di rime, nuoto
Per dirti cose che non sai,
Anche se parlo al vuoto,
Anche se non leggerai mai.
E sarebbe davvero un male se anche noi non ce ne accorgessimo.
I versi qui riportati sono un esempio insufficiente a illustrare la vera natura della poetica di Marco.
Mi auguro quindi che il lettore sappia apprezzare l’originalità dell’ispirazione che pervade ogni verso.
Stufo, so ancor d’ostriche e limone,
Nel bagliore d’un crepuscolo annoiato,
Canticchiando come pioggia sul balcone;
Troppi giorni da sciacquare nel passato.
Ci se(i)’nche tu, oggi, appesa alle nubi;
Chissà se dormi ancora o se pensi
A quanto poco dureranno i mesi,
Soprattutto se li vivi in versi.
…ma’l sapor del Maestrale mi confonde
E questa fredda sabbia sembra fuoco;
Con lei un anno, con Lei tre: fronde
D’un albero al qual m’impicco per gioco.
…e son passati tre anni e ti vedo ancora
In una foto ingiallita rubata al destino,
Col tuo sorriso gentile al sapore d’aurora,
Tra le ombre spietate d’un bosco corvino.
Tra’l rimpianto e i racconti mai scritti,
Le mille canzoni che sanno di te,
Come sapessero che’n mi aspetti
Come sapessero quanto s(ai)-uccidere.
C’eran i passi del tuo fermarti, qui,
Tra le deboli, fragili, ombre
D’alberi nati per gioco, così,
Senza tronchi, né rami ma fronde.
Ho sciolto la luna’n tre anni sconnessi
Nel mare di cose che non eravamo
E parlo di tutto, in milioni di versi
M’ancora mi è dura dirti che…
Mi commuove l’ombra del tuo scappare
Verso strade di nebbia e canzoni
Dove m’è ‘sì facile poter sostare
Nel triste sonno dei lampioni.
Fuman le dita appoggiate al legno
Sui discorsi che faccio all’eco,
Tra le note d’un madido sogno
E’l silenzio che mi è nemico.
Ricordami il motivo del patire
Per qualcosa che non senti,
Ché la sera sol sa ferire,
Non bastasse viver di stenti.
Come quando fuori grandina
E(d) io mi perdo dentr’a un film,
Nella scena più romantica,
A odiar pensarti ancora qui.
La cosa peggiore della bolla
In cui vivo senz’angoli
È il rivolo caldo di colla
Su cui s’appoggian coriandoli.
Levito lascivo nel sogno
Lucido e limpido…e torno
A gettarlo nel foglio,
A grattarmi il polso.
Ci si perde nel tema pastello
Di porcellana scadente
E si sbuffa’n un carosello
Di nostalgia incontinente.
Solo uno spicchio di verde smeraldo
Dal doppio vetro al qual parlo
E’l resto è nebbia, di grigio e cobalto
E sangue che fisso, fermo, sul palmo.
Stai tra gl’occhi che stropiccio
E un accordo’n minore,
Tra le cose che non faccio
E rododendri’n fiore.
Mi manca ‘ncora l’autunno e’l tappeto
Di tiepide foglie, d’arancio dorate
E’l mare di brina, splendente e gelato,
Comunque più caldo d’ogni mia estate.
Seguimi nei giorni che dipingo
D’ossimor⒤ e criptica retorica,
Dormendo sveglio, commosso, fingo
D’esser felice’n metrica scolastica.
‘N’è vicina la nostra primavera;
I’ ne son lieto, sai, ché’n mi serve,
Ch’ho una penna, carta, una caffettiera…
E stonerebbe nel buio tutto quel verde.
A volte capita che riscrivo’l tuo nome
E, a volte, capita che mi fa’ncor paura
Ch’appar sì torvo, torrato bastione
Che s’erge esigente d’acqua scura.
Oggi è cannella, zucchero a velo,
Ghirlande di carne, peperoncino
E tutto l’amore cui, stupido, anelo;
Lo sposto dal piatto (a) un altro mattino.
Come le smorfie contro’l vento
E’l mal di testa da curare,
Sei il fiume sotto il ponte
D’ove sto per saltare.
Che piova.
D’accordo.
M’odia
Il mondo.
A volte torni e non lo sai,
Come Sirio sussù’l mio tetto
E so che sai, nessuno mai
Nel ben o’l male sarà ‘sì matto.
Girovagavo per le strade d’una sera
Con le solite parole in tasca
Per descrivere una notte nera
In cui non riesco a fare festa.
L’indomita rugiada mi rincuora,
M’incupisce e crudele sfregia
Il sorriso d’un’alba rosa
Che guardo dall’ultima sedia.
…E quasi un mese s’aggiunge
E’l tepore del tuo salutare,
Al tramonto, di nuovo, raggiunge
Il mio innocuo finger di ridere.
Ho perso’n passo, oggi, al salire
La solita scalinata del portone
E or mi trovo a ricucirti’n rime
Dentro’l verso migliore d’una canzone.
Comincio a non capirci molto…
Sarà la solita assenza di coraggio
O sarà che son davvero morto
In quel lontano e freddo maggio.
Scavo negl’occhi che, fermi, mi fissano
Come fa Orione ogni notte, oramai,
E parlo con tutti e tutti mi dicono
Che tutt’è illusione s’ancora non sai.
Sospiro, sbuffo e m’odio
Per quel che già ho patito
Ché stavo correndo pel podio
Senz’essere ancor partito.
Ho lanciato una pietra nel lago
E son l’unico a incresparmi;
Poi, sulla riva d’un fiume di volti
Come ieri, ancora ritorni.
C’è poesia anche di sole e buone cose,
Anche sforzate, anche sul pelo
Di specchi d’acqua e bianche parole;
C’è poesia nel pianto che celo.
Ti vedo respirare strano,
Dalle rughe sotto agli occhi
Al tremore della mano,
Quando non mi riconosci.
Non c’è stagione nel parlarti
Ché per me resti sveglio
Pur s’avverto’l tuo accasciarti
In tutto quello che non voglio.
Erano poche le cose rimaste
Quando voltasti ‘nfine ‘l tuo guardo;
No, non era tempismo né sorte:
Per te ero sempre troppo in ritardo.
M’urta il fatto che non t’urta
Esser sangue e inchiostro
Or ch’hai chiuso la porta;
Chissà perché son io il mostro.
Sarà ch’ho perso tempo, in giro,
Tra gelide lacrime di cielo
Ma oggi, ogni mio respiro
Duole quant’un tuo pensiero.
…e se ci fosse un tempo nuovo
Per le storie che inventavi,
Sì, sapresti cosa provo,
Ogni dì, tra gli scaffali.
Cinque ceri’n cerchio, di-torno
Gl’occhi stanchi d’una sera,
Quattro frasi sopr’un foglio
Ch’ora soffoco ‘nla cera.
E’l paese dorme ancora,
Non per scelta, perlomeno,
E la mia pace è prigioniera,
Il tuo ricordo il mio veleno.
C’è l’odore del weekend, nel muro
Ov’il vino fa scontrar un uomo:
Tosse, un Cristo, poi cammina
Verso un’altra sudicia panchina.
Speravo potessi scender ora
Ché la guerra è finita;
Ti lascio la tua aria
E nasconderò il mio mitra.
Ci guardi, or da lontano,
Or ch’uccide‘l pensarti;
Col tuo basso in mano,
Ripieghiamo sul Bacardi.
Coll’umore d’uno scoglio
Consumato dalle onde,
Torno in camera e mi spoglio
Per tornare nelle tombe.
Sei com’il piede fuori dal letto,
Una mattina di febbraio,
Com’l libro che ho già scritto
Con un plaid e’l calamaio.
Le quattro, ma di mattina
E sto appoggiato al bicchiere,
Tra una foto, l’Aspirina
E’l mio triste canzoniere.
Vi giudicai diversi, addietro,
Senz’addossarvi egoismo
Ch’a volte esser sì sincero
Sfocia in antropocentrismo.
Ti regalerei le ore che perdo
Davanti alle macchie del tuo ricordo
Ché tanto, per starmene sempre qui, fermo
Converrebbe quasi esser morto.
Chissà se un giorno avrò modo
Di dirti sul serio che senso ha avuto
Diventar vuoto e cacciar di frodo
La mia sanità mentale, stando muto.
Tra le piante al freddo a bestemmiare
Contro Eros, Atena e Orione;
Poi le unghie s’un’altra parete:
Più stanco, più vivo e coglione.
Dov’è il mio Ronzinante fidato?
Dove la tana del coniglio?
Dov’è quel capitolo inventato
Grazie al più errato consiglio?
Accordi insicuri,
Sà, prov’a(d)dormire;
Se solo ‘sti muri
Cessasser’il parlare.
Non ho amici al chiaro di luna
Ma serpi deformi, nasi allungati,
Il rasoio mentale d’una venere bruna
E una lista mal scritta dei loro peccati.
Com’è più facile odiarsi a vicenda
Che far la pace’n una sola parola;
Mi troverai impiccato, in veranda,
E tu, come sempre, al terzo anno di scuola.
Vorrei nascer oggi, sotto una quercia,
Con volpi e castagne a far da cornice;
Vorrei morire, poi, perso’n la tua Grecia
Ché siedi’n rima, la meglio Beatrice.
Languido, senza minima voglia
Di darmi risposta o starmi vicino,
Il tuo immobile ramo senza foglia,
Austero e silente sul mio comodino.
Tra le liti dei passanti e dei piccioni,
Cammino aderente ai palazzi
Sebbene le gocce dai cornicioni
Sian fredde ed eleganti com’i tuò pizzi.
Nel correr male tra le strade d’un posto
Sì familiare, straniero e pauroso,
Ho trovato parole ch’a dirti non riesco
E tra i mille stornelli, per questo, riposo.
All’alba, penso sia fortuna
Anche solo il poter pensare
Che non sei soltanto qualcuna
Con cui vorrei camminare.
Dicono stia andando tutto a puttane,
Che coi fogli non s’arrivi a niente
Senz’un cognome importante
O tasche di diavoli, peccati e gente.
La semplicità l’ho persa nel vento,
Tra le buche nell’asfalto,
Nell’odore del cemento,
Della pioggia e del tuo smalto.
Parcheggio nel buio, ov’il silenzio è moneta
Che lucidi, avara, con stracci di seta,
Tra il sol sapor d’la vecchia pineta
E, sbiadito, fin troppo, il tuo trench color creta.
E se dovessi scender al lor livello
Per regalar anch’un solo sorriso
Dovrei ignorar il sangue nel lavello
E un sentirsi adulto mai condiviso.
Pagine di pagine di tutto ma di poco,
Come sentissi quanto di te ì-or scrivo,
Come si diverte a giocar dentro’l foco
Il carbone ch’ha’l mio volto sul cuscino.
Due ore, un berretto e frasi stanche,
Fuori dal locale illuminato
Dove tu perdesti le mutande
E io venni giustiziato.
Marzo ha solo voglia di passare
Com’un tir sulla mia schiena
E, se non fosse per il male,
Sarei già chino, questa sera.
Cominci a far male
E(d) ho paura
Che le tue pistole
Sian senza sicura.
Dalla tua finestra scorgo la mia
Mentre ti rivesti in fretta
E un po’ per tutta la tua follia
Capisco che sei più che perfetta.
Vorrei cantarti storie non tristi
Ma’n esce che nero da ‘ste matite
E ripenso a quan’ li abbiam visti
Guardarci lacerar le nostre vite.
Ho spento tutto per riposar in pace
Vicino alla cupa mietitrice
Ch’ador adorar, anche senza parlare,
Anche senza una rima che non sia’l suo nome.
E’ sempre dura dopo’l sedici
Per le cicatrici e i pianti
E non è per scrupoli etici
Che m’azzoppo e tiro avanti.
Lasciami in questi prati,
Incatenam(i) alla mia follia
E nascondi le chiavi
Per non lasciarm’andar via.
Nonostante mi dican sia cresciuto,
Giaccio fermo, pensier a spasmi
Pensando basterebbe un saluto
Per tornar ad aver voglia d’alzarmi.
Solo più i tramonti grigi
D’un malessere eterno
Coll’animo sdraiato a Parigi
E i piedi bloccati all’inferno.
Credo d’aver perso’l senso
Dell’incedere tra i giorni
Ch’è-(d)due ore che fisso’l vuoto
Ripensando ai mie’ sogni.
Troppo tempo perso nel riflesso
Del ricordo del tuo nome, tu;
…E l’unica cosa complicata, adesso
E’ finger di saper esser felice.
E guardo la sera sparire nel blu
Mentre bestemmio controvento
Tra’l sapore salmastro di gioventù
E’l sentor acidulo di fallimento.
La tua vita m’ignora
Mentr’ì vò pè’n’altra stella
Ch’ero troppo stupido allora
E tu già troppo bella.
Mi dimentico del mio esser asociale,
Del mio vivere trist’e stanco,
Quando ridi mentre salgo le scale,
Quando piango mentre dormi di fianco.
E come puoi esser ovunque, in ‘sti fogli
Ch’ancor san di tabacco e passiflora?
Se vuoi portarmi via qualcosa, oggi,
Porta via gli anni ch’ho (p)perso finora.
Ogni mio muscolo, oggi, m’implora
Di riposar dal continuar a cercarti
Ma ho perso’l fiato per qualche ora
Nella monotonia del mio pensarti.
Mi rinchiudo nel diario a calcolar i danni,
Guardando’l gaudio, oltremodo, ammuffire
Ché pensavo passasse, dopo un paio d’anni;
Pensavo davvero di poter guarire.
Un caffè corretto alle note d’un piano
E forse è questo quel famoso “crescere”,
Giocar col destino senza carte’n mano
Ché, forse, ho sempre cercato di perdere.
Dal mare, il pensiero atroce
Del tuo non tornare
E(d-d) io, codardo, senza voce,
Nel costante procrastinare.
Sempre le stesse parole,
Sempre lo stesso pensiero
E riscrivo ancora il tuo nome
Ché mi basta, per davvero.
Lancio pietre’n acqua
Seduto, com’i sogni miei
E(d) ogni schizzo in faccia
Mi ricorda che non ci sei.
Questo ti darei, tutto questo:
Il rosa calar del sol tra i boschi
E’l tiepido sonno che detesto
Per uno sguardo, per i tuoi occhi.
Tra oceani di rime, nuoto
Per dirti cose che non sai,
Anche se parlo al vuoto,
Anche se non leggerai mai.
Vestito dal lenzuolo
Di bugie e depressione,
Mi sento così solo
In mezzo alle persone.
Crogiolando nel torpore del mezzogiorno,
In un turbinio di cocci appuntiti,
Polvere e parassiti intorno,
Gli occhi sbiaditi;
Poi ritorno
Sui libri.
Arrancando tra i deserti
Della tua lontananza,
Fa più male vederti
Che sentir la tua mancanza.
Soffioni di cartapesta
Contagiano’l mio umore
E non è proprio festa
Ma provo a festeggiare.
Quando m’esplodon le tempie
E nel fumo mi trascuro,
Quando mi bruci tra le costole
E voglio picchiar il muro.
Li scruto serio dal poggiolo,
Stretti come regina e re;
Non mi peserebbe stare solo
Se non dovessi farlo con me.
Son ossimori romantici
Ch’ignara scali,
Trampolini semantici
Su piscine di mali.
Cala la sera sospetta e lasciva
Su sete dorate lasciate a marcire
Come le scarpe lontane da riva;
Io perso nell’umido tremare.
Le mani fredde tra le pagine
D’un romanzo che non scrivo
Ché sarebbe troppo facile
Descriver ciò che vivo.
T’ho risentito nella nebbia d’oggi
Come quando parlavi coll’altre dee
E(d) or lo narro all’olmo a cui t’appoggi
Vestita di male, ricordi e d’idee.
Se non fosse per la pioggia di ieri
Starei in mezzo ai fiori a pensare
Fingendomi uno di quei poeti seri
Ch’han qualcosa di cui parlare.
E pure su scogli di fredde maree
Nascondo lo sguardo dal mondo
Sebbene le facce da cui scappo sian ree
Solo d’esser pallido contorno.
…E mi piace questo crepuscolarismo
Di grigio, di felpe e parole
E quel debole ottuso ottimismo
Che possiede la neve al sole.
Riflessi di perla e canzoni di mare,
Dal lungo silenzio di mille balconi,
Dal punto più alto del mio navigare,
Si perdono in eco tra vili tensioni.
Eclissiamoci col prossimo sole
Ché tanto non debbon sapere
Ch’ho perso ancora l’amore,
Ch’ho scordato’l tuo sapore.
Cercar di capir_ogni sera, sul tardi,
Perché’n pensier di te’ncor m’annullo
Come Silvia su mesto Leopardi
Come Lesbia sul po’ro Catullo.
Tra vuote conchiglie, zanzare
E(d) alghe che’n san nuotare
Giaccio, al profumo di sale,
Nel mio pleonastico mentire.
Resti solo, sempre, inchiostro, cara
E lunghe nottate insonni qua, quaggiù
Dov’il plotone ancor non spara
E ogni giorno è un po' più blu.
Un'ora di miliardi di minuti
Nell'inverno di fuoco e scherno,
In valanghe di giorni sprecati
E poi freddo, poi gelo, e l'inferno.
Sul corrimano della chiocciola,
Il segno di un graffio
Accompagna’l distratto
Rumore d'un passo che scricchiola.
Parlami fingendo, ché basta
Un'altra ora d'illusioni
Ché sai quanto mi costa
Venir meno alle canzoni.
È Natale quasi ovunque, stasera
E lo guardo dal tappeto'n marmo
Poi, solerte coi presenti, la chimera
Del tuo incedere scaltra nel mio canto.
Se piovesse sarei già morto
Tra le pozze del sapere
Quanto poco pensi al porto
Ov'i tuò baci sann'attraccare.
Piove sul grigio d'un sabato stanco
Tra briciole, carta e frutta candita,
Un letto di noia ch'accoglie'l mio pianto
E mi chiedo a che serve adorare la vita.
Nuvole, sole e sciarpe di sale;
Tre giorni di festa da buttar via
E'n sorriso mi regge lungo le scale
Ma è intriso di noia e di gelosia.
Nelle ricostruzioni distorte
D'un passato recente
Sei le frasi contorte
Che scrivo col niente.
Mai così fredda la città,
Così appuntito'l male che covo;
Oh, se solo provassi la metà
Della metà di quel che provo.
Quest'anno dei rimorsi si spoglia
Mentr'a me specchi dan del fesso
Or che'n mai avuto 'sìttanta voglia
Di star fermo e piangermi addosso.
Vedi, ragazzo, sotto solite fronde
Spoglie di foglie e odore d'ottobre,
V'è la mente posata sull'onde;
Galleggia tra prose, parole di storie
E'n libercolo è questo, per sé,
D'immagini, azioni, immaginazioni,
Di macchie d'inchiostro, caffè
Ed errori, e(d) oniriche confusioni.
Gelido il soffio, scomoda e ripida
L'anca d'un desueto colle
Ov'or quel comprender s'affatica
Ov'or si stringon le spalle.
Siamo di queste noi, foglie secche
Appena poggiate al suolo,
Siamo tra quelle macchie
Com'un pezzo di pietra'n un tesoro.
Sole da solo, vedi, risplende
Anche quando quieto si va
Tra'l sospiro che attende
Il tornare, trionfante al tuo "là"
Scors’e corrente, sei fiume
D'inerzia (i)nesorabile,
Di planare di piume,
Mio danno irreparabile.
Sabato d'eventi 'n un sabato di venti,
Foglie di carta e plasticaccia persa
Danzan scomposti tra pochi passanti
E mi ululan confusi, e viceversa.
Inesiliabili'n docce di marzo, le fronde
Pei soliti sciocchi riparano il suolo,
Inesorabili, le gocce m'apron la fronte
Tra umidi tabacchi e Paracetamolo.
Divelto l'ultimo brandello di lenzuolo,
L'avvenir che vuoi pende sol da'n comando
Ma se'l cielo inizia alla fine del suolo
Stendi i bracci, stiamo già volando.
Grigio scrosciar oltre la persiana
Nell'urla d'un respiro affannato,
La periferia, in dormiveglia, frana
Su'n giro di vite sprecato.
Credo sia abbastanza:
Quest'on esser bello,
Bravo, ma(i) abbastanza
P'arrivar al piedistallo
[Ov'or passeggi scalza,
Avvolta'n giada e corallo.]
Vivo. Ancora/Immobile.
Tagete fra viole,
Cremisi e nobile
A scansar suole.
L'erba di marz'è vile
Sì son miè rimorsi
E'l tatto e stile
I' mostrai'n trascorsi.
Agio, v'è nel fosso,
Ov'un avvoltoio schivo
Mi sbava dosso;
Deriso, derido e vivo.
Spazzatura che pare smeraldo,
E'n bugigattolo che sento ducato
Ma anche se il cuscino è caldo,
Dormo sempre sullo stesso lato.
Fine'l foglio ch'impiastro
Ch'é fine'l guardo suo
Ch'in file infine incastro,
Affino e affilo. Fine.