29/04/1926 – #1034
Debbo aver dormito non meno d’otto ore, la notte addietro, d’un sonno sano e benefico; tuttavia, nel tragitto verso la contea di Greenrice, prima tappa dellla mane, non nego d’aver sentito l’occhi pesati e l’arti ‘ndolenziti, ed una brama d’addizionare un’ora al reposo del buio scorso. Sortire, d’ogni modo, dalla vettura, e incipire ‘l dì d’obbligazione ha avuto di che destarmi completamente e ‘l resto dell’ore dedicate all’urgenze pe’ la Frontprice ha fluito sin troppe problematiche. Greenrice e Naught Port parevano condividere ‘l medesmo cielo, colle temperature ch’hanno brama di giungere ad alte cifre ‘n breve tempo, ed ì che detesto ‘l meteo torrido avrò di che rammentarlo nelle prossime migrazioni pe’ fabbriche e fabbrichette. Le nuove che mi sono giunte dall’Activa di Heartings sono state rassicuranti: l’attività inventariale svolta dal signor Tinsteel e dal signor Cauque, col supporto di tre individui_inviati dal sior Raventale, non ha creato complicazioni, qual divinavo ierdì, e debbo consegnarne i meriti a chi di dovere quan il caso lo pretende. Ciò facilita non poco anche la mia lenta ripresa ch’oi ho continuato a esperire. Debbo, anche ‘n tal caso, attribuire parecchie lodi alla dottoressa Nauer ch’oggidì ha_avuto di che condividere un’ulteriore ora scarsa meco, e dalla quale n’ho tratto sparute perle ch’ho di che portare indosso e lucidare cotidianamente. Quissà di molto dello ch’erutta ‘n tali sessioni è già stato vomitato su codesti foglietti e credo ch’il sentire ragionamenti e sviluppi altrettali ma pronunciati da bocca altrui abbia di che farli attecchire ‘n maniera differente; di fondo reputo codesto anche ‘l pregio d’aver di che ciarlare colla dottoressa Nauer, la prospettiva passiva d’alcune_epifanie che sfrangonmi ‘n viso, di contro all’inciamparvici, quissà accidentalmente, durante i mie’ flussi di pensiero diari. Lo ch’ho recepito ‘n la seduta odierna funge d’antipasto pe’ lo ch’ho di che frontare bene ‘n dettaglio con ella alle prossime visite: abbiamo decostruito il mio smarrimento esistenziale tentando di giungere a una o più cagioni pelle quali esso manifèstasi di maniera piuttosto dissimile dallo ch’ha sempre fatto nell’anni addietro. D’un lato v’è ‘l bieco guardo dell’oblio mortale, il fato ch’attende ciascuno di noialtri, che dimanda una perlustrazione più attenta dello ch’ho sempre fatto: venire a capo d’un termine ultimo ha vissuto stabilmente ‘n maniera subliminale nel mio cranio – per chiaro, reputo molto meno subliminalmente dello che molt’altri fanno – essì, ha corretto molti percorsi e indirizzato decisioni ch’avrebbero avuto di che virare verso chissaddove, ma ‘l recente vetro lucido che mostrami ‘l burrone innanzi, il vetro che pipe_e chiare offuscavano ‘sì assiduamente, pàremi costringermi a replicare a interrogativi che mai aveo preso colla serietà dovuta. La cagione pella quale fuggivo da tale confronto, e appannavo ‘l vetro che dà sul traguardo ultimo è lo che sovente diviene nucleo unico d’ogni deviazione dall’ideali che pongo: il terrore. Vero è che temo ‘l nulla ch’ha di che venire, ì per giunta sin affiliazioni religiose o teistiche di qualsivoglia natura; vero è che ‘l timore mio pe’ l’incognita psicologica, filosofica e corporea è tanto fisiologico e divinabile quanto gutturale e puntuto; vero è, tuttavia, ch’il mio timore non è giungervi, d’ogni modo, ma ‘l quando e ‘l come. S’è fatto ben chiaro che la mole di risultati a cui giungo, soverchiata dalle centinaia di mire a lungo e breve termine che m’assegno, è la riflessione della convizione di ‘n aver fatto a sufficienza, d’avere poco di che lassare a codesto mondo, di ‘n avere compiuto lo che nel cranio vortica ed è convinto della propria eccellenza, importanza, e immensità. Codesto discorso è prolisso e ancor da finare, ì stesso rendomi conto di ‘n aver né i motti né la comprensione di me medesmo pe’ conferenziarne colla dovuta efficacia. Dell’altro lato, v’è una reprimanda ch’ho di che farmi verso l’ultimo periodo paludoso: per chiaro, non v’è rimorso ‘n le scelte recenti ch’hanno trascinatomi verso codesti paragrafi assennati e utili ch’ho di che scribacchiare cotidianamente, ma vi sono stati frangenti ‘n cui, al guardo del poi, non ero ì che stavo al timone dell’azioni. Non recrimino la concessione d’aver di che bracciare ‘l nero e la pece che fannomi da compagni da settimane, ma l’aver donato loro un poco piute di libertà dello ch’arrìa dovuto. Sopra di tutto ‘n campo professionale, ove la mia tendenza ossessiva al mantenere una reputazione rispettabile, integra, e coerente è lo ch’ha sempre reso dimmé uno de’ punti di forza delle fabbriche e dell’aziende ov’opero e operavo. V’è la probabilità ch’abbia di che scivolare novamente didentro alcuni schemi distruttivi e poco auspicabili, ben lo so, considerato ch’ì non ho lassato la palude alle spalle – semplicemente sto apprendendo a conoscerne ogni anfratto – ma credo ch’anche la mera consapevolezza d’ogni reazione o impulso abbia di che favorire ‘l proseguio di cotanta crescita. Ch’in fine, pe’ quanto sia austero ‘l roveto discorsivo riguardo, non ho dubbio alcuno sulla realizzazione ch’ogni movimento intrapreso dall’incipio di codesti diari abbia di che ser veduto qual crescita e invidiabile miglioria umana. Orbene, codest’entrata pàremi lo che serbo nel cranio oi: milliaia di rivelazioni e impronte ottimistiche che ‘n trovano ancora una forma salda e comprensibile.