Marco Delrio

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26/04/1926 – #1031

Son succube_e padrone d’un processo che mai per vero aveo frontato di maniera ‘sì dissimile qual fo’ orora, indugiando ‘n toto ‘n ogni corrente che riva e fugge; mai aveo lassato dondolarmi dalle tempeste umorali ‘sì tanto colla consapevolezza di starlo facendo e, di contro, coll’intenzione stessa d’un abbandono didentro. Ne viene fisiologico allora ‘l mio avulgermi dal biasimo contro me medesmo e tal quali sono i rigetti esistenziali ch’ho iscritto ierdì. Il fine di codeste settimane perduto ‘n un vorticare sin quiete par esser esso stesso, la prossimità col vuoto del significato e l’ulteriore familiarizzazione ch’ho di che fare coi volti più bui dell’inconscio mio, esso ch’è fatto d’ansie e timori, sgretolamenti e peccati, inadeguatezze e limiti. Lunghi s’han fatto l’anni_inchiostrati ‘n codeste pagine colla sete di cronacare lo ch’accade, sovente sin accorgermi della reazione ‘n sé ch’avea di generare ogni entrata didentro, laddove, quissà, non presto recchie o guardi a sufficienza. Ho ben appreso qual modo v’è di concedersi al nero delle sofferenze, anche quan esse ancora ‘n portano un nome o un viso chiaro, e quando ‘n ho termini pe’ pittarle ‘n maniera consona su codesta effemerida spudorata. Ho ben appreso che cotali volti oscuri dell’alma, li ch’ho elencato poco prima, hanno poco ‘l dresso del difetto e tanto la stessa consistenza mia, parti e cornici dello ch’ì sono; esse debbo conoscere e comprendere per vero qual sono, sin voltare la schiena col timore d’ammettermi d’aver quarti didentro ‘l cranio ricolmi di pece e carbone, lerci e piccicosi, mormoranti e debilitanti. Narravomi ierdì d’avere smarrito oppure mai tenuto ‘n le palme un senso e un fine ultimo per lo ch’ì sono in vero, ommeglio, pe’ lo ch’ho di che divenire. E pure ben lo so qual direzione seguo ogniddì, coi paracolpi ai lati che son le mire mie: ì tenzono cotidianamente colla mira individuale d’aver di che rendere ogniddì un qualché che permane oltre lo spengimento finale, oltre ‘l traguardo ultimo de’ viventi; ì travaglio pe’ lassare voce, motti, memorie, e un avvenire cheto pe’ l’individui ch’hanno di che seguire l’orme che sto improntando nel fango, colle fatiche d’aver di che farlo ‘n una maniera che niuno ha insegnàtomi. Sicché i tomi e i libelli, le liriche e l’arti, l’ori e l’argenti che salvo e iscondo, le filosofie che tento di distillare, la rimozione di tutto lo ch’è superfluo allo ch’ho listato quivi, ebbene, ciò viene dì per dì collo scopo assennato d’aver di che lassare un fugiglio di mondo più ricco e saggio, ordinato e funzionale. E se per ciò ho di che venir amico de’ pianti, de’ dì ov’ogni cogito duole qual puntello tra le coste, di quelli ov’ho_obliàtomi come sorridere al cielo e all’altri, ebbene, ben venga. Ciascuna dell’epifanie e dei cangiamenti ch’ho esperito nell’ultimi anni, quelli intrisi dalli spurghi diaristici quivi presenti, n’è venuta dal fondo fangoso e negracido di codesti maledetti e fortunosi capitomboli verso la perdizione. Morrò anch’ì medesmo, un dì, e non vi sono molt’altri scopi che debbo inseguire oltre li che governano ‘l mio ire cotidiano. S’avranno di che palesarsi, chessìa, ma già fisso luce e buio col’idee pristine dello che voglio rendere imperituro innanzi. Non fama, non ninnoli o memorie; ma secoli d’agio e illuminazione pe’ chi ha da venire.