Per (s)fortuna, caso o destino, posso dar un volto alla musa ch’ogni mattina mi tien per mano mentre rovescio gaudi e patimenti in quattro versi e due rime; lo stesso volto ch’accompagna il passo pe’ l’errori che faccio e rifaccio scordandomi d’imparare, ricordandomi di sbagliar meglio, maledicendo l’inerzia egoista ch’anela la perfezione, in me, d’intorno, nella stessa musa ch’ancora resta carnefice e benedizione.
“Croissants” dura due anni ma dura un istante, picchia in testa e in testa resta, ma forse solo come un’eco che strascicata pe’ i giorni s’ovatta e si scorda del senso che una volta urlava al cielo. È il resto di venti centesimi che scordi nella tasca del tuo miglior paio di pantaloni.
Sgocciolo l’ultimo respiro del Ruché
Sulle macerie dei tuoi tabù;
Sta mutando qualcosa insieme a me
E m’attrista vedere che non sei tu.
Me lo leggi tra le righe d’un ridere
C’ad altrui genti comuni celiamo
Che abbiam nulla da condividere
Tranne il resto de’ giorni ch’abbiamo.
Graffi e limone ancor tra le dita
Alle pendici, tra’l far e il fare;
Prima o poi, anche questa salita
Non sarà altro ch’un valicare.
Comodi paion ancora que’ vizi
Ch’ignoro tra blinkers e Philip Grass,
Ogniddì, ad iniziar un inizio d’inizi
Ov’ì parto 'n piedi e già a metà.
Mestizia ne tuo’ occhi d’Arne
Poscia l’imbrunir da scordare
Tra’l ciancicar di calamai di carne
Sull’infinito doverti aspettare.
L’occhi mie’ che paion pistola
Fumante, glabri com’il prato.
Dianzi lo facei con la scuola;
Ora coi fiori ch’ho piantato.
Uno spaccato daccapo di noi
Nel dì che, spaccato, sparisco
E spariamo nel modo che vuoi:
Silenzio, inerzia. <<Capisco…>>
D’inappagato crescente languore
Svanisco a te innanzi, Duchessa,
E sguazzi ne’ mie’ rivoli d’icore
Ignava, spietata, la stessa.
Sii quel palloncino impavido
Che fluttua e non torna,
Sii’l mi’ ricordo atavico
Nel mio petto, or un’urna.
Siamo sogni nascosti in un attico,
Giorni di neve a metà maggio,
Topi in un labirinto asettico
Senza entrata, uscita o formaggio.
Soccombe 'sto cuore nuovo
Al primo vagito, squartato
Ancor caldo dal rovo
Ove l’hai gettato.
Vieni, coll’inerzia del tuo disfare
E’n Chianti caldo pe’l simposio
E’l palesar del tuo mancare
Sussunto in una forma d’odio.
Impicciato tra i pianti,
Mi ripeto, col senno di poi,
Che’l mio errore, tra i tanti,
Fu azzardar l’enoteismo tra noi.
Svegliarmi meco, in ritardo,
Tra il vociare d’una folla
Per prendermi cura del vegliardo
Incondizionato nostro nulla.
Mattini d’odio strozzato
Unti s’un tovagliolo bordeaux;
I ricordi di ciò ch’è stato
Son ceppi pe’l mio falò.
Ricordi quando, nel niente ch’eravamo,
Ai bordi d’un fiume assonnato,
Senza saperlo mi afferrasti la mano?
La stessa ch’ora tiene’n plettro sfibrato…
Coraggio, appeso sol per lembo
Al mi’ voler restar in piedi
Ch’ogniddì mi schianta’n grembo
L’eco blittrato del poco me d’ieri.
Anelo a que’ prossimi secoli d’assenza
Trascinati per la salita più astia, umida e ripida
Del farti capire l’abnorme differenza
Tra l’esser la mia meta fisica e la mia metafisica.
Spalmato sul marmo del davanzale
Mi dico ciò che non m’hai detto,
Tra l’aroma levantino del Montale
E le tasche colme d’odio perfetto.
Pare solo’n sogno, nevvero, ormai
Ov’ì vo’ cercarti urlando afono;
‘Lo stesso rito ritrito tra noi
Del tu’ sordo trascinar lo me apodo.
Sciocco di nuovo ad averti aspettata
A porta e torace aperti sull’uscio,
Trafitto dall’ennesima freccia scoccata
Senza pietà attraverso il mio guscio.
Piove s’ul mio umor eutettico
E s’allaga anche 'sta stanza
E tu mi viri 'ntorno con far ellittico;
Ma di geometria o assenza?
Quel momento d’instabile vergogna
Ch’ho nel voler tornar col senno d’poscia
Ad annullarmi penzolando d’una gogna;
Mea culpa, forse, o tu or sì bestia?
Mani slegate, sdraiato sul binario
Mentre’l treno s’approccia e penso
Che sei verbo, sinonimo e contrario
Di tutto ciò che dà ai mie’ giorni senso.
So ch’ho vinto, frasi amene che congelo
Tra lo strazio, il nostro poi, la nostalgia;
Mi convinco di star bene, mi congedo
E un altro pezzo di noi si sbriciola via.
Essì che siamo tutto lo che scrivo,
Tutto’l futuro ch’ancora invento,
Tutte le speranze ch’ancor vivo,
Io girandola, tu il mio vento.
Sembran due vite ch’inutilmente canto
Dell’inutilità della tua assenza,
Appeso come foglia cremisi al tanto
Che, nel poco, ahimè, fu solo disperanza.
Ricordi gennaio? Par una vita fa,
Che nell’incubi che mi donavi
Tra un sors’ell’altro d’un Lagrange,
I’ t’amai tra i bicchieri che lanciavi.
Cosa siamo se non quello che vedi?
Quello che non siamo, che non saremo,
Quello ch’ancora mi tiene in piedi,
Quello che siam stati, ch’amo e temo.
Celato d’un greve trucco giulivo
Scaccio’n lacrime, a colpi di fucile,
Quel di noi “per sempre” esornativo,
Palese e 'mperituro. Ma m’uccide.
Sto imparando, malamente, a non aspettare
E restar fido al mio idealismo ostinato,
A non aspettar un tuo capire, tornare,
A non aspettare di svegliarmi nel passato.
Dondolando, inerte, torna a trovarmi
L’oblio scartavetrato della mattina,
Tra’l prendermi a schiaffi e’l piacermi
E la palinodia di ciò che vomito in rima.
Incarcerato nel frigo, tra un’analcolico
E un limone baffuto, il mio dannato rimpianto,
Il mio lento apprendere, il mio solito
Insensato e scriteriato anelarti accanto.
Passano. Nonostante tutto, 'sti cazzo di giorni
Passano; per quanto mi ci aggrappi e li tiri,
Passano, scoppiano, in contesti, contorni e ricordi
E io passare non so; so esser rime e sospiri.
Spiran ticchettii lungo le pareidolie leonine
De’ nostri ego al caffè, segni d’un tanto
Ch’andava evitato, o forse no, alla fine,
Ché forse entrambi necessitavam un pianto.
Destarsi sfiatato, meco e null’altro
Se non, sfumato nell’eco, un morale
Che piove sul mio umore di feltro;
Che male quando non mi fa male.
I’ come le pagine ch’ho ancor da scrivere
Parlando d’un niente che riempie i giorni
Mentre’n mezzo’l trambusto del sovvivere,
Come polvere e ragnatele, effimera, torni.
Costeggio filo’l far di noi ricordo
E’l triste star da soli insieme
Laddove, dicotomico e beffardo,
Veo chesséi ali e catene.
Quasi vent’anni nell’odore di vecchio
Di 'ste mezz’ore sballottate tra i viavai
Mentr’io sempr’uguale, solo, nello specchio
E fuori uguale, ponteggi e passi carrai.
Quest’andar per prove, fallir ancora
Per fallir meglio e veder che resta
Q’lo strascico di colpa, un rospo in gola
Ed io, da solo. E tu, nella testa.
Ricordi novembre, un anno fa?
A colorar le foglie già distrutte,
A discorrer d’altri croissants
E nuove promesse, ma già rotte.
Avrei voluto un ultimo tappeto al piano,
Sorridere, sentendoti canticchiare,
Prenderti le mani, dirti quanto t’amo
E renderti felice lasciandoti andare.
E sei’n questa canzone
In armistizio col mattino
Ov’avremo tempo insieme;
Insieme ma non vicino.
Manciate di consuetudini’n disuso
Che solean corniciar mie’ arti
Van tenendomi, scocciate, il muso
Per non poter sceglier di sognarti.
Commuovermi sulla grazia del tuo apprendere,
Sentirmi più piccolo d’un chicco di caffè,
Da quassù, sulla noia del mio attendere
Di dirti quanto sono sempre più fiero di te.
L’unico raggio caldo d’un cielo avverso,
'n ogni verso d’ogni giorno, la sostanza
Dell’unica certezza d’un noi diverso
E la costante d’un tutto che cambia.
Non bastavan l’incudini che trascino appresso
Oggi ch’hai deciso di tender la mano
Eppure non saprei che dirti adesso
Che vivo solo a macerar in quel che eravamo.
Tremi colle mie mani, sospiri e piovi
Sulle quotidiane parafrasi spente
Prese a colpi di macete tra l’umidi rovi
D’una perfezione sprecata inutilmente.
Mi sfoco’n un colletto inamidato
Di ridodanze e malsane terapie
Mentr’echeggi soffice sull’acciottolato
Ancora umido delle nostre utopie.
Questionar le mie abitudini mattutine
Sfidando prevedibili inquadrature da film
Ma’l problema di fondo resta ch’infine
Davvero lo vedo’l me d’un domani così.
Tizzoni di caffè soporifero
A gocce sprecato sul mi’ regal ostro.
Cacciando’l liquore dal frigorifero
Ché divien lacrime d’inchiostro.
Solite solitarie briciole, ad anello
Sparse sul mio fiacco impazzire
Nel frastuono del silenzio del tinello,
Ch’alle cinque e mezza, sa dove colpire.
Qualch’istante prima delle cinque,
A contar le concentricità del vino
Or che stride’n compleanno che, comunque,
Celebro, seduto affianco al tuo violino
Ché parleremo sempr’altre lingue,
Ché v’è un po’ di voi 'ncor sui miè muri,
Benestando alla fiamma che s’estingue
Con entrambe, per entrambe, sol augùri.
La pelle come’l resto di tutto
Ov’aggiungo un briciolo, anch’oggi,
Di ciò ch’anelo, 'ser perfetto
Vecchio, con te che mi rileggi.
Mosse’n cantiche d’audace idiozia,
Tintinnano l’abitudini diarie
Tra le fughe dei marmi in scia
E un amor ch’é nobiltà e barbarie.
Sembra un attimo fa che soli
Soffocavamo questioni irrisolte
In abbracci di lacrime e mali;
Abbracci di braccia mai sciolte.
C’è ancora qualche sputo di neve
A sporcare le strade mai corse,
Forse stavamo davvero bene,
Forse eravam stanchi dei “forse”.
Ciondolar tra costumanza e vezzo,
Tra deseo peregrino e brama accampata
Ché basta’l niente o l’opposto d’esso
A uccidere una crostata.
Divido, oramai, questa gioia stolta
Col tempo ch’esplode’n un lampo
E risalgo le scale un gradino alla volta
Ridendo ogni volta ch’inciampo.
Cigolan le spalle e’l collo
Nel mio altalenar inerte
E(d) ì: a coccolar il tracollo
A risate e grinfie strette.
Sto imparando a usar i tasti neri del piano
E a pormi alla folla com’un gaio menestrello
Ch’é quel che sarò ch’ancora non sono
Il detersivo del mio lavaggio del cervello.
S’accende pe’ l’audacia sporadica
Ch’è già nostr’agognata monotonia
'N rimuginar fin’eleganza - atavica,
Che perdura, s’assoda, sia.
Torna la sera, rubini e Anabasi
Sul gelido nostro anormale
Ma è già primavera, o quasi,
Almeno in questo sfacelo mentale.
Scorse l’unghie circospette sul naso
Fisso l’unica altalena che mi culla
Ora che non fa paura’l ticchettio del caso,
Anzi, or che’n fa più paura nulla.
Io e’l marciapiede, simili ospiti
Ov’r l’alba assonnata 'ncor poggia,
Schiaffeggiati dai buoni propositi
Dopo un’altra notte di pioggia.
Sogni d’ossimoriche inquietudini
Che van ov’or ì vò per caso,
Colla risata piena d’lividi
E’l muro già schiacciato al naso.
Sonno d’ombre che m’avvolge
Stretto freddo, cupo, profondo,
Ciò che fu notte m’accoglie
'N arie di nichilismo fecondo.
Grazie. Grazie pei mali, le gelosie,
Per avermi insegnato a cadere
E ora 'ncora le tue dita sento nelle mie
Per la strada ch’avremmo fatto 'nsieme.
Fors’è tempo, or che’l piover smette,
D’asciugar le gote, gettar via la corda,
Ch’anch’una piscina, la più grande di tutte,
Goccia, dopo goccia, dopo goccia, straborda.
Ti ricordi que’ mondi d’amor insperato
Colle tasche ricolme di troppi domani?
Quando ti persi nei resti d’un sogno sfumato
Or che ti perdo in mie’ sogni che restano vani.
Fuori dai legni affumicati di casa,
L’odore dei passi ch’avremmo fatto,
Baciati dall’ultimo sorgere rosa,
Avvolti nell’unico ricordo intatto.
Ogn’alba ch’ingrassetta l’occaso
M’urla e devasta fin mie’ terrori_ipogei,
I’ che’n riesco a’n viverci, 'n ogni caso,
Anche solo, anche se’n ci sei.
Scivola via’l giorno, un altro in un altro,
Tra lo sbuffo di profumo ch’abbraccio,
Le macerie 'ncor fumanti del disastro
E’l bacio nascosto al tuo nome sul braccio.
E non mi stupisco più d’ogni oggi 'lla tua mercé,
D’ogni ciottolo che volea esser muro, casa, impero,
Quando m’avvilisco (e) avvolgo’n un io non di me
E mi manchi. Ah, ma che mi manca davvero?
Pare, talvolta, d’aver vissuto altre cento
Di tali sincopate_esistenze in forse
A tentar di spiegarti, odiar e dar senso
Al tuo eterno girovagar da prima d’esse,
Al tuo inevitabile dover farlo per sempre.
So che sai, so ch’è sempre così,
Farfalle ingarbugliate nelle viscere
Di quel ch’eravamo, quel ch’un dì
Sognavo avremmo potuto essere.
Gocciolan via, (i) giorni, speme,
Su carta straccia color seppia
Ov’una timida bolla siede,
Mi compatisce e scoppia.
A incastrar tasselli, spaesato (e) paranoico,
A inventar un senso, pezzo per pezzo,
Per tutto’l tempo_a cercar di finir-il mosaico
Quando avrei dovuto incorniciar il legno sotto.
Che, poi, me ne rendo conto, parlarti,
Or che non puoi né vuoi ascoltare,
E’ com’affilar il coltello e scarabocchiarmi
Sul petto una croce, per non farti mancare.
Si sveglia la voglia di disegnarti’n prosa
Tra il sorriso sporcato dal sonno,
La biglia dell’inquilino del piano di sopra
E il caffè bruciato dalla moka di nonno.
Sui gomiti, a denti stretti, pe’l rassegnarsi
E accettar che sì, vi son anche sogni
Che tali rimangono, perennemente sparsi
In gesti, quartine, sorrisi e notti insonni.
Scarabocchio’l tuo nome, in bilico
Tra’l rimorso ch’amica’l mio vivere
E’l finir di legger’un capitolo
Che’n ho’ncora finito di scrivere.
Prima, Ieri come oggi, temevo’l domani
Ché ieri, come oggi, mi scrivo sulle mani
Per contare_i giorni che passiamo lontani
Ché non conta niente se siamo lontani.
Passeggi 'ncora tra sigarette (e) tenebre
Avvinghiata alla vita che tanto promisi,
Abbozzata a(m)matita dentro le palpebre
Per poterti guardare 'nche coll’occhi chiusi.
Intorno è_ancor scuro, liriche stolte
Confondo nel fumo e nell’ultimo sorso
Discorro col muro delle mie colpe
E rincorro un futuro ch’ormai abbiam perso.
Così, per farti capire, le mie mattine,
Sulle pagine che m’urlano 'n faccia
A cercar_rime, a cercar un fine,
Ad accomodar tra le coste la freccia.
Mia Signora, mai signora mia,
Cui 'n bastava più l’arrivederci,
Qui serpeggia pe’l marmo la litanìa
Del muto tuo 'n più cercarci.
Rime d’amore al cianuro
Mentre’l solito stupido
Sfodera (i) rimorsi al muro,
Sì crudele e taumaturgico.
Soffi_incatramati ch’ho da sopportare
Ancor d’ancora, àncore e cappi,
E mancamarti nel ciancicare
Mentre parli, parli e scappi.
Com’impazzissero tremando
Via le dita e(i) denti, l’occhi e poi
Al limite tra’l ghigno e’l pianto
Per le vite che’n saranno mai. Mai.
Timide le gocce infami
Dall’ultimo spiro di maggio,
Tra i volti stanchi e ignavi
Del gregge a passeggio;
Crocia la piazza ‘n festa
E scansa ‘l traffico teso,
Spettinata appena in testa,
Un venticello quasi arreso;
Chi a mo’ d’ombrello la giacca,
Chi più previdente uscendo,
Chi per salvar la lacca
Sotto un telone sghembo,
Chi corre via colla spesa
D’un altro bar ch’ha chiuso
E poi i’ appoggiato al muro
A prender acqua fuor dalla chiesa.
S’ergean muri, ormai pietruzze,
Di là dei quali fingeo che poi,
Un dì, in là, lungend’inerzie,
Sarebbe stato reale 'l “noi”.
Sbucan estati da crepe di strada
E cada, che sia, posposta fin troppo
Ed ì zoppo pe’ impegni inventati,
Scordati què me che tant’han fallito,
M’invito alla muta, l’ennesima 'ncora
Ma ora che solo so forse restare
Scompare quel bimbo di tante poesie.
E’n vie mai viste ti scrivo
Che vivo, più schivo, a follie
E litanie, accasciatomi strenuo
E estenuo, chessì, che siam tanto
L’incanto del mondo ch’un altro
Bastardo vivrà al posto mio.
Forse domani, forse a breve,
Riempiendo calici d’attese,
Fingendo d’apprezzare
Quest’innamorar scortese.
Dalla finestra, più sporca ch’appannata,
Sgomitolo 'n rima ogn’altro “perché”
'N 'sto meriggio trimembro di facciata
Ch’affogo spietato in Macallan e Jazz.
Sanguina ‘n monologo furtivo
Via da’ denti stretti e pugni chiusi,
Impropriamente previsto lascivo,
Fatto di pause levate (e) anacrusi.
Ed è_effimero quel tepor inusuale
Quand’ho memorie silenti e pace
Prima che’l sole, il sale o_uno strale
Mi risbattan nel freddo che mi piace.
Sei il rivolo scuro che deraglia
Dalla guarnizione della moka
E lo zucchero che, controvoglia,
Ho smesso di metter nella tazza.
Stringesi la stanza che quasi la tocco
Dal letto 'ncor vacuo e_ancora fatto,
E tediamente passar mani di stucco
Su muri che tanto so esser crepati sotto.
Ancora una volta, con gl’occhi a parlarti,
Il discorso perfetto, la parola più audace,
E ancora una volta a cercare d’amarti
Ma’ncora una volta a non esserne capace.
V’è 'ncora una parte di me, ch’alla fine,
Esige e spera, una parte che odia;
Ma son milioni l’altre parti ch’in rime
Aman amar così com’è la nostra storia.