30/04/1926 – #1035
Avrei di che scrivere appena dell’attività pe’ ‘l progetto Kryomont ma oggidì non vi sono stati avvenimenti degni di nota che turbassero ‘l corso programmato dell’interventi ‘n fabbrica e i due stabilimenti ov’abbiamo operato ‘n giornata sono risultati privi di garbugli. Sicché ne profitto pe’ ulteriori divagazioni sullo stato attuale del mio essere, venendo d’un’ulteriore seduta presso la dottoressa Nauer. Ben so che cotanta frequenza ha di che ser allo limite del comprensibile pe’ chi avesse di che registrarne l’occasione scorrendo codesta effemerida, tuttavia, nel panorama attuale ov’or sitto fremendo ai novi boccioli di ripresa, ho di che fomentarne lo sviluppo e nulla avrebbe di che farlo meglio d’ella e d’un’insistenza riguardo. La seconda fabbrica del dì ha trattenutomi fino la quinta ora della mane sicché ho potuto far largo nel meriggio una mezzora pe’ dialogare colla voce della ragione che sta sorreggendomi ‘n codesto periodo. Oi ‘l cero acceso ha di che incrinare un poco lo che quissà ho narrato ‘n varie antiche entrate di codesti tomi e circonda ‘l mio ossessivo rassettare e la mia inesorabile ricerca d’una geometria pristina, lucida e funzionale nel di fuori, nel dintorno. Viene più semplice frontare li spostamenti delle masserizie e la nettatura de’ quarti di contro alle faccende che didentro scorrono: v’è un controllo maggiore, v’è decisione e bivi ch’han di che ser osservati sin subbi alcuni. Ma v’è senno ‘n tutto ciò? Possedere un invidiabile e lussurioso ambiente dintorno quan di dentro v’è un fienile trasandato ‘n balia de’ venti e dell’avvenimenti. Tale interrogativo par rispondersi dassé, per vero. Indi debbo attuare una maniera di rassetto didentro ‘l cranio – per vero ‘sì tante volte lo dissi – ma debbo agire qual fosse estensione de’ quarti ov’abito. Orbene, ì affermavo ch’il fuori fosse proiezione fedele dello che serbo didentro, ma, di contro, lo che circondami non è che un disìo, un’altro scamotaggio pe’ fuggire, una maniera pe’ reindirizzare un qualché, e ché, ebbene, il timore. O! Quant’ho di che ciarlarne, omai, di codesto “novo” avventore ne’ mie’ dì. Orsù, la credenza delle spezie non avrà di ch’ammonirmi o causare timore, ansia, questioni s’ì la negletto o s’ì vi discorro. Lo che tengo didentro sì. L’insicurezze, li smarrimenti, e tutti i vari cumuli di nerofumo ch’albergano tra ‘l cranio e le coste han sempre ottenuto la possibilità di vagare, danzare, e rimanere ‘n controllo d’ogni movimento, sin possedere un nome o un viso, sin avere un posto_ove sittare o una gerarchia, un rete di qualsivoglia sistema. Debbono spurgare, ch’ì possa conoscerli per vero, debbono sittare inamovibili pe’ dell’ore indefinite su fogli, carte, quivi dinnanzi. Ecco lo ch’ho evitato per vero, lo che deficitavo. Lo ch’ho tentato d’eseguire coll’entrate cotidiane sin per vero dare ‘l peso corretto a tali vanvere, a tali monologhi, a tali spurghi. Agire verso ‘l didentro. Ebbene, m’è facile, omai, agire verso ‘l difuori – libelli, liriche, rassetto, obbligazioni, tabulati – ma tutto ciò ne sortiva pe’ non dare conto allo ch’in vece doveo frontare. Non ho schermigliato nemmanco con una delle viscerali quistioni piccicose e malsane che didentro mi rosicchiano, in quest’anni di diari, n’ho descritto i sintomi, n’ho cronacato l’effetti, n’ho ragionato ed ho appreso a riconoscere che genera una e che l’altra, sin rivolgermi didentro, di contro, ben lontano dall’inversione dell’occhi, mirando solo le liriche che ne sortivano ispirate dalle lacerazioni didentro, vantando le milliaia di pagine che si destreggiavano ‘n novi motti e discorsi, fuggendo codardo alle prime parvenze che lo ch’aveo di che fare_era, in fine, tendere le palme e dialogare verso ‘l chiuso, verso ‘l caotico sciame di fanghiglia e sanguisughe che consamavami. Codeste hanno di che prendere forme, visi, nomea, ‘n una lista, ed ì ch’ho di che percepire ‘l terrore grugnire nel ventre, accettarlo e agirvi riguardo. E tutto dintorno ne riflette, poscia, pe’ conseguenza, sin dubbio. Ch’in fondo poco ha da cangiare il dintorno poiché ì son tale. E ‘l quarto ch’evitavo di rassettare per vero stava più prossimo ammé di tutti l’altri. Codesto mio minimalismo funzionale e assiduo non ha di che ser veicolo. Ma ‘l risultato. E lo sarà.