Marco Delrio

Introduzione di Marcello Comitini

Sembrerebbe, a prima lettura, che Marco abbia privilegiato la forma e il ritmo a discapito della resa delle emozioni. In altri termini, si ha l’impressione che alcune parole siano state usate al solo scopo di mantenere il ritmo in ogni quartina per ottenere ad ogni costo la rima. Ma, se proviamo a rileggere sgombrando il nostro modo di associare, in un vincolo di logica abituale, il senso delle parole alle emozioni, otterremo nuove immagini che si muovono, direi meglio, fluttuano, nello spazio, ora libero, della nostra sensibilità.

Ed è allora che ci accorgiamo che Marco ha accoppiato le parole in modo tanto originale da distorcere la visione della realtà creando così lo stupore di un’attesa…

…E mi piace questo crepuscolarismo
Di grigio, di felpe e parole
E quel debole ottuso ottimismo
Che possiede la neve al sole.

…mentre rimaniamo attratti dalla musicalità dei versi che l’autore esalta con l’uso frequente della sincope e degli apostrofi fino al punto da “azzoppare” le parole, costringendoci a completarle mentalmente, provocando una partecipazione, per noi stessi inaspettata.

Vivo. Ancora/Immobile.
Tagete fra viole,
Cremisi e nobile
A scansar suole.

L’erba di marz’è vile
Sì son miè rimorsi
E’l tatto e stile
I’ mostrai’n trascorsi.

Agio, v’è nel fosso,
Ov’un avvoltoio schivo
Mi sbava dosso;
Deriso, derido e vivo.

Scopriamo anche dietro questo autore, apparentemente svagato e quasi disturbato dalla propria fantasia, l’uomo che prende coscienza dei propri limiti di fronte all’amore, al rumore del mondo, all’inutilità della parola che nasce e muore senza che i molti se ne accorgano.

Tra oceani di rime, nuoto
Per dirti cose che non sai,
Anche se parlo al vuoto,
Anche se non leggerai mai.

E sarebbe davvero un male se anche noi non ce ne accorgessimo.

I versi qui riportati sono un esempio insufficiente a illustrare la vera natura della poetica di Marco.

Mi auguro quindi che il lettore sappia apprezzare l’originalità dell’ispirazione che pervade ogni verso.